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Oscar (Leopoldo Bifulco)


Tutti lo chiamavano Oscar, anche se il suo nome era altro. Ne aveva giocate di partite su quei campi disegnati dritti verso il mare. Alle spalle gli alberi della villa comunale e poi i clacson e il vociare della città. Amava sfoggiare un tennis versatile e spesso brillante. Le sue movenze erano eleganti, quasi cinematografiche, da qui il nomignolo e poi lo sguardo, profondo, sempre fisso sul punto dove sarebbe finita la palla. Stavolta era in finale, occorreva però giocarla questa partita.

Lo attendeva Manolo, un ragazzo con i capelli lunghi, imbrigliati in una fascia rossa, fiato infinito e colpi arrotati, perfidi. Oscar, che nella carriera aveva alternato belle prestazioni a sconfitte incredibili, non era il campione che il suo braccio pretendeva. Il talento aveva preso cazzotti da pigrizia e indecisione, pochi i trofei nella sua bacheca.

Stavolta, per l’ultima occasione, si era allenato con costanza e voleva solo vincere. Aveva studiato l’avversario immaginando una gara in tempi brevi, basata sul servizio e sui colpi di volo per non permettere a Manolo di prendere il ritmo e scoprirsi, poi, stritolato a fondo campo.

Fin qui la teoria, nei fatti finì sotto di un set trovandosi poi a galleggiare nel secondo, in attesa del colpo del ko che la facesse finita, una volta per tutte. Era preso dal suo tic di allineare con le dita le corde a centro racchetta quando fu distratto da un movimento in tribuna.

Non avrebbe mai potuto immaginare l’arrivo di Giulia e pensò tra sé: «Proprio adesso, ma perché?» Non vedeva da settimane la figlia adolescente, un rapporto difficile il loro. Non ebbe il tempo di pensarci che Manolo aveva vinto il gioco e si sedette al cambio di campo a un soffio dalla sconfitta.

Non era stato un buon padre, troppo assente e insensibile, diceva la ex moglie. Però non poteva finire a quel modo, ora doveva solo costruire un futuro da papà. Oscar, che una sola cosa sapeva fare, quel pomeriggio decise di farla al meglio, per una volta almeno.

In alto le nuvole risalivano il mare spinte dal libeccio e la salsedine invadeva le narici, Oscar sistemò con cura il tutore che avvolgeva il ginocchio destro, raddrizzò la schiena dolente e fu pronto. Prima di lanciare la palla per il servizio, uno sguardo in tribuna, la mano sinistra a ravviare i capelli, un profondo respiro e poi la frustata. «Ace!» Urlò rauco il giudice arbitro.

Da quel punto Oscar prese il comando del gioco e non ci fu scampo per Manolo irretito dal repertorio del vecchio campione.

E poi il microfono, gli applausi e le foto con la coppa. Oscar era felice per il successo, soprattutto per averlo ottenuto sotto gli occhi di Giulia. Finalmente si incontrarono e il vincitore abbracciò la figlia e disse: «Giulia, ci sei tu e ho vinto che meraviglia!» La risposta portò scompiglio nella calma giusto ritrovata della sua mente: «Papà, non sono qui per vederti vincere, a dire il vero la scorsa settimana ho conosciuto Manolo e…».

La partita più complicata, per Oscar, era appena cominciata.

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