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Anteprima poetica - Domenico Carrara


Domenico Carrara: Sono nato ad Atripalda (Av) nel 1987. Mi sono innamorato della lettura già alle elementari, avevo un carattere piuttosto chiuso, quindi fumetti e romanzi erano quasi dei modi di evadere. La poesia, quella non scolastica, l’ho scoperta dopo. Un po’ mi ci sono avvicinato attraverso il cantautorato degli anni ’70, dato che artisti come De André e Guccini hanno fatto spesso riferimenti letterari e da Non al denaro non all'amore né al cielo è quasi automatico trovarsi a cercare L’Antologia di Spoon River. Mi sono affezionato in particolare agli scrittori del nostro Novecento, ai grandi - Ungaretti, Montale ma soprattutto Saba - fino a quelli della seconda metà del secolo, negli ultimi anni in particolare Giorgio Caproni e Andrea Zanzotto. Tra i classici preferisco Leopardi, tra gli stranieri Wislawa Szymborska. Seguo la poesia contemporanea e ne apprezzo buona parte, non credo che le cose da dire siano esaurite perché viviamo in un mondo in continua trasformazione. C’è tanto da studiare, parliamo di un ambito in cui si passa la vita sentendosi dei principianti, però sono convinto che sia qualcosa di positivo provare a seguire le proprie passioni, malgrado tutte le difficoltà che possiamo incontrare.



Siamo dentro impulsi e algoritmi, in una foto in bianco e nero, in un passato contadino. Nasciamo già esistendo da tempo, moriamo senza scomparire, finché dura la luce del sole. Prima di riconsegnare ogni adesso abbiamo il dono di scegliere cosa lasciare a chi viene. Quest’attimo è forse la bellezza, poter fare delle nostre mani strappi o carezze leggere.



Ridere, certo, di ciò che è mortale. Di noi incollati ai giorni come zanzare alla carne. Di tutto quanto s’incontra: pietre e pillole per l’emicrania, ventate improvvise, pullman troppo pieni, verde o cemento, pavimenti, buchi neri. Ridere, certo, e saper continuare incostanti e dubbiosi, a volte convinti che sia notte per sempre o che il giorno non finisca. Mentre la lingua si trasforma a ogni parola pronunciata, scritta, interpretata. E ogni parola vale il tempo d’una diversa sfumatura; in qualunque linguaggio c’è il cielo, tutti hanno un cielo personale. Ridere, certo, d’un temporale passato. Finché si può dovremmo farlo anche per chi non ci riesce. Ridere soprattutto di noi stessi, alla fine dei conti, davanti uno specchio. E immaginarci nemmeno puntini per i passeggeri d'un aereo, ombre fuggevoli viste dal finestrino di un treno.



Pensa tutte le idee che ci formiamo destinate un giorno a perdersi nel semplice verbo dimenticare. Pensa il tuo corpo, questo suo stare aggrappato a un mondo che è pure lui un frammento. Pensa il silenzio: a quando non si trova, a quand’è imbarazzato oppure complice, a quand’è il solo modo per chiedere scusa. Pensa un passaggio, un flusso continuo, piena e fragilità di tutto ciò che siamo, te stesso presente e ricordo sbiadito.


Adesso che combatti con i giorni, la sorte, e vivi lo scorrere tutto è spigoloso. Sarebbe più semplice se dentro noi fossimo privi di ogni ombra o una cosa soltanto. Cammini in un mondo che non va cospirando, segue il disordine. Il nemico sta oltre, è nel tuo stesso sguardo, sei tu il giudicante.



Non so la forma,

non so l’andare,

se il cielo degli angeli

sia lo stesso delle zanzare.


Autunno.

Fermi nei nostri inferni,

le teste sugli schermi

e il sole intorno

a illuminare i corpi

che resistono ancora

all'eterno scomparire

e al dispiacere che fa

- vuoi vivere o solo non morire?



Adesso che tutto sta per esplodere

oppure potrebbe non esplodere,

che c’è il cielo a muoversi piano,

a succedere o non succedere;

adesso che ogni cosa accade

e resta a mezz’aria, immobile,

sentiamo gli scoppi impercettibili

e un singulto diventa un tremito.

È il momento per dubbi e spine,

ora il calore pare immaginario

come la pelle amata o odiata,

come lo scroscio d’una risata;

sa di nuovo inizio o di fine,

è collettivo e pure personale

questo trovarsi in fondo fragili,

il lento riprendere del respirare.

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