Homo Scrivens

Homo Scrivens
Enciclopedia degli scrittori inesistenti


a cura di Giancarlo Marino e Aldo Putignano
(Boopen LED)


Si riportano qui le prime schede del volume (lettera A) – delle schede più lunghe è riportata solo la parte iniziale. Le sottolineature nel testo rinviano ad altra scheda presente nell’enciclopedia.


Aabaco Hilic Abel Herman (Kokkola 1756 – Kajaani 1834) poeta finlandese. Assecondando il crescente spirito patriottico della sua terra, all’epoca un granducato dell’impero russo, A. si prefisse di raccoglierne miti e leggende per dare corpo alla sua vera epica nonché alla memoria storica del suo popolo. Per questo, a quanto narra nella prefazione del suo Kuluntalahtivala (1819), interrogò a lungo numerosi vecchi bardi dell’area dei laghi per registrare su carta i loro canti tradizionali delle veglie e delle feste di piazza. Tradotti dal dialetto, adattati e uniti, tali brani andarono a comporre l’imponente poema di A.
Una volta pubblicato, il libro ebbe enorme e folgorante successo rendendo A. il poeta finlandese più noto della sua epoca: quasi ogni famiglia alfabetizzata del paese ne acquistò una copia e presto editori stranieri si fecero vivi per contrattarne i diritti di traduzione. Purtroppo la fama acquisita dall’opera fruttò diverse cause per plagio da parte di alcuni dei bardi intervistati, anziani sì ma ancora ben vigili e agguerriti. In più, i due traduttori che si erano messi all’opera per trasporre il poema in danese e maltese misero in dubbio la filologia dell’operazione di A., ipotizzando che alcuni degli episodi e dei personaggi chiave come il gigante monocolo, la Dama dell’Ago, il recupero del sonno di Pahakoli sulla luna e lo stratagemma della renna di legno di larice non fossero autenticamente finnici: gli editori esteri ruppero il contratto reclamando penali. Questo a sua volta portò A. a citare per truffa i vecchi bardi: la causa si trascinò per parecchi anni e si risolse in un pugno di mosche. A. morì povero e dimenticato a Kajaani, tra le braccia del medico locale Elias Lönnrot e di sua moglie Maria Pipponius cui confidò le proprie disavventure. Presto Lönnrot divenne a sua volta il più noto poeta finlandese, di fama tale da oscurare per sempre l’opera di A. (Andrea Angiolino)


Abbatiello Antonio detto Bibì (Napoli 2003-2006). Nato nel rione Sanità dall’unione tra due precari della letteratura: Pasqualino Abbatiello, mediocre novelliere, e Patrizia Maccarone, modesta autrice di libri culinari. La coppia ripose sul bambino tutte le proprie speranze di riscatto sociale e culturale. E Bibì non deluse le attese: all’età di un anno imparò a maneggiare i pastelli e i pennarelli, tre mesi dopo cominciò a sperimentare originali tecniche di graffitismo sulle pareti di casa. A diciotto mesi già sapeva compilare tutti gli alfabeti del mondo, compreso quello fenicio. All’età di due anni scrisse un testo poetico di chiara tendenza post crepuscolare, e pochi mesi dopo già conduceva talk show condominiali su tematiche di attualità. Aveva tre anni quando i genitori gli chiesero: «Cosa vorresti fare da grande? L’ingegnere, il notaio, il calciatore, l’astronauta?». «Che domanda cretina, – ribatté il piccoletto – voglio fare lo scrittore. Come voi». Senza indugi Pasqualino e Patrizia affogarono il bimbo in un piatto di pastina e si costituirono nella più vicina scuola di scrittura creativa. L’infanticidio stroncò una grande promessa della letteratura, e A. entrò nel novero degli scrittori inesistenti. (Pino Imperatore)


Abelardo Pierre Favone da Trasimeno (Carcassona, Linguadoca 1343 – Castiglion del Lago, Perugia 1418ca) frate amanuense di origine francese e abile miniatore del monastero di Potta Nera. Nel 1401 ne fu espulso perché invece di effettuare le copie dei testi sacri, ordinati dal priore, vergava scritti osceni impreziositi da impudiche miniature.
I suoi scritti prendono il nome dal codice nel quale sono occultati seppur con irriverenti e indicativi sottotitoli. Citiamo solo alcuni degli oltre duecento conosciuti (opere dal 1360 al 1410): Il beato San Marino si sollazza con il vino (1369); San Maria da Nicolazzo si sollazza con il... limoncello (1370); Il martirio di Caterina, cento avanti e due in panchina (1372); La veneranda Santa Lena, sa far ben l’altalena (1372); Sant’Ovidio e San Pancrazio, sia per un che due c’è spazio (1381); Venerata San Tatiana più che suora è una... pecorella smarrita (1385ca).
Il frate venne imprigionato nel 1403, dopo un processo che durò due anni e destò un certo clamore, soprattutto nell’ambiente dei suoi lettori, tra cui due cardinali e l’allora papa Benedetto XII. Dopo la morte, avvenuta nella cella che lo aveva ospitato per sette anni, vennero rinvenuti sulle pareti magnifici falli miniati, firmati A. da Trasimeno. Oggi è possibile ammirarli andando in visita alla torre di Potta in Pietra, nei pressi di Castiglion del Lago. (Ugo Ciaccio)


Adamo (Eden, anno zero, sesto giorno – Terra ?) primo scrittore dell’Umanità. Nacque da una sagoma di fango e da un soffio di vino, e visse tutto solo per un brevissimo periodo della sua vita, gironzolando nel Giardino di Eden, senza nessun pensiero o preoccupazione, fin quando non arrivò Eva a fargli compagnia. I due erano stati concepiti per essere complementari e se ne accorsero con facile contentezza, quando riuscirono a trovare l’incastro dei loro corpi che li rendeva tali. Non fu così altrettanto facile la complementarietà di pensieri e azioni e nacquero presto tra loro conflitti di ruolo. A., pertanto, prese a rivolgere la parola ad Eva solo per esercitarsi nell’arte dell’incastro dei corpi, e a scrivere i suoi pensieri incidendoli su foglie di banano con rametti di ibiscus, che credeva di tenere nascosti ad Eva, occultando in pile ordinate le foglie (da qui il termine “sfogliare”) cucite tra loro con graspi d’uva. Non seppe mai di avere inventato i libri e quando c’incise una frase che ne ricordasse il contenuto, nemmeno seppe che aveva inventato i titoli, che furono per l’appunto: La disgrazia di non essere solo, L’alibi del serpente, Che peccato!, Il trasloco, Ricominciare.
A. conservò gelosamente i tomi fino alla fine della sua vita credendo che Eva non fosse in grado di decifrarne il contenuto e morì senza sapere di essere stato il primo scrittore dell’Umanità e senza rivendicare la paternità delle sue opere, di cui si appropriò invece Eva, cedendole, per una villa sontuosa nel paese di Cuccagna, alla Corporazione delle Sacrescritture. I Libri della Genesi, da Eva così nominati ed editati, nel corso dei successivi millenni a seguire, furono persi, ritrovati, e ancora perduti ma tramandati oralmente e infine riscritti per giungere ai nostri giorni nell’edizione moderna della Bibbia che tutti conosciamo. (Cristina Maria Russo)


Alpicio Sufferto Sufferculo (Calagurra 345 – Caccuri, Crotone 402) scrittore latino. Nato da una nobile famiglia dell’aristocrazia romana, A. compì gli studi elementari in Spagna, dove il padre Gaio Gaiatto, prefetto dell’annona, era meglio noto come “Caiazzus ille Cantarus”. Trasferitosi a Roma per frequentare la scuola del celebre Donato, si distinse subito per capacità retoriche; del 366 la sua prima arringa Pro bonis moribus in difesa del prefetto Quinto Cocceio accusato di stupro da Pomponia Dionilla, nota matrona del tempo detta presso il volgo Meradiota. Spinto dal suo spirito inquieto viaggiò molto e fu a lungo in Oriente, dove conobbe Gregorio Nazianzeno, uno dei più illustri Padri della Chiesa Orientale. [continua] (Maria Marmo)


Altolino Antony (Frattamaggiore, Napoli 1951) favolista, drammaturgo e musicista. Vede la luce dopo una gestazione durata sedici mesi. Parenti ed amici pensano ad uno scherzo. Frequenta il Liceo Musicale Giuseppe Daniele di Napoli, dove si mette in luce per alcuni madrigali che vengono rappresentati durante il saggio di fine anno. Fra questi il famoso Piccoli passi, dedicato a Napoli, scritto musicando un testo di G.B. Marino, Giochi di dadi. A vent’anni pubblica la prima raccolta di favole È venuto Baffone, in cui già si intuisce quella che sarà poi la linea guida del suo percorso intellettuale: “Le cose cambieranno, almeno in apparenza”. Seguono, pochi anni dopo, altre due raccolte: Facciamo sparire le automobili e La solitudine di un sacchetto di monnezza, in cui si racconta, spesso con toni lirici, la sofferenza di questo involucro di plastica, abbandonato e solo in un cassonetto. L’opera influenza a tal punto l’opinione pubblica che si scatena una gara di solidarietà inattesa: a tutte le ore del giorno e della notte, prima gli intellettuali, poi anche la gente comune, fanno a gara per alleviarne la pena, rovesciando quintali e quintali di spazzatura per le strade. Le istituzioni non vogliono sentirsi da meno ed evitano per anni di ripulire la città, per non compromettere l’equilibrio emotivo del povero sacchetto.
Negli anni ‘90 A. scrive il primo lavoro teatrale Afragola milionaria, seguito dopo breve tempo da Ditemi sempre di sì, presentato al Festival di Spalato e da cui è tratto il film Cuomo e il galantuomo. Nel 2002 vince il premio Cuppiello con il dramma in tre atti L’arte della politica, in cui segue il percorso di un gruppo di uomini politici da uno schieramento ad un altro, attraverso la metafora di attori, girovaghi e “scavalca montagne”, che sembra giustificare il loro percorso migratorio. Il dramma ha un finale aperto, in cui è difficile stabilire se è vero ciò che si vede o se invece si vede ciò che si vuole far credere. Dal 2004 A. vive nella sua casa di Posillipo, dove sta scrivendo il suo testamento biologico. Pare che il Nostro voglia essere cremato, e, grazie ai proventi derivati dai diritti d’autore, si stia facendo costruire un inceneritore dalle parti di Afragola. (Raffaele Galiero)


Ambiguae litterae Movimento poetico di età romana (VI – V sec. a.C.), promosso e diffuso dalla Sybilla Cumana. A.L. dichiarava la natura ambigua, polisemica e ingannevole della parola poetica; si serviva dell’enallage, della metafora e di altre figure retoriche e di pensiero per creare ambiguità e doppi (financo tripli) sensi nella lettura. Uniche esponenti di Ambiguae litterae furono le Sibille dell’antica Campania felix. (Arianna Sacerdoti)


Anonimo da Nowhere (Nowhere 0 a.C. - ?) filosofo e letterato, considerato l’ideatore del genere delle Antologie degli Scrittori Inesistenti, da taluni definito Santo, da talaltri figlio di buona donna. Inizialmente afferente alla scuola antifattiva di Libero da Noie, basata sul concetto del Quieto Vivere e della meditazione finalizzata alla beata Nullafacenza, si distacca in seguito da questa corrente per ritirarsi sui famosi Appennini anglosassoni, unirsi alla battaglia contro i mulini a vento e indagare il fulcro della sua filosofia, l’Inesistenza. Secondo A., l’Inesistenza è l’unico vero obiettivo del filosofo pensatore e poeta, il quale mira all’unione con la sacra Pigrizia e l’incorreggibile Esistenza, che si ostina a esistere checché se ne voglia. A. esplora le varianti esistenziali dell’Esistenza portandole alle estreme conseguenze e, già che c’è, inventa anche il Cappuccino, bevanda che mescola due elementi primari, il latte e il caffè, allo scopo d’iniziare meglio la Giornata e di prolungare il tempo di permanenza in cucina in maniera improduttiva. Il bianco del latte e il nero del caffè si mescolano in un tutt’uno, rappresentando metaforicamente le dicotomie c’è/non c’è, ci fa/ci è, Esistenza/Inesistenza. [continua] (Francesca Gerla)


Anonimo Perugino pseud. di Gennaro Iaccarino (Perugina 1919-1999) scrittore e aforista. Autore delle più belle frasi d’amore anonime per i cartigli dei Baci Perugia. Figlio di sorrentini trasferitisi a Perugina, proprietari di una nota pizzeria sul Corso Vannucci, non volle mai imparare l’arte del pizzaiolo perché la sua passione era unicamente il cioccolato. Infatti, terminati con successo gli studi superiori, che lo videro diplomato col massimo dei voti al Liceo Classico Mariotti si fece assumere nella vicina e prestigiosa fabbrica di cioccolato Perugia della sua città. Iniziò dunque la lunga e difficile carriera di Maestro cioccolatiere. Dopo aver studiato Storia e Composizione del cioccolato fu avviato al nastro trasportatore dei fondenti alla mandorla, dove inventò i cioccolatini Dimmidisì che usò per il corteggiamento nei confronti di una non meglio identificata collega che dopo avergli detto di no, si fece trasferire al più lontano reparto Assaggi. Egli riprese allora una tradizione d’origine cinese (da alcuni fatta risalire al poeta Chi Fu) di legare un messaggio sentimentale a dolciumi e scrisse una interminabile lettera d’amore fatta di frasi che, anche se staccate e lette a caso, fossero latrici di amore e devozione per la sua donna. La lettera finì scomposta nelle sue millecinquantuno frasi, nel Porzionatore dei piccoli Baci Perugia per giungere al reparto Assaggi prima del Confezionamento nella stagnola. La giovane donna, una mattina del 1939, si trovò in bocca degli strani pezzi di carta. Erano messaggi d’amore. Ne fu così colpita che decise di sposare A.P., ma questo accadimento ebbe altre conseguenze, oltre al matrimonio e alla nascita del loro figlio Grifo, nacque infatti anche il primo cioccolatino latore di messaggi amorosi. A.P. ebbe l’intuizione, che fu approvata all’unanimità dal Consiglio della ditta Perugia, di inserire all’interno dell’incartamento di stagnola un leggero cartiglio con una frase d’amore, che fosse per ogni assaggio una piacevole sorpresa. A.P. compose in forma anonima per oltre cinquant’anni tutti i cartigli dei cioccolatini, successivamente ampliati con citazioni e frasi celebri di autori famosi e sconosciuti estratti da concorsi appositamente indetti. Si deve all’amore del figlio Grifo la prima e unica raccolta di tutti i cartigli nel volume I Mille e uno baci pubblicata in edizione limitata e numerata dalla casa editrice Xocolatl nel 2000, soltanto dopo che la morte del padre ebbe sciolto la clausola dell’anonimato contrattuale. (Cristina Maria Russo)


