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Trenta a quindici (Andrea Ferretti)


C’era un piccoletto, pelato, che stava partecipando a un torneo di doppio giallo, uno di quei tornei dove le coppie vengono sorteggiate a ogni turno.

Al terzo turno era capitato in coppia con uno spilungone che tirava delle cannelle incredibili di servizio, e questo gliel'aveva detto, occhio che io tiro delle cannelle incredibili di servizio, ma non sono proprio preciso preciso, te che stai a rete stai un po’ da una parte, quando batto, che altrimenti rischio di centrarti con una pallinata. E lui, il piccoletto, un po' stizzito, gli aveva risposto che lui stava dove gli pareva, che gli piaceva stare verso il centro per coprire più campo e per mettere pressione a chi rispondeva, e che l'altro non doveva pensare a lui, a dove stava e dove non stava, ma doveva pensare solo a mettere in campo delle prime potenti, che poi ci pensava lui, a rete, a chiudere il punto.

Quando era giunto il turno di battuta dello spilungone, dopo qualche servizio, gliel'aveva ripetuto, al piccoletto, guarda che ti ho sfiorato, prima, devi stare più sul lungolinea, altrimenti ti becchi una pallinata, mica per tanto, è che non voglio che tu ti faccia male, e allora lui, il piccoletto, gli aveva risposto di non rompere i coglioni, che lo sapeva dove doveva stare, che erano vent'anni che faceva dei doppi e non gli era mai capitato, che prendesse una pallinata, e che pensasse, lo spilungone, a mettere dentro delle prime, piuttosto.

Allora lo spilungone aveva raccolto due palline, le aveva guardate, ne ne era messa una in tasca, si era portato nella posizione da cui avrebbe battuto, si era asciugato la fronte con il polsino, aveva guardato il campo, aveva fatto tre palleggi con la pallina che aveva in mano, aveva riguardato il campo, aveva lanciato in aria la pallina, aveva caricato con le gambe, con la schiena e con la spalla, arco dorsale, poi aveva tirato una delle sue cannelle, anche più forte del solito, una beda pazzesca, pesante come un lavandino, e il fatto è che tutto il peso di questo lavandino di servizio, sdeng!, si era stampato proprio, sulla nuca del suo compagno, con la pallina che poi si era impennata in verticale, dritta dritta, era salita alta verso il cielo che sembrava non riscendesse più.

Il piccoletto era rimasto una decina di secondi, fermo immobile, ancora nella posizione con le ginocchia flesse e la racchetta pronta in avanti.

Poi lentamente - sembrava di vedere un filmato al rallentatore - si era accasciato per terra, e dopo qualche secondo di sconcerto generale, l'avevano anche soccorso, chi gli portava da bere, chi gli faceva ombra, chi gli faceva aria, chi gli teneva su le gambe, chi gli metteva del ghiaccio sulla nuca.

Poi si era ripreso, e rassicurava tutti, che stava bene, che era tutto a posto, e diceva di ricominciare, e chiedeva quanto stavano, e gli rispondevano trenta a quindici, e lui sembrava non concentrarsi sulla risposta, chiedeva ancora quanto stavano, e gli ripetevano trenta a quindici, e lui pure ripeteva a se stesso trenta a quindici, ma poi dopo un minuto chiedeva ancora quanto stavano, e gli altri a ripetere, trenta a quindici, trenta a quindici.

Gliel'avranno detto venti volte, che stavano trenta a quindici, prima che si decidesse a riprendere posizione, però dalla parte sbagliata, e lo spilungone aveva dovuto dirglielo, che andasse dalla parte destra, trenta a quindici, a destra, e lui continuava a ripetere trenta a quindici, a destra, ma senza convinzione. Avevano poi perso, malamente, il piccoletto e lo spilungone, perché il piccoletto non ne aveva più centrata una, e aveva sempre mantenuto un'aria un po' assente, e lo spilungone spesso aveva dovuto dirgli tocca te battere, tocca a te rispondere, e tutte quelle cose lì.

Da quel giorno nelle partite di doppio il piccoletto, quando stava a rete sul servizio del compagno, aveva sempre tenuto una posizione defilata sul lungolinea, e pazienza se copriva meno campo e metteva meno pressione a chi rispondeva.

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