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La vita ai tempi del virus - XVI parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens



