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FAXIMILE 101 riscritture di opere letterarie

Aggiornato il: mag 26

A cura di: Aldo Putignano

In collaborazione con: Giancarlo Marino




Sulla maniera e l’utilità delle riscritture

Trasportare da una ad altra forma le opere eccellenti dell’umano ingegno è il maggior benefizio che far si possa alle lettere, perché sono sì poche le opere perfette, e la invenzione in qualunque genere è tanto rara, che se ciascuna delle menti moderne volesse appagarsi delle ricchezze sue proprie, sarebbe ognor povera.

(Madame de Staël)

Era un bel giorno di qualche tempo fa quando nel laboratorio di scrittura Homo Scrivens, tra giovani scrittori appassionati, si diffuse un’idea molto semplice, e dunque ambiziosa fino all’eccesso: riscrivere la letteratura di tutti i tempi e i luoghi, modificando la parola degli autori, il linguaggio, lo stile, il contenuto, il punto di vista, il genere, la prospettiva, il tempo, lo spazio, lo sviluppo narrativo, il senso e la morale, il punto e virgola e il punto esclamativo.

Sventolando la lieta bandiera della Riscrittura, questi scrittorucoli hanno dunque preso in mano tanti di quei libri come mai avevano fatto, per leggere e lasciarsi emozionare e poi, come un atto d’amore, riscrivere. Si sono accorti così che il pianeta letteratura aveva tanti luoghi da esplorare e che prima di fare la corsa a lanciare sul mercato testi precotti e idee nove, anzi novissime, si poteva provare a far luce su di essi e raccontarne la magia, con parole nuove.

Leggere, Rileggere, Revisionare: con poche regole e molta fantasia è nato questo libro, un’antologia di riscritture, dove per riscrittura intendiamo una nuova versione di un testo letterario, in qualsiasi genere e modo essa venga alla luce. Ogni riscrittura è introdotta da una breve scheda, in cui è segnalato il testo da cui la riscrittura trae origine e il modo in cui tale manipolazione è avvenuta: come e cosa è stato cambiato. Le citazioni dall’originale sono di regola segnalate dal corsivo.

Essendo un volume dedicato alla scrittura, abbiamo cercato di privilegiare le forme e gli stili più diversi, sia nel leggere che nel riscrivere; non mancano però parodie e caricature, soprattutto quando il testo di riferimento è molto noto. Il canone degli autori riscritti è molto ampio, ma non è esaustivo né mai avrebbe potuto esserlo: di certo non ci siamo risparmiati, al punto da superare perfino il limite delle 101 riscritture indicato in copertina.

Un’antologia della riscrittura non è un libro come gli altri.

È un libro che ti chiede poco e può darti molto, che può essere spizzicato in mille istanti e darti ogni volta una sensazione diversa e intensa, che può farti passare in poche pagine da una selva oscura a un circo equestre, dal mito alla realtà, dalla prosa al verso, alla scemenza, da una terra inesplorata all’angolo di cielo accanto al tuo.

È un libro veloce come i nostri tempi e denso come la nostra storia.

Ed è un libro che vi sorprenderà, perché se io riscrivo un autore non sarà mai come leggere lui, ma se sarò riuscito a coglierne l’essenza, o il fascino, qualcosa di nuovo ti avrò comunicato. Non è una gara fra noi e la grande letteratura: è un tributo al vincitore.

Riscrittura del prologo della Divina Commedia che, riflettendo giocosamente sulla struttura matematica del poema dantesco, ne propone un quesito di geometria analitica.

Valeria Pettorino

Pillola matematica

Questo problema è un inferno!

Sia dato un segmento AB di misura pari al cammino della nostra vita e si consideri il punto medio M di tale segmento. Detto D un uomo di nome Dante, sia D coincidente con M. Sia inoltre il segmento AB tutto contenuto in una selva oscura So in modo che:

"xÎAB xÎSo1

Supponendo che esista una circonferenza C circoscritta alla selva So verificare che la retta via R è esterna a tale circonferenza.

1 Leggi: per ogni x appartenente ad AB, x appartiene a So.


Barbara è una poesia-canzone di Jacques Prévert contenuta nella raccolta di versi Paroles del 1945. Nel riscrivere il suo passo, in prosa, si è cercato di evidenziare come la tragedia collettiva della guerra si nutra sempre, inesorabile e insaziabile, dell’esistenza quotidiana di milioni di persone.

