Un viaggio allucinato e grottesco fra le ossessioni della scrittura. 

Romanzo epistolare atipico. Dove non ci si scambia delle lettere, com’è d’uso, ma tutti scrivono a un certo Lorenzo, personaggio misterioso, il quale non risponde e anzi, dopo un certo tempo, cestina le lettere ricevute. Che vengono però trovate da un incauto quanto improbabile filologo il quale, dopo averle emendate e tagliuzzate per il solo piacere di farlo (o per andare incontro ai gusti del lettore) decide di pubblicarle. 
Dalle lettere emergono nomi, si delineano personaggi, si profilano intrecci: e così attraversiamo tutti i generi della narrativa, da un quasi romanzo giallo dal sapore ottocentesco (dove il commissario indaga senza che sia stato commesso alcun delitto, «per anticiparmi i compiti»), a una narrazione neo-verista, opera di uno scrittore che vuole raccontare «solo la realtà, grazie» (e che per farlo inizia a pedinare un suo ipotetico personaggio), con qualche storia buffa e altre dal sapore amarognolo. C’è chi vorrebbe uccidere tutti (almeno per fiction) e chi cerca ancora l’anima gemella; c’è chi pensa che il futuro dell’umanità si sia incarnato in un frigorifero; c’è una donna che si chiama Armida, che scrive a Lorenzo come se lo conoscesse meglio di chiunque altro, e chi dice che scrivere fa male, e forse è proprio così.



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