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Tutti pazzi per le serie



di Simona Vassetti


La generazione degli anni sessanta, la mia, ha visto nascere, senza rendersene conto, il fenomeno delle serie tv, di cui oggi parlano letterati, giornalisti e sociologi. Quelle stesse che seguivo da ragazzina, oggi sono delle serie cult a tutti gli effetti: chi non conosce lo “spaccone” Fonzie di Happy days, o le tre splendide detective di Charlie’s Angels, lo scombinato e intelligentissimo Tenente Colombo o i primi poliziotti “ganzi”, Starsky e Hutch?

Negli anni settanta, tra le varie serie americane, ne viene trasmessa una britannica: Attenti a quei due (The Persuaders!), dal budget altissimo e con due star come protagonisti: Roger Moore, bellissimo e elegante nel ruolo di Lord Brett Sinclair, e Tony Curtis in quello del milionario statunitense Daniel Wilde. Ebbene sì, le prime infatuazioni sono proprio di quell’epoca e la verità è che alternavo l’innamoramento: talvolta propendevo per lo scanzonato e irriverente americano, altre volte per l’aplomb british del futuro 007.

Gli anni ottanta, dominati dalla dance music, non ci ha distratto da serie coinvolgenti e interessanti dal punto di vista sociale, quali I Jefferson e Il mio amico Arnold; come dimenticarsi poi de I Robinson, le cui vicende giudiziarie hanno colpito nel terzo millennio l’attore protagonista Bill Cosby, o della splendida bagnina Pamela Anderson nello striminzito costume in Bay Watch. Per non parlare poi del fascinoso Don Johnson, nei “panni” – firmati e cool - del detective Sonny Crockett in Miami Vice, che vive su una barca a vela con un coccodrillo di nome Elvis.

Tra le serie tv a ridosso del terzo millennio, invece, non si possono dimenticare X-Files, il cui manifesto di Fox Mulder “I want to believe” domina la nostra memoria, o Buffy, la prima serie sui vampiri, o la famiglia cartoon dei Simpson; E.R. con un George Clooney in erba, approdando a Dottor House e Lost, per i quali si sono scritti saggi sociologici. Riflettendo su ciò che abbiamo visto, penso che in passato guardavamo i singoli episodi di una serie senza andare oltre il mix di azione e avventura, e si era istintivamente propensi ad affezionarci alla storia privata del protagonista di turno. Adesso ce ne sono tante - troppe - per tutti i gusti ed età: infatti mia figlia ne segue diverse e con lei mi confronto sulle storie trattate, sulle tematiche più originali più che sui generi. Penso a 13, che non è una serie soltanto per adolescenti, ma anche alla spagnola La casa de Papel, a Sense 8, e a tutti i capitoli di American Horror Story. E l’elenco continua…

Per vedere un episodio della serie preferita, per una “malata” come me che ne seguo anche più di una decina per volta, ogni dispositivo tecnologico è valido: smart tv, portatile, tablet, persino lo smartphone. In fondo si tratta giusto di quaranta, cinquanta minuti al massimo per puntata: la durata perfetta per mantenere l’attenzione del telespettatore fino alla sigla di chiusura. Molto meno impegnativo di un film: non è un caso che, solo nel 2016, sono state prodotte ben 455 serie tv in America, numero cresciuto dell’8% rispetto all’anno precedente e del 137% rispetto al 2002, quando non c’erano servizi streaming.

Effettivamente, il formato di un episodio standard rispecchia la velocità della nostra giornata, scandita da molti impegni. Si può stirare per un paio d’ore seguendo un episodio dopo l’altro di In Treatment, per esempio, e tra una camicia e delle lenzuola ti psicanalizzi insieme al personaggio, protagonista di turno.

Il prodotto sta diventando sempre più sofisticato e non è un caso che produttori lungimiranti abbiano assoldato sceneggiatori bravissimi – sempre più spesso autori di best sellers - e attori molto noti, per ottenere un sicuro successo di pubblico.

Autori e sceneggiatori, da sadici bastardi, si divertono a giocare sulle emozioni del telespettatore: molte puntate, infatti, terminano con rivelazioni clamorose che verranno riprese nella puntata seguente, se non nella successiva stagione, secondo espedienti già noti alla letteratura, non solo di genere.

Se sto parlando di questo fenomeno, però, dipende da Dexter, la serie che mi ha folgorato: perché sono convinta che ognuno abbia in sé un passeggero oscuro. L’attore, Michael C. Hall, è indubbiamente indovinato per interpretare il protagonista, Dexter Morgan, esperto forense della polizia scientifica di Miami: sguardo acuto, intelligente ma contemporaneamente ingenuo. Quello che intriga in questa serie crime è il giocare al gatto col topo, spostare il punto di vista e portare il telespettatore a provare empatia per il serial killer dei serial killer. Ma in fondo questo personaggio, che nasce dalla penna di Jeff Lindsay, è un supereroe, perché combatte contro i cattivi.

E allora come fai a non tifare per lui!

Forse svagarsi seguendo le serie TV più diverse nasce proprio dalla necessità di prendere le distanze da questa società frenetica e incattivita: e non sarà un caso che ci affezioniamo a personaggi che diventano stereotipi sempre più vicini al nostro ideale d’umano al limite della disumanità.

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