Aphrolysia (IX secolo a.C.) principessa sirena dell’Oceano Atlantico del branco di Thripsyis. Visse nel periodo in cui la guerra civile per il dominio incontrastato dei mari europei era ormai nelle sue fasi più volente e cruente. La prima Guerra dei Fondali Marini, che si protrasse per più di un secolo, si concluse con la sconfitta e l’uccisione del sovrano Thripsyis e la salita al potere del capo dei ribelli che fece imprigionare nel palazzo dei Coralli tutti i sopravvissuti, tra cui la principessa A. che aveva guidato l’ultimo disperato attacco. Durante i cinquant’anni di prigionia che seguirono, A. decise di scrivere il racconto dettagliato di quanto accaduto su venti lunghe alghe, che insieme componevano il poema Talasseide, che consegnava di volta in volta ad un branco di delfini che le trasportavano verso la superficie, lasciandole fluttuare.
A trovare il primo canto dell’opera fu Odisseo che appassionatosi alla lettura decise di vagare per i mari alla ricerca dei successivi. Sono arrivati sino a noi solo diciannove dei venti canti complessivi: nell’ultimo di questo la sirena prometteva la vita eterna e la totale conoscenza delle meraviglie del mondo a colui che avesse avuto il coraggio di salvarla. Ne riportiamo alcuni versi (in traduzione dal sirenaico): «Or peregrin che asculti del poplo mio le sorti / Vien da me in succurso / Per saper lo mio destino infausto / Se lo disio mio effetto alcuno surtirà / Sciagura e morte attirerai su te / Scendi tra i flutti e le catene spezza / E ne avrai vita e eterna conoscenza».
La leggenda vuole che per evitare la maledizione della sirena e spinto dal desiderio di sapere Odisseo si spinse fin oltre le Colonne d’Ercole alla sua disperata ricerca. (Mariangela Vigo)


Archiliade (Paro, Cicladi VI sec a.C.) poetessa greca. Nata da un rapporto spurio tra la veggente e maga Clitumnide e da Aristogattiade, famoso narratore orale di gattistorie, antico genere con cui soleva designarsi l’epica felina). Cugina di primo grado di Archiloco, si deve ad A. la nascita del poema giambico femminista: a differenza di Archiloco, infatti, con A. si dilata la tipica struttura della poesia giambica e nasce l’epica femminile dell’a„scrÒj e kakÒj, dell’invettiva e dell’ingiuria.
A 15 anni si narra che A., dopo aver ascoltato da un narratore di storie i versi dell’Iliade, inquietata da tanta bellezza, compose la sua prima ode: Cantami o diva della mela marcia, in onore della famosa mela d’oro gettata da Eris al banchetto delle dee per designare la più bella. L’ode diventerà poi il capoverso d’apertura del poema giambico Gunaiqe£ (“Donna e Dea”), la sua opera più conosciuta, che assembla i canti delle dee disperate e frustrate. Il poema si cimenta nel raccontare le gesta della donna-dea: in quanti minuti e con quante ingiurie Ebe spazza a terra, i segreti del taglia e cuci a mano e a voce di Giunone, come Demetra spinge e distrugge i triclini in un Thot (in onore dell’omonimo dio), l’abilità di Venere nel manipolare e pizzicare a trecentosessanta gradi il compagno di letto, le strategie del mal di testa di Artemide e come Minerva sostituisce una parte maschile decretata inefficiente. La donna qui viene tratteggiata in tutta la sua complessità: il rito del piumino mobile si alterna al canto dello spasmo uterino, le vaginoforie celebrano il mito della Grande Madre, il pianto greco si unisce all’offerta del pube pubblico per ingraziarsi gli dei. Gunaiqe£ è da sempre considerata opera di raro pregio. La critica letteraria di fine ‘800 rintraccia nei suoi versi le prime battaglie femministe, i primi retaggi psicoanalitici sviluppatisi con Freud, insomma i semi di tutto un mondo sviluppatosi circa 2000 secoli dopo. [continua] (Chiara Tortorelli)


Areburio Marsilio (Rimini 1447 – Viterbo 1480) poeta e umanista. Nacque in una famiglia di artisti, il padre Lorenzo fu un famoso scultore che ottenne una notevole gloria alla corte dei Malatesta come costruttore di strutture di sabbia. La sua opera, purtroppo, è completamente perduta. Anche A. inizialmente fu destinato dal padre a seguire la strada delle arti plastiche. Nell’unico sonetto che ci ha lasciato, Gran che t’orpelli e bruci nell’artiglio, datato intorno al 1464, egli si lamenta dei fastidi provocati dal lavoro nella sabbia. Si rivelò così lo spirito di contestazione che pervase l’opera e la stessa biografia di A. che lasciò la casa del padre all’età di diciotto anni. Non abbiamo alcuna notizia sulla sua vita fino al 1469, quando pubblicò a Venezia il dialogo De maximis poetis. L’opera, in latino, è considerata il più importante manifesto del pensiero di A. il quale, attraverso l’affermazione della superiorità di Dante rispetto a Petrarca, vuole trasmettere il suo amore per lo sperimentalismo linguistico e metrico: «Ecco, cosa ci ha lasciato Francesco Petrarca: un manipolo di imitatori senza altra aspirazione che riempire il mondo di parole false e logore, attraverso schemi logori, proponendo temi logori».
Il trattato teorico fu seguito dalla prima raccolta di versi, dal significativo titolo di Rime Nove. L’opera è composta da 28 “ottenos” un rovesciamento del sonetto composto da due terzine seguite da due quartine. I temi, trattati con un linguaggio medio in cui non mancano espressioni dialettali e neologismi, sono l’amore carnale nei confronti dell’amante Nerina e la “consolatio” di stampo epicureo, presente nell’ottenos Il fior caduto è terra nova e vita, guardato con sospetto persino dalla tollerante Inquisizione veneziana. [continua] (Davide Cannata)


Argo rivista letteraria di critica distruttiva, fondata dal critico Hablo Maximo Nemereas nel 1978 con sede a Ravenna. L’intento dei curatori è quello di essere i tre Argo dell’arte. Il primo rimanda al nome del cane di Ulisse: la rivista si propone, infatti, di riconoscere la vera Arte anche sotto mentite spoglie e di restarle fedele anche nella babilonia dei presunti e falsi artisti ed intenditori. Il secondo fa riferimento alla nave che portò Giasone e gli Argonauti alla conquista del vello d’oro: la rivista riconosce come veri artisti contemporanei soltanto cinquanta uomini in tutto il mondo e si propone, secondo la teoria di Nemereas della “maieutica del timuistismo”, di accrescerne il valore mediante giudizi caustici. Infine il terzo richiama la figura mitologica di Argo Panoptes (Argo “che tutto vede”), il gigante posto a guardia della ninfa Io: con gli occhi di cento critici la rivista si propone di riconoscere e preservare la vera Arte dall’abbrutimento della società moderna. Argo è stata anche il primo banco di prova ufficiale per l’opera del poeta Sgrammaticus, del quale cura annualmente una silloge di satire. (Francesca Toglia)


Aribollo di Leucupa (Leucupa 457 a.C. – Atene 395 a.C.) filosofo e scrittore greco. Figlio di Clemarco, un ricco mercante della piccola isola di Leucupa, al largo dell’Egeo, A. dimostrò fin dalla sua prima infanzia una particolare predilezione per l’arte del ben parlare, possibilmente a vuoto. Lo storico Erodoto, infatti, ricorda nelle sue Storie la strabiliante capacità di dialogo insensato del piccolo A., incontrato nel 450 a.C., che non mancava di allietare gli interlocutori con vorticosi intrecci di parole. Nel 445 a.C., all’età di dodici anni, A. seguì il padre Clemarco, che aveva deciso di recarsi ad Atene per commercializzare un prodotto da lui inventato e che gli aveva già fruttato ottimi guadagni nella gran parte della penisola ellenica: la clessidra portatile. Per l’occasione A. compose su richiesta paterna un discorso da pronunciare al mercato, intitolato Il tempo ora non c’inganna più, che è arrivato integralmente fino ai nostri giorni, mostrando la strabiliante capacità dialettica del giovane, che, si narra, convinse con la forza delle sue parole più di cento ateniesi ad acquistare l’oggetto, sebbene venduto a caro prezzo da suo padre.
Fu avvicinato in quella circostanza dal sofista Gorgia che, estasiato dalla sua arte, gli propose di perfezionare la tecnica retorica, diventando suo discepolo. A. accettò con gratitudine ed entusiasmo, e diede subito prova della sua abilità: sfidò il maestro, autore del ben noto Encomio di Elena, scrivendo un ironico e logicamente inappuntabile Encomio di Menelao, dove egli capovolse la tesi gorgiana, secondo la quale Elena non avrebbe avuto colpe riguardo allo scoppio della guerra di Troia; A., invece, la dipinse provocatoriamente come una donna senza scrupoli e fedifraga, che aveva costretto il marito ad essere crudele ai danni di intere popolazioni. Gorgia non apprezzò l’affronto e da quel giorno impedì al suo rinnegato discepolo di passeggiare accanto a lui nell’agorà. A commento di questa decisa rottura con il maestro, A. scrisse Gorgia on my mind, un componimento giambico in una lingua allora ignota, si presume di sua invenzione. [continua] (Ada Natale)


Arruzia Fotilla (I sec. a.C.) poetessa latina. Le notizie della sua vita ci sono pervenute grazie alla testimonianza dell’erudito Memeio Frontone, spesso confuso con l’omonimo di età più tarda, e furono pubblicate nell’edizione critica da A. Panicucci, studiosa fiorentina della scuola del Pasquali, con il titolo Il Bacio di Lesbia, 1924, poi copiato abusivamente da uno scrittore del ‘900. A. crebbe nel territorio Piceno, ma venne presto a Roma con il suo primo marito, che aveva un incarico di funzionario del fisco. L’ambiente che frequentava permise ad A. di approfondire la sua preparazione e di conoscere altre donne che come lei sentivano una forte spinta a partecipare alla vita letteraria e pubblica. Creò così un circolo detto “di Arruzia” dove avvenivano incontri con i giovani poeti. La raccolta Carmina pudenda, accolta subito con grande favore dopo la pubblicazione anonima, fu poi molto criticata quando si scoprì che l’autore era una donna. Dice Memeio che «carmina non dant penem», alludendo a un possibile complesso da cui A. sarebbe stata affetta. Purtroppo la raccolta non ci è pervenuta, se non per tradizione indiretta di un verso «mulieribus atque poetis / omnia audendi semper sit potestas», che dimostrerebbe la libertà di pensiero che rese questa donna esemplare nel mondo romano. In tale contesto la collaborazione con Clodia, signora di classe elevata, la mise in contatto con un gruppo di libertarie (e libertine), le cui rivendicazioni di una maggiore autonomia femminile fece scandalo all’epoca, e fa parlare oggi alcuni studiosi di “espressione di un protofemminismo latino”. Entrarono nel circolo anche una Lydia e una Corinna, protagoniste di scandali che portarono allo scioglimento del gruppo per le trame del tradizionalista Catone.
Divennero più stretti i rapporti con Clodia, che A. soprannominò affettuosamente Lesbia (nome con cui divenne famosa): volendola tutta per sé, la convinse a lasciare Catullo, con il quale in seguito A. ebbe una torbida relazione che lo portò a morte prematura (falsamente attribuita allo sconforto per il tradimento di Clodia). [continua] (Biancastella Lodi)


Asfalto di Pitane (Pitane 610 a.C. – Mileto 572 a.C.) poeta, astronomo e maniaco sessuale greco. Nato a Pitane, definita la città più insulsa dell’antichità (Diogene Laerzio, che definisce A. “l’ottavo dei Sette Savi”, descrive la cittadina come una fogna a cielo aperto), ha lasciato pochi e sconclusionati frammenti dai quali si intuisce faticosamente come la sua riflessione si sia concentrata sul problema annoso del Principio Generatore.
Accettiamo la divisione secondo la quale le parti fondamentali della filosofia sono tre: l’Epistemologia o teoria della conoscenza (sappiamo qualcosa? sappiamo di saperlo? non lo sappiamo? sappiamo di non sapere?), la Metafisica (c’è Dio? e mio cugino?) e l’Etica (la giustezza di un’azione può essere dedotta dalla bontà delle sue conseguenze? tu prova a menarmi e te lo dimostro). Secondo unanime parere di suo zio, A. anticipò questa divisione nell’aforisma «Se vuoi sapere ciò che sai, chiediti se Dio c’è e ci saluta tutti, e se è giusto ciò che farai di conseguenza». I filologi sono discordi nella corretta traduzione di questo aforisma, o apoftegma, ma concordano sul fatto che sia opera di un imbecille. La filosofia dei Presocratici era dominata dalla ricerca del principio generatore di ogni cosa: per Talete esso era l’acqua, per Senofane era la terra, per Anassimene era l’aria, per Eraclito era il fuoco, per Pitagora era il numero… Per A. era la mozzarella.
Un giorno, mentre era intento alle sue riflessioni sul Principio Generatore, Parmenide andò a trovarlo cercando di convincerlo dell’inutilità delle sue riflessioni: Parmenide aveva infatti intuito che il problema dell’origine delle cose non si pone, perché “l’Essere è, non ha inizio”. A. ci restò malissimo, perché a un cervellone come lui una scappatoia del genere non era proprio venuta in mente. Tentò di sodomizzare Parmenide (il quale scappò al teatro, luogo che peraltro frequentava alle ore più diverse approfittando del fatto che “il teatro è, non ha inizio”), poi sentendosi sconfitto si ritirò su un monte (per la verità neanche troppo alto), da cui scese una sola volta, per partecipare ad un’asta a Mileto. Lì morì per essere caduto in una buca siccome camminava guardando le stelle. Gli storici tramandano il suo nome spesso accompagnato dal soprannome “l’emulatore idiota”. (Sandro Montalto)


