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  • Homo Scrivens

A cosa servono i corsi di scrittura?


di Aldo Putignano


Non c’è nulla di più importante al mondo di un laboratorio di scrittura.

Dopo anni e anni di tumultuosa attività, in diversi ruoli, con diversi obiettivi, sono alfine approdato a questa granitica convinzione: non c’è nulla di più importante per un essere umano (e forse non solo, ciò andrebbe sperimentato con maggior convinzione) di un buon laboratorio di scrittura.

Buono, certo: su questo occorre misurarsi, non c’è dubbio. Corsi e laboratori si moltiplicano come giovani conigli (forse perché consapevoli della loro importanza) e vi rientrano ormai per consuetudine i semprevalidi consigli del vecchio maestro all’uditorio adorante e gli incontri clandestini di grafomani impenitenti che raccolti in circolo espiano e fanno espiare i propri peccati letterari. In effetti, dir cosa è “buono” in genere non è facile né aiuta a comprendersi: buono per chi, per cosa? Meglio accordarci allora su cos’è, cosa non è, un laboratorio di scrittura e lasciare il giudizio di valore a chi se n’interessa (e ben fa a interessarsene).

Un laboratorio è, secondo etimo, un luogo in cui si lavora.

Un laboratorio di scrittura è pertanto un luogo ove si lavora sulla propria scrittura.

Qualcuno osa pensare che lavorare non serva? O che sia addirittura la scrittura, sacra o divulgata che sia, a non avere cotanta importanza?

Improbabile che lo pensiate, anche perché questo breve intervento non si rivolge agli stolti.

È forse allora l’ambiguo concetto di “scrittura creativa” che invoglia al mistero e al dubbio? Eppure la formula non è che una formula, che potrebbe essere espressa in vari modi, e io a tal proposito seguirei questa declinazione: “scrittura a fini artistici”. Vogliamo ora dilungarci sull’utilità dell’Arte e altre amenità di questa risma? Bene, ma non oltre il tempo di un pensiero, di più sarebbe troppo. Perché il fine artistico (che non assorbe del tutto ma in cui trova massimo spazio l’invenzione – intesa come trasformazione di un bene di natura non apparente – di “prodotti umani” che corrano al di là dell’immediata necessità contingente) è quanto rende l’umano più umano, illudendolo di una superiorità che si basa su un patrimonio non comunicabile e forse destinato a sparire, ma che pure è tutto ciò che ci appartiene per davvero. È quel che differenzia l’uomo dalle bestie, direbbe qualcuno con abusate formule, e forse ciò spiega la scarsa partecipazione di tanti nobilissimi animali ai nostri laboratori di scrittura. Ed è una differenza che perfino l’uomo comune (quindi non tu, l’uomo comune è sempre un altro) potrebbe non cogliere, e forse ciò spiega la scarsa partecipazione di tanti uomini comuni ai nostri laboratori di scrittura.

Scrivere è comunicare anche oltre un’immediata esigenza di comunicazione diretta: non è la cosa più importante al mondo? E per quel che riguarda la stessa idea di “mondo” non possiamo che attenerci a questo: certo siamo polvere, cenere, materia (quel che preferite), ma almeno possiamo dircelo.

In un laboratorio si lavora tutti insieme, ci si confronta, si studia, e quest’ultima è la cosa più preziosa, perché tutti i segreti della parola scritta sono nelle opere di chi l’ha scritta prima di noi, e l’intelligenza nutrita dall’esperienza e dal confronto vale più del talento, parola di moda, perché piegata a significati facili, improbabili.

Si studia e si lavora per un fine artistico, e qui un’ultima cosa poi vi sguinzaglio: il fine è più importante del risultato, ed è la nobiltà e la perseveranza rispetto al fine che rende “buono” un laboratorio di scrittura. Almeno io la penso così, poi però ci si confronta.

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