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Senza arrendersi (Lucia Colarieti)


Ultimo set, ultimo gioco, l’avversario scende a rete, la palla arriva smorzata a centro campo, il tempo si ferma e si concentra nei muscoli delle gambe per lo scatto fulmineo, frazioni di secondo con il fiato sospeso per dare forza a quella corsa contro la logica, un movimento del polso che nessun manuale potrà mai riportare, le corde incontrano la palla fuggiasca per ricondurla al di là della rete, la direzione impressa a memoria, con le spalle all’avversario, una traiettoria precisa ma necessariamente debole, e la palla ritorna: non è tempo per pensarci o stupirsi, è l’attimo indispensabile per raccogliere e chiudere il match.

Luca ama il tennis perché la sua vita è questo, preparazione e concentrazione, azioni costruite un punto alla volta, giochi persi, partite vinte, disciplina e impegno.

Quella mattina, sul campo per la partita di tennis, il dolore improvviso alle gambe lo aveva costretto a fermarsi. Un colpo a sorpresa cui non era preparato.

«Dobbiamo fare accertamenti» era stato il rimando potente cui aveva dovuto rispondere con forza. Erano seguiti accertamenti, e ricoveri, e altre visite. I medici non riuscivano ad identificare la causa di quel dolore, aveva vagato da uno specialista all’altro, intanto le sue gambe non rispondevano più.

Poi la sentenza: «Non potrà più camminare» e la palla era finita sotto rete, c’era voluta forza di volontà e determinazione per rispedirla all’avversario, una malattia subdola e rara. Raccolse ogni energia per correre contro ogni logica, per non rassegnarsi a una vita da malato, per chiedere cure e dignità.

Combattendo contro gli sguardi pietosi, le frasi di circostanza e la tentazione di rinunciare, Luca aveva deciso di non scoraggiarsi, era tempo di cercare sostegno, di cogliere l’attimo indispensabile al colpo conclusivo: un guizzo geniale e l’amore per lo sport gli dettero l’idea. Aveva chiamato a raccolta i suoi amici e organizzato eventi e tornei, si era esposto, aveva raccontato. Si parlava di lui e della sua malattia, con coraggio spiegava che in campo si gioca da soli, ma intorno a te c’è una squadra che ti sostiene senza la quale non ottieni nessuna vittoria.

Il prato verde scintilla sotto il sole inglese, gli spalti sono pieni, l’energia del pubblico si fa silenziosa e attenta all’avvio del palleggio.

Il logo della fondazione sventola ai bordi del campo, nella prima fila, sulle carrozzine allineate, i volti seguono, a destra e sinistra, il volo delle palline scagliate dai campioni.

Luca, in fondo alla fila, guarda raggiante quei volti. La finale ha inizio e i punti si susseguono catturando l’attenzione, i finalisti in campo conquistano un set dopo l’altro e la tensione sale, si trattiene il respiro. Luca invece finalmente respira a pieni polmoni, è felice, per lui il colpo vincente è già stato giocato e vinto, il suo nome è simbolo della lotta per il diritto alle cure e alla dignità. Ha consegnato a tanti la certezza che la partita non è mai persa, il punto è sempre possibile.

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