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Lob (Antonio Torino)


«Te lo ricordi Il giardino dei Finzi Contini

«Il film di De Sica sulle leggi razziali? E che c’entra?»

«Anche lì c’era un campetto da tennis, una storia d’amore e il mondo fuori, oltre le mura del giardino…»

E gli occhi delle due amiche smisero di palleggiare con la pallina, per posarsi su una delle due giocatrici, ma solo una continuò a parlare.

«Ieri mi ha detto: my love…»

E con un sorriso inutile my love portò lo sguardo verso gli abeti a guardia del campo, al di qua dell’inferriata.


«Dove vanno a morire gli uccelli, my love?» le disse fissando uno stormo. E lei le sorrise, e quel sorriso aveva senso, così come nient’altro lo aveva attorno a loro, nel parco. E my love disse qualcosa, ci giocarono su per qualche minuto, scambiandosi osservazioni acute, sì, ma anche altre imbarazzanti perché poi lo sanno tutti che gli uccelli si nascondono quando afferrano di dover morire, come molte altre specie animali.

Il parco era fuori mano, fuori città, fuori contesto. Pieno di passeggini, cappelli capovolti con dentro monete di rame, gesti a disegnare nell’aria riflessioni ordinarie; e poi loro due, una di fianco all’altra a cercare un messaggio in quel volo organizzato dello stormo, in quelle variazioni repentine sulle loro teste, su cui non avevano alcun controllo, come tutti del resto, e ciò le schiacciava perché ‒ si confidarono all’uscita ‒ afferravano così poco della vita, del loro bisogno di stare insieme, un’ala soltanto, da sentirsi piccole piccole, quasi moscerini gettati da una parte e dall’altra da quei discorsi ordinari e cantilenati.

Si erano conosciute in un cinema, durante quei cineforum che hanno lo scopo di tener viva la memoria di certi film ormai dimenticati. Quel giorno avevano guardato Il giardino dei Finzi Contini e nel dibattito finale si erano trovate d’accordo sulla narrazione melensa per i loro gusti chiassosi e ritmati. Si erano scambiate i numeri di cellulare, dopo aver concluso la serata a cantilenare sulle bollette telefoniche e la pioggia.

«Domani mattina mi dedichi la partita?»

«No, un game, semmai. O forse un colpo, un colpo solo.»

«E quale? Lo sai che non conosco il tennis…»

«Un pallonetto, love

«Mi piace quando mi chiami love…»

Parlava ancora e si sentì scheggiare un bacio rapace sulle labbra. Poi si scostarono, entrambe, di netto, e scavalcarono le spalle con la paura di aver mostrato troppo di quell’istante.

«Perché non ce ne siamo rimaste a casa mia oggi?»

E un passerotto schizzò da un cespuglio per rientrare nello stormo.


Gli applausi dell’amica la riportarono sulla terra rossa, al qui e ora.

La vide prepararsi al servizio valido per il match point e rispondere con un dritto. Continuare così per un paio di scambi, attaccando poi con una palla smorzata e costringere l’avversaria a venire sotto rete.

La parabola a scavalcare del lob si elevò dolce col fine di scheggiare la terra battuta ma in volo la pallina sembrò suggerire a entrambe qualcosa, prima di concludere la sua lenta discesa al di qua dell’inferriata.

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