Anteprima Poetica - Francesco Papallo


Francesco Papallo è nato nel 1987 a Napoli. Alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati nella rivista di Elio Pecora “Poeti e Poesia”, nella rivista “La clessidra” all’interno di una rassegna dedicata ai poeti campani, nella rivista “Atelier”, nella rivista “Kairos”, nella rivista “Mosse di Seppia”, sul blog “ItaliaMagazine” curato da Antonietta Gnerre, su “Transiti poetici” di Giuseppe Vetromile, su “Poetrydream” e nell’antologia “L’assedio della poesia 2020” curati da Antonio Spagnuolo. È risultato tra i finalisti della IV edizione del Premio Poesia a Napoli. Alcuni dei suoi articoli e racconti brevi sono apparsi sul “Manifesto” e sul “Mattino” di Napoli.


Di casa in strada


In superficie torni per un attimo e socchiudi le palpebre alla luce. Procedono a sbalzi e ad incagli i tuoi piedi concavi da orso giocoliere. Le risa sguaiate dei compagni ti inducono al silenzio, ed è il silenzio la tua vera casa anche se vivi come gli altri da paguro in conchiglie di pezza e di cartone immerse nell’afrore del piscio secco. Per intuire oltre la maschera incistata qual è il motore immobile del dramma, mi avvicino, porgo due monetine e in cambio ricevo un saluto che raschia le mie cellule morte… Lo sento netto quel palmo abrasivo scartare il guscio e prendere il gheriglio all’ingombro di ciarpame che ho nel cuore.


***


Si fanno radi i passi incontro al mondo. La mano sbanda sulle pareti lisce, poi torna a compulsare il profilo degli oggetti.

Dov’è il varco sul loro fondo inedito, il risucchio nell’altra dimensione?

Siamo stormi impazziti per sete o per rumore accanto ad un rigagnolo di luce. Ma procedere a tentoni, sentire la tagliola e la carezza – non sapere quale incide più a fondo – è la scommessa anarchica che punta sulla vita. La vita che ti chiama “vieni bambino, da bravo fachiro, sopra un tappeto di cocci di vetro c’è un pacco vuoto di sigarette: ricavaci un volto, un nome preciso da quel macabro sfoggio di organi malati.”



***


Vigilia

È la notte che recluta le stelle

ed ogni luce esclamativa piega

ad un vagito scabro e dirompente.

La notte che confonde il dono, il debito, l’eredità,

è fatta per il corpo che si spoglia e si rimargina

al calore generato da dentro;

ma la vera nudità non prova a ricucire –

appartiene al coraggio che si staglia preciso

contro l’alone del destino.

A quest’amore che non vuol dire niente

ma significa in te quel che io sono

prima della nascita.


***


Ho trovato l’amico più randagio

anche se ormai costretto alla sua cuccia d’ospedale.

Non so se gli fa bene riconoscermi,

se il suo corpo – che adesso rinsecchito

sguscia fuori dal gesso – teme o desidera un contatto,

se ricorda il padre aprire disperato tutte le voliere

dopo che il falco fece strage di tanti cardellini.

Dice: “Ricordi, le fionde più belle erano le tue.

Insieme eravamo il serafico e il sulfureo.”

Si risponde da solo annuendo,

mentre solleva furtivo il materasso

e carica un fucile invisibile;

dice “questo è per la civetta che non mi fa dormire,

quest’altro invece per la prima rondine

che mi attraverserà la mente.”


***


Dentro la foresta e fa già buio.

Ti sembra quasi di essere nudo

all’acume di sensi sconosciuti.

I pensieri non vengono a intercedere:

puoi leggerli al contrario e ammirarli

come esili motivi di trina.

Rumori secchi tagliano i tuoi passi.

È la muta dei palchi.

Un cervo salta, scuote la testa

e incorna i tronchi più robusti.

Il suo profilo sfuggente

diventa inaspettatamente volto.

A lungo vi scrutate in candore,

in un vagheggiamento senza scampo.

Niente paura in quegli occhi

ma come un’estasi interrogativa.

Cadi in ginocchio e chini la testa

mormorando “perdonami il disturbo”

mentre s’allontana a passo languido

verso la torbiera. Lì trovarono la pace

soldati e cavalli della prima guerra,

lì i bambini, dissuasi invano dal rischio,

sorprendono ranocchie e salamandre,

la vita anfibia che presto comincia

a sedurli e ad avvizzirli.

Lì disperderai, come da giuramento,

le ceneri assetate di tuo fratello.


***


Come siamo radiati dall’ascolto,

tutta la storia è al macero nell’incubo,

tutta la vita assedio.

Perché non ricordiamo

quando vicino al mare e a un fuoco vivo

si faceva il silenzio della fiaba

sentita mille volte e sempre nuova?


Adesso il nostro unico rifugio

scorre via

riverbera lontano

ritorna sottopelle.

Piangi quanto vuoi, poggia qui la fronte:

non sai quanti colori hanno le lacrime

per vestire un amore appena nato.




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