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Doppio misto (Leopoldo Bifulco)


Da piccolo, per i più, ero Shirley Temple per via di quei riccioli biondi che mi incorniciavano il viso e cascavano sulle spalle. Per fortuna mia madre li fece tagliare presto e, per riscattare la mia mascolinità, mi misero in mano una racchetta. A quei tempi, eravamo nell’altro secolo, un tennista era pur sempre un gentiluomo. Facile a dirsi, provate voi a giocare un doppio misto insieme a una libraia! Era il primo turno del torneo del circolo e avevo invitato Claudia a giocare con me.

Lei, che gestiva un bistrot, forse non aveva capito la delicatezza dell’impegno e aveva ingenuamente accettato la sfida. Vinto il torneo di singolare quell’anno volevo bissare con il doppio misto. Però avevamo di fronte due giocatori navigati e l’incontro cominciò male.

Zero a tre per cominciare e le stavo provando tutte. Avevo chiesto a Claudia di rispondere sul dritto e non funzionava, poi avevo provato con il rovescio ma nulla da fare. Riuscii con un paio di ace e un pizzico di fortuna a tenere almeno il mio servizio ma il set scivolò via.

Per fortuna la serata era dolce e l’aria della primavera mitigava la mestizia dell’incontro. La collina che sovrastava il campo era ricca di limoni e i petali immacolati di zagara piovevano sul campo: stelle bianche sul tramonto a punteggiare il rosso del court.

Claudia aveva negli occhi nocciola i sogni delle mille storie lette e standole vicino percepivo l’aspro effluvio che sprigiona la carta di un libro aperto per la prima volta. Guardavo le sue mani finemente affusolate e, avrei dovuto capirlo che non erano fatte per una racchetta.

La partita correva veloce e provavo a fuggire la disfatta ormai prossima con qualche dritto in controtempo che riuscivo a piazzare all’incrocio delle righe e alcuni servizi che, scagliati con rabbia, scavavano piccole fossette sul terreno. Nulla in confronto alla voragine nella quale, invece, sarei volentieri sprofondato.

Però Claudia mi piaceva, i capelli morbidi e bruni a tratti le coprivano gli occhi e si confondevano con le sopracciglia arcuate, non avrei dovuto certo invitarla a una partita di tennis. Il secondo set se ne stava andando ma rimanevano le nostre conversazioni nelle quali mi piaceva parlarle di me e ascoltare della sua vita, dei suoi mille lavori e di come immaginava il futuro, nei libri che leggeva.

Ancora un rovescio in rete e nella mente una passione comune, delle storie scritte amavamo entrambi l’incipit, quelle quattro o cinque righe che segnano i confini del romanzo e lasciano già respirare il profumo del tutto.

«Gioco, partita, incontro!» Urlò il giudice di sedia e il torneo era già finito. Il sorriso luminoso di Claudia a rischiarare la mia anima, lei era fuori dalle beghe tennistiche e non si sentiva amareggiata dalla sconfitta.

La invitai a cena in quella trattoria con la terrazza appesa sul lago, a farci compagnia la fragranza dei gelsomini che si aprivano alla luna e parlammo, parlammo a lungo quella sera e oltre, anche se non giocammo più doppi misti insieme.

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