Gianluca D’Angelo

Barbara

Mentre fuori piove osservo Barbara che apre una bustina di zucchero e la versa nel caffè. La ammiro sorseggiare dalla tazzina e fumare in sincrono. Esamino senza fretta il suo ragazzo e penso che non è né alto né basso, né bello né brutto, né antipatico né simpatico, né invincibile…

Mentre mi piove addosso, sollevo un altro corpo a metà e calpesto ancora le mie orme nel fango. Cammino dal campo alla fossa comune, dalla fossa comune al campo, alla fossa comune, al campo, alla fossa comune, al campo, alla fossa comune mentre gli altri soldati fanno lo stesso…

Mentre fuori piove, nel bar sotto il portico capita che Barbara mi dà le spalle e parla con il suo fidanzato. Gesticola e ride. Le fisso gli occhi sulla schiena, sull’impermeabile fradicio mentre lei mi dà le spalle. Mentre io non dico niente…

Mentre ci piove addosso, ci passiamo le mani sporche nei capelli e ci accorgiamo che nella fossa non tutti i corpi hanno la loro testa e succede che lasciamo cadere la gamba di uno vicino al corpo di un altro, oppure due teste rotolano vicino a una mano. Grido serio agli altri di fare più attenzione, poi scoppiamo a ridere…

Mentre fuori piove, capita che sono seduto nell’angolo del bar più lontano da Barbara che mi dà le spalle. Ed è strano perché io non dico niente e invece lei parla e dice cose al suo uomo e io le fisso gli occhi sui capelli bagnati mentre la gente canta, beve e fuori c’è un tuono…

Mentre mi piove addosso, calpesto il fango e a volte scivolo ma mi rialzo e non ricordo cosa devo fare mentre quelli che ci comandano urlano dicendo che lo dobbiamo fare e io faccio sì con la testa…

Mentre fuori piove, nel bar i sorrisi contagiano di calore e tutti fumano e Barbara fuma e mi dà le spalle mentre io fumo, la guardo e non apro bocca. Poi però lei si volta mentre già sorrido…

Mentre ci piove addosso, la prima raffica solleva in aria due di noi e li scaraventa giù tra i corpi nella fossa. La seconda devasta tante volte una schiena e il rosso schizza dappertutto. La terza è solo una grandine di colpi di fuoco, d’acciaio, di sangue che strazia l’aria mentre ci lanciamo faccia a terra e la bocca inghiotte fango…

Mentre fuori piove, nel bar avvolgo Barbara con uno sguardo, mi faccio forza con un sospiro, mi faccio strada con un’intenzione, l’avvicino con una voce, la circondo con una risata, la riempio con il futuro, le asciugo il corpo con un pensiero, mentre la porto via con una frase…

Mentre ci piove addosso, bisogna restare fermi, trattenere tutto il respiro, non far scappare le nostre lacrime, recitare la nostra fine, aspettare che se ne vadano, che si allontanino le frasi cattive, che si decidano a ripartire mentre qualcuno non riesce a non starnutire…

Mentre ti piove addosso, fuori al bar ti proteggo con un desiderio, ti rincorro con tutte le mie parole che invadono il mondo, occupano le piazze, cancellano la paura, disperdono i tuoi dubbi, poi si ritirano e dagli abissi dell’inquietudine viene fuori un bacio mentre ti accompagno a casa…

Mentre mi piove addosso, quelli si fermano, si voltano e tornano indietro e torno alle vie di Brest piene di noi prima che il boato della follia spegnesse le luci della nostra anima e gli aerei torturassero il cielo, mentre quelli ricaricano le armi e si avvicinano…

Ricordatelo, Barbara.


Il Malato immaginario di Molière è una farsa in tre atti e tre intermezzi i cui personaggi, quasi sempre rappresentati come caricature, mettono in scena da un lato la fissazione maniacale e ipocondriaca del protagonista, Argante, che si crede gravemente malato, dall’altro ridicolizzano l’operato dei dottori che se ne prendono cura. La riscrittura, in tema con l’argomento “medico” è sotto forma di bugiardino, ovvero sintetizza i sintomi di Argante, nonché le varie tipologie di dottori e personaggi che gli girano intorno, nello stile dei fogli stampati che specificano la composizione, le caratteristiche terapeutiche e le avvertenze per l’uso del farmaco cui è annesso.

Stefania Di Iorio

Argantìn 1673

Terapia sintomatica degli stati nevrotici apprensivi nei confronti del proprio stato di salute, indicato in caso di imminente visita medica incompetente di professionisti purganti, farmacisti olezzosi o specialisti diarroici.

Principio attivo:

Ipocondria cinica 0,335 g. e cruda disillusione 0,200 g., con l’aggiunta di 0,100 g. di Avarizia pura al 100%.

Eccipienti:

N. 1 prologo e n. 3 intermezzi.

Categoria farmaco terapeutica:

Medicinale farsesco e stravagante.

Indicazioni:

Da utilizzare nei seguenti casi:

ü apparizione sintomatica fantomatica di problemi gastrointestinali, palpitazioni cardiache, dolori di testa, spasmi muscolari, difficoltà di evacuazione intestinale con conseguente costipazione;

ü rifiuto della propria prole a contrarre matrimonio con personale medico.

ü delirio o allucinazione, in particolar modo in caso di certezza che qualsiasi visita medica di routine possa rivelare qualche patologia;

Controindicazioni:

Il medicinale non deve essere somministrati nei seguenti casi:

ü facilità di eliminazione di feci e/o gas dall’intestino senza l’ausilio di enteroclismi;

ü fiducia nelle cure mediche economiche ed efficaci;

ü ipersensibilità a giulebbi di vario genere.

Effetti indesiderati:

Gli eventi avversi più comunemente osservati sono di natura gastro-viscerale posteriore, provocati dalle eccessive introduzioni di sonde nel retto, che potrebbe essere soggetto a gravi fenomeni di infiammazione, che di certo richiederanno costose cure mediche e rari medicinali che potrebbero a loro volta determinare forti reazioni ansioso-allergeniche in altre parti del corpo quali mani, collo, schiena, piedi, arti inferiori e superiori, mento, naso, inguine, gomiti, cuoio capelluto e polpastrelli.

Durante la somministrazione è usuale l’aumento spropositato della cupidigia del coniuge e il proliferare di fenomeni di opportunismo e doppio gioco da parte dei pretendenti delle figlie, nonché degli specialisti di sfiducia. Sono stati riportati casi di stati allucinativi nei quali il paziente crede di riconoscere membri della servitù nei panni dei medici di medicina che li curano.

Precauzioni di impiego:

Il farmaco è somministrabile in qualsiasi periodo dell’anno prima, durante e dopo i pasti, a volte anche durante il sonno. È preferibile l’uso contemporaneo di un cappello in lana ben calato sulle orecchie, di una cameriera sgarbata, di un notaio compiacente, il tutto condito dalle note non suonate da un finto maestro di musica e dalle citazioni latine di un aspirante genero, possibilmente allocco.

Sovradosaggio:

In caso di sovradosaggio contattare immediatamente un’Università e farsi conferire una laurea in medicina.

Revisione del foglio illustrativo da parte di numerosi editori francesi: secoli XVII, XVIII, XIX, XX, XXI.


Il giro del mondo in ottanta giorni è un romanzo avventuroso dello scrittore francese Jules Verne, pubblicato nel 1873. La riscrittura, lasciando inalterati la trama e i personaggi del romanzo, ne propone una riduzione in 80 endecasillabi.

Giuliana Gaudyer

Il giro del mondo in ottanta rime

Phileas Fogg, uomo ricco e riservato,

ha una vita metodica ed agiata.

Ancor la moglie lui non ha trovato:

eppur non tarderà la fortunata.

Licenzia il suo fidato servitore

per l’acqua troppo fredda di due gradi:

il rischio è di buscarsi un raffreddore

se attento non sarai mentre ti radi.

Assume Passepartout come rimpiazzo

francese su per giù sulla trentina:

aria perbene da bravo ragazzo

dotato di buon senso e disciplina.

Al Reform Club del quale il Fogg è socio

lui giunge sempre con gli stessi passi

provvidenziale un dì sarà l’incrocio

con cinque membri forse un po’ smargiassi.

“Rapinata la Banca d’Inghilterra!”

è scritto su un giornale molto noto

“si accorcian le distanze sulla terra:

80 giorni e il mondo giri in toto”.

“Che assurdità!” commentano i compagni

ma Fogg propone loro una scommessa.

Non che pensi a possibili guadagni:

sfidar quei tipi è ciò che gli interessa.

Lui partirà da Londra con un treno

il 2 ottobre intorno alle 21.

80 giorni: piova o sia sereno

rientrar dovrà nel modo più opportuno.

S’imbarca col fedele servitore

ed in Egitto fan la prima tappa.

Intanto Fix, un investigatore,

crede sia Fogg il ladro che gli scappa.

Seppur tra qualche piccolo incidente

partono i due alla volta di Calcutta

sarà la delusione assai cocente:

la linea ferroviaria non debutta.

Proseguiranno in groppa a un elefante

li fermerà la crudeltà di un rito:

per una tradizione delirante

la vedova arderà con suo marito.

Decidon di salvar la bella Adua

e Passepartout si fingerà il defunto.

Spaventa tutti immobil come statua:

sole arderan le spoglie del congiunto.

Hong Kong sarà la tappa successiva,

nave a vapore il mezzo di trasporto.

Vorrebbero lasciar la fuggitiva

ma il parente di lei pare sia morto.

Riparte Mister Fogg con la fanciulla

e Fix arresterà il suo servitore.

Per Passepartout non potrà fare nulla

ma si ritroveranno in poche ore.

Diretti a San Francisco dal Giappone

a bordo di una nave saliranno.

La bella Adua il servo ed il padrone

New York in treno poi raggiungeranno.

Durante il viaggio arrivano gli indiani

e Passepartout di nuovo imprigionato.

Per lui i soccorsi non saranno vani:

verrà dal suo padrone liberato.

Raggiunger Liverpool sarà un’impresa

il tempo stringe e occorre fare in fretta

Così con un aggravio della spesa

l’orario del ritorno si rispetta.

Ma riterranno la scommessa persa

per un errore di valutazione,

saran sorpresi quando viceversa

nei giorni troveran la soluzione.

21 di dicembre era la data

e non il 22 come credeva.

La sua vittoria dunque fu acclarata

e Phileas Fogg sorridere poteva.

Fiero di avere vinto la scommessa,

un’altra fu per lui la gioia reale:

con Adua la romantica promessa

di celebrar con lui il rito nuziale.

Trionfò l’amore in barba alle sterline

e mister Fogg non fu più triste e solo.

Alla felicità si scoprì incline.

E poi si sa: l’amor va preso al volo.


E se, almeno una volta, non fosse lui, Benjamin Malaussène, il capro espiatorio? Cosa cambierebbe? Il memorabile inizio de Il paradiso degli orchi, romanzo di Daniel Pennac, si potrebbe riscrivere più o meno così.

Aldo Putignano

Un diavolo in paradiso

Sono qui, e mi basta meno di un secondo per capire che Lehmann è al lavoro da un pezzo. Sta spiegando alla cliente che è interamente colpa mia. La signora lo guarda impassibile, mentre una muta indignazione si dipinge sul suo volto. Non ce la caveremo facilmente, questa volta. Apro la porta.

Lehmann m’ignora con studiata disinvoltura, sta cercando in ogni modo di trovare una breccia nel volto severo di lei; esclama, nel tono della più sincera solidarietà: «Sono totalmente d’accordo, signora, è assolutamente inammissibile, del resto…»

Mi guarda, ed è pronto a partire: «Del resto, ecco qui il signor Malaussène, vediamo un po’ cosa ha da dire a sua discolpa».

La sua voce ha cambiato registro. Da compassionevole si è fatta velenosa. Il problema è chiaro, almeno quanto la sua soluzione. Ecco, tre giorni fa il mio reparto avrebbe venduto alla povera signora un forno a microonde di ultima generazione. Era in offerta, certo, ma questo non vuol dir nulla. La sera stessa la gentildonna vi ha infornato, prima di andare a teatro, la modesta cena del marito cardiopatico: una cotoletta con delle verdure precedentemente grigliate. Ebbene, circa due ore dopo, quando costui ha provato a estrarre il cibo dal forno, dopo averlo riscaldato, naturalmente, non c’è riuscito: il forno è rimasto sigillato come una cassaforte e per poco, per gli sforzi compiuti, invano, suo marito non è venuto meno. Pover’uomo. Ad oggi, il forno non si è mai aperto. La cotoletta è ancora lì.

Lancio un’occhiata alla signora: da quando sono entrato non ha dato alcun cenno di cedimento. Mi guarda incuriosita, mentre Lehmann mi incalza: «Allora, signor Malaussène» attacca con un sorrisetto dei suoi «naturalmente lei ha una spiegazione per tutto questo, vero?»

Assumo la posa sacrificale: sguardo basso, occhi pieni di angoscia e di stupore, la più viva contrizione che si fa luce sul mio volto da infame. Taccio, così che Lehmann, spaventosamente in piedi, braccia conserte, occhi fissi sui miei, possa continuare: «Il Responsabile del Controllo Tecnico è lei, o sbaglio?»

Certamente no, non sbaglia, e non capisco come sia potuto accadere. Avevo provato io il prodotto, e si apriva e chiudeva regolarmente, certo non avevo provato a infornarci una cotoletta, ma…

«Basta!» mi interrompe il mio capo, e mi lascia lì, a interrogarmi sui misteri del microonde, mentre si rivolge ancora alla signora. La ringrazia per aver sporto reclamo, era una cosa inaudita e non sarebbe passata sotto silenzio. Chiaramente il Controllo Tecnico non aveva tecnicamente controllato alcunché: certo, lavorano tanto, soprattutto in questi giorni, talvolta anche oltre l’orario di lavoro, ma cosa fanno in tutto questo tempo chi mai può dirlo, di certo non il proprio dovere. Può anche capire che per quel che prendono… ma non è certo un buon motivo per tradire la fiducia di chi lo ha assunto, a tempo indeterminato, per giunta. Ma questa volta non l’avrebbe passata liscia. Ovviamente la garanzia resta valida e altrettanto ovviamente il Grande Magazzino le avrebbe consegnato subito un nuovo forno a microonde. Il Grande Magazzino in persona si scusava con lei, e lui, in quanto direttore dello stesso, si sarebbe sentito del tutto responsabile se non avesse dato un chiaro segnale, e non importa, anzi a maggior ragione, se alla vigilia delle feste.

Per cui, con voce ferma riprende: «Quanto ai danni materiali, il signor Malaussène avrà piacere a rimborsarli. A sue spese, naturalmente: provvederemo seduta stante a scalarli dalla sua liquidazione. Buon Natale, Malaussène», ed esausto si lascia sprofondare sulla sedia.

La signora sorride, sembra soddisfatta: non c’è alcun imbarazzo in lei, né alcuna forma di pietà. Ecco, è finita, penso. Il circo leva le tende.

Per qualche istante nessuno si muove, allora Lehmann ci riprova, e discorre amabilmente del mio triste futuro, preannunciandomi il licenziamento dopo dieci anni di carriera, non troppo brillante. Qualche lavoretto qua e là, qualche tentativo pietoso di trovare un nuovo posto stabile, la solitudine, un ospizio e se andrà bene la fossa comune.

Quando gli occhi della cliente si posano nuovamente su di me, io sono in lacrime.

Lei, invece, sorride, e le sue labbra s’increspano ogni momento di più, un tiepido argine a una furia altrimenti incontrollabile.

«E tutto questo per un misero forno a microonde?» esclama improvvisamente.

La speranza torna a riaccendersi. Forse anche la signora ha un’anima, o magari soltanto una paresi, in fondo ognuno esprime commiserazione a suo modo. Un sorriso si apre ad arcobaleno sul volto integerrimo di Lehmann che si gasa, e continua: «Sì, signora, il Grande Magazzino ha il dovere di tutelare i clienti, a qualsiasi costo, e…»

Ma, a questo punto, la signora lo interrompe, e nulla sarà più come prima: «E lei vorrebbe licenziarlo, dopo averlo umiliato in questo modo? Vorrebbe addossare tutte le colpe a questo poveretto e fargli pagare anche i danni? Con ore di straordinario non pagate e uno stipendio da fame, lei vorrebbe metterlo sulla strada dopo dieci di carriera?»

«Non troppo brillante…» prova a replicare Lehmann, mentre deglutisce lentamente.

«Ma lei è un delinquente! Ah, ma questa volta non la passerà liscia! Mi avevano già raccontato di quel che accadeva qui, ma non avrei mai immaginato…» La cliente di un tempo è in piedi, le sue urla arrivano fino al parcheggio. Sbraita, e guarda il direttore con occhi di fuoco: «Ho fatto proprio bene a venire di persona: fino a questo punto! Anni e anni di lotta sindacale, di battaglie infinite per i diritti dei lavoratori, e poi arriva questo direttoruncolo e guardate che si mette a fare! Ma adesso la pagherà per tutti gli onesti lavoratori che ha trattato in questo modo, quanto è vero che mi chiamo Virginie Mallet e mi occupo dei diritti dei lavoratori da quando lei ancora si divertiva a licenziare i playmobil!»

Non sono certo che la respirazione, in un uomo, sia una funzione essenziale. Non lo sono più da quel giorno: il volto cereo, l’assoluta assenza di espressioni, Lehmann era lì, raggelato, fisso sulla sedia come una statua sul piedistallo. E allora, lo vedi che si prova, maledetto bastardo?

«Lei pagherà per tutti quelli come lei: vigliacchi e usurpatori, sempre pronti ad approfittarsi del più debole, come questo povero e innocente Malaussène! Non conosce la Sacra Carta dei Diritti del Lavoratore? Gliela farò conoscere io! E con questi sistemi che vuole gestire un grande magazzino? Ah, ma io le prometto che dopo che avrò finito con lei nessuno la prenderà più in considerazione neppure per il più meschino dei lavori. Altro che direttore capo! Non le darò tregua, e non si illuda di trovar pace in una fossa comune: la rintraccerei anche lì!»

Mi venne da sorridere. Un fiume di pura e semplice felicità che mi passava attraverso, che si incuneava leggero fra i miei tessuti, e mi regalava una sensazione mai provata, quella di poter essere anch’io, Benjamin Malaussène, puro. Ma non potevo, proprio non potevo.

«Signora mi scusi».

«Mi scusi di che?» ribatté lei, era pronta a sbranare il mondo intero se solo glielo avessi chiesto.

«Per questa pantomima… ecco, è una mia idea». E mentre pronunciavo queste parole folli, vidi Lehmann muovere impercettibilmente gli occhi. Era vivo, almeno un po’.

«È per il bene dell’azienda, ma anche per i clienti: si risparmia un sacco di tempo… tutti questi reclami… a che servono poi? Con questo nostro insulso giochetto diamo loro l’attenzione di cui hanno bisogno, e di cui hanno diritto, certamente! E se ne tornano a casa con un prodotto nuovo e la serenità d’animo d’aver compiuto anche una buona azione. Mi creda, signora, tornano a casa felici, e nessun reclamo vinto potrebbe dar loro una tale felicità».

«Cosa sta dicendo?» sillaba la signora. Non capisce. Io sono stato minacciato. Questo è chiaro. E rischio ogni volta un ingiusto licenziamento. E prendo uno stipendio da fame. E.

«Ma non sono mai stato licenziato. E appena il mese scorso il dottor Lehmann mi ha aumentato lo stipendio» concludo, con aria serafica.

Virginie Mallet ebolle. Non capisce. È colpa mia, dunque. Avevo pensato a tutto io, e per far carriera s’intende, altro che il benessere dell’azienda. Quel Lehmann allora non era poi quel fetente matricolato che si raccontava, no, lei non ci capiva più nulla, doveva prendere aria. E se ne va sbattendo la porta, e mentre oltrepassa la soglia con uno sguardo mi riversa addosso tutto l’odio del mondo, e io lo lascio scorrere lieve.

Lehmann e io restiamo soli. Lo guardo, si sta ancora sbrinando.

Mi siedo, lo guardo ancora, poi mormoro: «Siamo una squadra, no?»

Lui annuisce, prova a rialzarsi, ma qualcosa lo riporta giù.

Qualcosa che sale dalle viscere del Grande Magazzino.

È un’esplosione sorda, seguita da urla.


Sei personaggi in cerca d’autore è la più nota opera teatrale di Luigi Pirandello, la prima della trilogia dedicata al “Teatro nel teatro”. La riscrittura indaga nell’animo e nella psiche dei personaggi, con il metodo dell’intervista multipla. Purtroppo la famiglia non ha consentito al Giovinetto e alla Bambina di rilasciare dichiarazioni in quanto minorenni.

Giancarlo Marino

Intervista d’autore

Qual è il tuo personaggio?

Il Padre.

La Madre.

Il Figlio.

La Figliastra.

Quanti anni hai?

Il Padre: 50.

La Madre: 48.

Il Figlio: 22.

La Figliastra: 18.

Stato civile?

Il Padre: Coniugato.

La Madre: Coniugata (e anche vedova).

Il Figlio: Celibe.

La Figliastra: Libera.

Come morirai?

Il Padre: Come l’Autore vorrà.

La Madre: Di dolore.

Il Figlio: Mi farà morire la mia famiglia.

La Figliastra: Impazzirò.

Il segreto per un matrimonio felice?

Il Padre: Far finta di non vedere e non sentire.

La Madre: Non sposarsi.

Il Figlio: L’opposto di quello dei miei.

La Figliastra: Non sposarsi mai.

Hai figli?

Il Padre: Sì, uno.

La Madre: Sì, quattro.

Il Figlio: No.

La Figliastra: Se li avessi, non te lo direi.

Con chi li hai fatti?

Il Padre: Con la Madre.

La Madre: Il primo con il Padre e gli altri tre con il suo segretario.

Il Figlio: Con nessuno.

La Figliastra: Chiedilo a Madama Pace.

Con chi li cresci?

Il Padre: Da solo.

La Madre: Il primo sta col Padre, gli altri tre con me.

Il Figlio: Con nessuno.

La Figliastra: Chiedilo a Madama Pace.

Definisci il rapporto con i tuoi familiari?

Il Padre: Vergogna e rimorso.

La Madre: Dolore e avvilimento.

Il Figlio: Sdegno e indifferenza.

La Figliastra: Si salvano soltanto quei due poveri fratellini, ma gli altri...

Una cosa che non sopporti della tua famiglia:

Il Padre: Mia moglie fedifraga.

La Madre: I dissapori tra i miei figli.

Il Figlio: La loro piccineria.

La Figliastra: L’ipocrisia e la viziosità.

Chi di voi si lamenta di più?

Il Padre: Il Figlio.

La Madre: Il Figlio.

Il Figlio: Io e ne ho ben donde.

La Figliastra: Quel pesantone del mio fratellastro.

Ti hanno mai fatto proposte indecenti?

Il Padre: Sì, la mia Figliastra.

La Madre: Sì, il segretario di mio marito.

Il Figlio: Sono una persona seria, io.

La Figliastra: Ogni giorno.

Ti hanno mai abbandonato?

Il Padre: Sì, mia moglie.

La Madre: No, io sono andata via.

Il Figlio: Sì, mia madre.

La Figliastra: Il mio vero padre è morto.

Hai mai tradito?

Il Padre: Mi hanno fermato in tempo.

La Madre: Sì, con il segretario di mio marito.

Il Figlio: Ho già detto che sono una persona seria.

La Figliastra: Sono infedele per professione.

Ti hanno mai tradito?

Il Padre: Sì.

La Madre: L’ho fermato in tempo.

Il Figlio: Hanno tradito la mia fiducia.

La Figliastra: Non è possibile: sono io il tradimento.

Di’ loro una cosa che non gl’hai mai detto?

Il Padre: Mi vergogno tanto, perdono.

La Madre: Siete tutti figli miei.

Il Figlio: Mi disgustate, ma glielo dico ogni giorno.

La Figliastra: Il mio patrigno me la pagherà.

Cosa manca alla tua famiglia per essere perfetta?

Il Padre: Una moglie fedele.

La Madre: L’unione tra i suoi membri.

Il Figlio: Tutto.

La Figliastra: Mio padre: il segretario.

E a te?

Il Padre: Un paio di corna in meno.

La Madre: Due figli piccoli.

Il Figlio: Una famiglia decente.

La Figliastra: Un altro velo di trucco.

Ti senti buono o cattivo?

Il Padre: Cattivo e me ne vergogno.

La Madre: Ho sbagliato ma ho chiesto perdono.

Il Figlio: Sono nel giusto.

La Figliastra: Non esiste il bianco e il nero.

Vincente o perdente?

Il Padre: Perdente.

La Madre: Perdente.

Il Figlio: In questa farsa i buoni perdono.

La Figliastra: Ognuno fa quello che può.


Le trame di cinque romanzi di Stephen King (in ordine di apparizione nel racconto: La lunga marcia, L’uomo in fuga, Il gioco di Gerald, The Dome, Misery), una saga (La Torre Nera) e un racconto (Il cornicione, da A volte ritornano) in questo universo parallelo diventano dei format per reality show da presentare a un dirigente televisivo.

Gianluca Morozzi

…Intanto, in qualche strano universo parallelo…

Il signor Stephen King si torceva le dita, nervoso.

Non avrei dovuto bere quell’ultimo bicchiere, si disse disperato, Non avrei dovuto bere quell’ultimo bicchiere, ora farfuglierò, non riuscirò a spiegarmi bene, e finirà in un disastro, e dovrò dire a Tabitha che anche questa volta è andata male, che dovremo continuare a vivere con il bambino in quella piccola roulotte, e che ha sposato un fallito, uno che ha tante idee ma che non riesce mai a ricavarci nulla, e

«Eccomi a lei, signor King».

Leland Gaunt finì la telefonata che lo teneva occupato dall’altro lato della scrivania. Gli rivolse un ampio sorriso. «Dunque, signor King. Lei è un giovane pieno di inventiva, a quanto pare».

«Eh, così dicono».

(Si sentirà l’alcool nel mio fiato? Dannazione, mi dovevo proprio fermare in quel maledetto bar?)

«C’è proprio bisogno di nuove idee, di talenti freschi, signor King. Questa rete ha sempre segnato i tempi della televisione: i programmi più innovativi, le idee che lasciano la concorrenza a bocca aperta! E invece mi ritrovo questi soliti mestieranti… mi propongono dei format che non sono altro che varianti delle solite cose, le stesse robe trite e ritrite. E come si chiama invece il suo format, signor King?»

«La lunga marcia».

«La lunga marcia. Interessante. Me lo esponga».

Prese un profondo respiro. E se avesse iniziato a balbettare? No, no, doveva stare calmo, stare calmo…

«Cento partecipanti. Devono marciare mantenendo un’andatura costante di quattro miglia all’ora. Chi rallenta il passo per qualunque motivo, viene ammonito. Se si marcia regolarmente per un’ora, l’ammonizione viene cancellata».

(Ok. Era riuscito a dirlo abbastanza chiaramente.)

Leland Gaunt lo guardò, in attesa di altro. Poi chiese: «Be’? E poi?»

«Poi cosa?»

«Quanto dura la marcia? Dov’è il traguardo?»

«Ah, ecco. Mi scusi. Ci stavo arrivando. Non c’è un traguardo, perché dopo tre ammonizioni si viene eliminati. Vince l’ultimo rimasto, quindi il gioco può durare giorni interi».

«Aspetti. Devono marciare giorni interi senza mai fermarsi? E come fanno per dormire, per i bisogni… come dire… corporali?»