Astronomo Elvira Leila (Roccamandolfi, Isernia 1765 – Parigi 1792) poetessa, orafa e rivoluzionaria. Nacque in Molise da una famiglia contadina, refrattaria alle rigide convenzioni sociali; fin da bambina amava trascorrere molto tempo da sola nelle campagne che circondavano la casa dei genitori. Alcune delle sue poesie più famose, come E se la coda della lucertola si vendicasse? pare risalgano addirittura a quando la A. aveva sette-otto anni. A quindici anni entra nelle grazie di un anziano orafo di Isernia che le insegna a piegare e lavorare i metalli preziosi, la A. diventa in breve tempo un’abile orafa e inizia a sognare di poter girare per il mondo vendendo i suoi gioielli. Quello che le manca è la materia prima, essendo la sua famiglia povera. La svolta avviene quando il vecchio orafo muore e le lascia la bottega in eredità, A. ha a quel tempo diciotto anni.
Qualche responsabilità sulla morte del vecchio le viene attribuita dalla critica più accorta probabilmente a causa di un componimento intitolato Come mi sbarazzai del vecchio bacucco e iniziai la mia nuova vita. La morte del vecchio è in effetti un’opportunità, e A. non ci pensa su due volte: vende la bottega, realizza sette gioielli e si mette in viaggio per l’Italia. È durante i lunghi anni di viaggio che scrive la sua prima raccolta, che sarà pubblicata con il titolo di Grazie cianuro! Le sue peregrinazioni la conducono presso varie corti, e la fama dei suoi gioielli e dei suoi versi arriva fino in Francia dove nel 1786 regna Luigi XVI di Borbone, che la invita presso di sé e le organizza una mostra dei suoi gioielli alla quale si presenta tutta la nobiltà parigina. Ma sono giorni di furore e rivoluzione in Francia ed Elvira Leila non è immune al fascino dell’imprevisto. La fama e la ricchezza non ne hanno cambiato il carattere ombroso e solitario e spesso dismette gli abiti da nobile, che ormai sono la sua divisa, e si reca a bere in una bettola sulla riva sinistra della Senna. Molti testimoni dell’epoca hanno raccontato di questa ragazza con una lunga treccia di capelli e un bicchiere sempre pieno davanti, china a scrivere su un taccuino dalla sovracoperta di pelle rossa. È qui che una notte conosce George Jacques D’Anton, uno dei migliori avvocati della città. Con D’Anton intesse una passionale storia d’amore, e i loro destini si intrecceranno dentro la grande vicenda della Rivoluzione Francese. È di questo periodo la maggior parte della sua produzione, riscoperta e pubblicata postuma anni dopo, grazie agli studi del critico Ullo Valentini. L’opera completa di A. si compone di tre raccolte, pubblicate in Italia con i titoli di Elvira Leila Roccamandolfi Decadence (abbrutimento e decadenza di una ragazzina in sofferenza per l’ambiente angusto e non di tendenza); Esplorazioni fuori e dentro di me (viaggi e rammaggi di una esploratrice non convenzionale); Rivoluzionari in camera da letto (l’altra faccia della rivoluzione francese).
A. muore accoltellata nella notte del 6 maggio 1792 da un cuoco ubriaco al quale sta contendendo l’ultimo sorso di grappa nelle cucine di un ristorante dove stava cenando con un misterioso personaggio, che si dà alla fuga appena avverte il trambusto proveniente dalle cucine. Molti ritengono che questo personaggio fosse Robespierre. (Riccardo Brun)


