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Una corazza di piombo e sangue

Prefazione a Naso di cane di Attilio Veraldi


di Luca Crovi


Tutti si dimenticano dei traduttori. Del loro coraggio, della loro tenacia, della loro capacità di dare voce agli autori. Spesso nessuno li cita né li ricorda. Eppure, se un poeta come Angelo Silvio Novaro non avesse avuto il coraggio di tradurre L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson forse quel capolavoro dell’avventura non sarebbe stato così letto in Italia. Se Charles Baudelaire non avesse dato voce a Edgar Allan Poe, la sua stella non avrebbe brillato subito in Francia. Se Tullio Dobner non si fosse immerso nei romanzi di Stephen King e Sergio Altieri non avesse illuminato quelli di George R.R. Martin e se Alfredo Colitto e Raoul Montanari non avessero dato voce a Don Winslow e Cormac MacCarthy forse questi narratori americani non sarebbero arrivati nello stesso modo al nostro pubblico.



Ecco, immaginatevi che cosa sarebbe potuto succedere se Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Kurt Vonnegut e Hubert Selby JR. non fossero stati tradotti da Attilio Veraldi. Probabilmente avremmo letto con altri occhi e percepito con altro cuore Il grande sonno, Piombo e sangue,L’istinto della caccia, La colazione dei campioni e Ultima fermata Brooklyn. D’altra parte se quei narratori non fossero passati per le sue mani forse Veraldi non ne avrebbe proseguito la tradizione siglando romanzi come La mazzetta, Uomo di conseguenza, Il Vomerese, L’amica degli amici e Naso di cane.

Per scrivere storie noir, pulp, hard boiled bisogna essere stati per strada, bisogna conoscere le città e i personaggi che le abitano. Bisogna sapere lo slang del crimine ma percepire anche le attitudini criminali. Attilio Veraldi conosceva bene Napoli e questo si sente in tutti i suoi romanzi e aveva studiato bene la malavita dei suoi quartieri. Quando decise di scrivere storie di genere lo fece perché sapeva che avevano spessore e valore. «Sono d’accordo sul fatto che troppi noir sono mediocri», scrisse una volta Raymond Chandler in una lettera alla scrittrice Hillary Waugh nell’ottobre del 1955, «ma lo sono anche troppi libri di qualunque altro genere, secondo gli stessi parametri. E non accetterò mai l’assunto per cui a scrivere i noir sono gli scribacchini. Il peggiore di noi dà il sangue a ogni capitolo. Il migliore parte da zero a ogni nuovo libro. Gli scribacchini sono quelli che fanno con facilità cose che sanno che vale la pena fare, e che le fanno per soldi. Nessuno scrittore di noir che ho conosciuto ha mai pensato che quello che stava facendo non valesse la pena; sperava solo di farlo al meglio».

Ecco, Attilio Veraldi non era uno scribacchino, ma è stato a tutti gli effetti uno dei maestri del noir italiano. E che la sua capacità di immergersi nei territori del crime sia altissima lo capiamo subito dalle prime pagine di Naso di cane (1982) dove ci viene presentato Ciro Mele, soprannominato appunto Naso di cane. Lo troviamo in attesa di accettare una nuova commissione in uno squallido e malfamato locale malfamato come il Wienerwald. Un posto dove non gli verrebbe certo voglia di mangiare un panino con il wurstel neanche se lo obbligassero, ma dove gli verrà proposto di accettare l’ennesimo lavoro. Una commissione pagata venti milioni che gli paiono equi per l’omicidio che dovrà compiere a Milano. Soldi che quantificano il valore di una vita umana che gli viene chiesto di recidere nel mezzo della guerra degli Schiattamorti che da tempo ha insanguinato il quartiere di Chiaia.

Ciro non si separa mai da due cose: la sua fida pistola Beretta e la sua Guzzi California. La prima è sempre celata, la seconda in bella vista e Ciro non si vergogna di ammettere: «A me mi conoscono tutti ma nessuno mi ha mai collegato a niente. È la mia forza e la mia specialità». Non può però accettare che anche gli specialisti possano sbagliare, lui che è metodico, preciso e non ha mai sbagliato un colpo. Eppure, dovrebbe accorgersi che il mondo in cui si muove è diventato peggio di una giungla e ha cambiato per sempre le sue regole, anche quelle di rispetto. Lì in mezzo al fango di Napoli è facile che tutti tradiscano tutti.

Eppure lui ha il suo codice d’onore, la sua etica dell’omicidio e la rispetta fino in fondo. Come evidenzierà il commissario Apicella che seguirà le sue gesta, Ciro era uno che «Uccideva perché si trova a uccidere, perché si trovava a far parte dell’impresa generale dell’assassinio, come il dipendente del macello ammazza senza chiedersi perché ha scelto quel mestiere. Uccideva perché non aveva un’anima e la cosa non aveva ripercussioni in lui. Così come era impudente senza volere né sapere d’esserlo. La sua non era una sfida alla legge, era soltanto una maniera d’essere». Proprio per questo a un certo punto si troverà a essere fuori dal sistema e dai giochi e dovrà soccombere: «La sua esistenza è stata segnata solo dalle morti delle sue vittime e dall’odio dei suoi concorrenti. Già, perché l’unica cosa viva in lui era il sentimento d’indipendenza in quel mestiere di morte».

Prima che questo accada Naso di cane venderà cara la pelle, vivrà la sua folle passione per Rosa, dovrà combattere fino all’ultimo respiro per restare sé stesso. Attilio Veraldi, pagina dopo pagina, costruisce la disperata missione del suo antieroe capace di sopravvivere anche ai ganci da macellaio di motociclisti che vorrebbero fargli la pelle. E i lettori scoprono che “piombo e sangue” sono la corazza di Ciro ma anche la sua anima.

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