«Ma è questo il bello, no? Sono tutti nelle stesse condizioni… quello che ha imparato a marciare dormendo o ha rinunciato meglio degli altri al sonno, quello che ha imparato a dominare al meglio i propri, come li ha chiamati lei, bisogni corporali, vince. Gli altri vengono eliminati. Ovviamente tutto questo in diretta tv, perché accanto ai carri armati ci saranno delle troupe televisive…»

«Aspetti. Carri armati? Quali carri armati?»

«Eh, per l’eliminazione. Dopo le tre ammonizioni».

«Cioè… lei mi sta dicendo che bisogna… ammazzare i concorrenti

«Sì! Questo è il bello del mio format. Dopo tre ammonizioni, pam, una mitragliata, e via. Fuori dalla Lunga Marcia!»

Leland Gaunt aggrottò la fronte. «Uh, interessante, ma forse, non so, come dire… un po’ forte».

King iniziò a sudare ghiaccio. Ecco! Stava per fallire di nuovo! Stava per essere congedato, rimandato da sua moglie a mani vuote…

Eppure aveva tante idee, così tante idee, non gli stavano in testa, quelle idee… Se solo fosse stato capace di scrivere. Se solo fosse riuscito a diventare un romanziere… ma si ricordava la faccia di Tabitha quando le aveva dato da leggere il manoscritto di Carrie, quell’azzardo di romanzo… e l’umiliazione quando lei, senza un commento, l’aveva buttato nel cestino, a morire tra la cenere delle sigarette.

«L’uomo in fuga» aveva sparato King tutto d’un fiato.

«L’uomo in fuga? Cos’è? Un altro format?»

«Sì. In pratica, il concorrente deve scappare per trenta giorni. Viene braccato da uno squadrone addestrato di Cacciatori, ma può dargli la caccia anche un qualunque cittadino, in cambio di una ricompensa. La faccia dell’Uomo in Fuga è dappertutto, su ogni schermo televisivo. Se il concorrente riesce a nascondersi per trenta giorni, guadagna un miliardo di dollari. Altrimenti, prende cento dollari per ogni ora in cui rimane in vita. Soldi che vanno alla famiglia, dopo la sua…»

«La sua…?»

«Be’, morte. Se non arriva alla fine dei trenta giorni…»

«Ma… ma…»

«Ovviamente, durante questo mese il concorrente può travestirsi, procurarsi armi, cambiare stato… capisce, gli dà la caccia tutta la nazione, in pratica!»

«Ma… ragazzo, lei è un po’ sadico, se lo lasci dire. E poi ricorda un po’ quel gioco che facevamo qualche anno fa, La settima vittima. Non so se…»

«Ne ho un altro! Ne ho un altro! Si porta una donna in un cottage isolato, la si ammanetta alla testiera di un letto e la si lascia lì. Su un comodino ci sono le chiavi delle manette, sull’altro un bicchiere d’acqua, ma ovviamente la catenella è troppo corta, e intorno a lei ci sono un killer cannibale, un cane randagio e un, be’...»

«Un?»

«…cadavere. Ai piedi del letto».

«Un cadavere. No, guardi, mi spiace, ma lei, veramente…»

«Aspetti! Aspetti! Non mi mandi via! La Cupola! Si intrappola un intero paese sotto una cupola trasparente, senza avvisare nessuno, da un giorno all’altro, e si vede quello che succede all’interno…»

«Una cupola trasparente? Da un giorno all’altro? Ma i costi…»

«Si chiudono in una casa uno scrittore di best-seller e la sua più grande fan, si rivela alla fan che lo scrittore ha appena ucciso il suo personaggio preferito, e…»

«Signor King, la prego…»

«La Torre Nera! C’è questa grande torre dalla quale partono sei strade chiamate Vettori. Ogni Vettore ha due guardiani, e i concorrenti…»

«Signor King…»

Il signor Stephen King, disperato, guardò fuori dalla finestra.

C’era il vento, fuori. Due piccioni con i loro piccoli.

Un cornicione…

E allora, una frazione di secondo prima che Leland Gaunt lo congedasse in modo cortese ma deciso, sparò l’ultima carta.

Un’ora dopo era per strada che si accendeva una sigaretta, felice. Il tempo di calmarsi, e avrebbe potuto telefonare a Tabitha.

Roba da matti: aveva trascorso settimane, anzi, mesi a elaborare corposi format complicatissimi, e alla fine gli avevano accettato un’idea improvvisata sul momento. Un’idea semplice semplice: il concorrente deve circumnavigare un palazzo altissimo camminando su un cornicione largo tredici centimetri. Tutto qua.

Sì, pensò: cominciamo da qui, da questo giochino facile, e poi mi farò un nome e potrò proporre qualcosa di più complesso.

Per esempio: c’è un grande albergo isolato con una famiglia dentro, e delle strane presenze nelle stanze…

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