Auitil (Alaska XVIII secolo) poetessa esquimese. L’esploratore danese Vitus Bering, che nel 1727 aveva scoperto quello stretto di mare che mette in comunicazione l’Oceano Pacifico con il Mare Glaciale Artico ed al quale fu dato il suo nome, nel 1741 raggiunse le coste dell’Alaska e venne in contatto con piccoli gruppi di Esquimesi. Come è annotato nel giornale di bordo, fu colpito dalle nenie che donne e bambini cantavano nelle lunghe notti invernali e che nessuno era in grado di comprendere.
Fu solo due secoli dopo, quando giunse in Alaska l’esploratore norvegese Roald Amundsen, che, con l’aiuto di un interprete, si poterono tradurre le parole delle nenie e si venne a sapere che erano opera di una poetessa esquimese vissuta nel XVIII secolo, il cui nome Auitil significa “donna con il canto nella bocca”, giacché, come è noto, una sola parola esquimese corrisponde spesso ad una intera frase. Le nenie, tramandate oralmente, sono una ventina. Ne riportiamo alcuni frammenti (i testi sono riportati per intero sulla rivista «Lettere esquimesi» I, 2005 e sul sito homoscrivens.it): «Dormi piccolo uomo / chiudi i tuoi occhi neri / viaggia nella terra dei sogni / dove il sole bacia la neve»; o da altro componimento: «Si dice che ci sono paesi / dove il sole si sveglia ogni giorno / attraversa l’arco del cielo / e ogni giorno si addormenta in pace». (Maria Carolina Visconti)


Autore Non Pervenuto (Italia? - XX secolo). Di A.N.P. non ci è pervenuto il nome, non ci è pervenuta la data di nascita, ci è pervenuta soltanto la sua unica opera: L’uomo che più di tutti si è fatto fotografare fuori dalle case di defunti famosi, un libro accuratamente impaginato come un vero e proprio album fotografico, con i testi a fare da didascalia alle foto. La prima Polaroid mostra un giovane A.N.P. e il manifesto del libro scritto a mano: «Un’estate di quando portavo i calzoncini corti i miei genitori mi portarono a vedere la casa di Giacomo Leopardi a Recanati. In un primo momento, passeggiando per le stanze del noto poeta, mi sembrava d’invadere la privacy dei suoi ricordi. Già affacciandomi all’infinito colle però provai qualcosa di molto più adulto della mia allora giovane età. Mi pareva che in quell’attimo la mia vita si andava meno sprecando, molto meno sprecando di quanto lo sarebbe stata se mi fossi ritrovato per esempio senza soldi in un negozio di lecca-lecca. Fu da quel giorno, da quella prima targhetta che recitava “Abitazione di Giacomo Leopardi” che decisi di diventare l’uomo che più di tutti si è fatto fotografare fuori dalle case di defunti famosi. Per entrare nel Guinness dei Primati e farmi un nome. Per ripercorrere le strade dei grandi e sentirmi anche io immortale».
Il libro è dunque un album fotografico che testimonia anche la crescita dell’autore A.N.P., da quando aveva i calzoncini corti a quando diventano calzoni lunghi, un pellegrinaggio che lo ha occupato tutta la vita e lo ha portato in giro per il mondo a farsi immortalare al fianco delle targhette commemorative più illustri della storia, da Corsier-sur-Vevey in Svizzera dove si trova la tenuta in cui è venuto a mancare Charlie Chaplin ad Ulma in Germania dove nacque Albert Einstein, dalla casa studio in Bergasse 19 a Vienna di Sigmund Freud alle sei case della vita di Kafka a Praga. Ad accompagnare le immagini vi si trovano trafiletti molto toccanti, come quando A.N.P. si reca ad Arles e scopre che la casa gialla di Van Gogh è rimasta intatta soltanto nella versione olio su tela, purtroppo la seconda guerra mondiale ha reso in macerie il caseggiato, così A.N.P. si lancia in una ferocissima invettiva contro le guerre, ma soprattutto contro la seconda guerra mondiale ad Arles. In alcuni casi le abitazioni dei defunti famosi sono occupate da famiglie viventi, così A.N.P. suona il campanello e scambia due chiacchiere con i nuovi proprietari: «Cosa si prova a dormire dove ha dormito Marlene Dietrich? Niente. Un flash, deduco, emoziona più della realtà». Altre volte l’immedesimazione con il defunto celebre è tale che A.N.P. entra nel portone che è se stesso ed esce che è il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.
L’ultimo scatto che trova posto nel libro lo ritrae a fianco di un’anonima casa senza targhetta commemorativa, una casa come tante altre, forse proprio la sua. (Valerio Millefoglie)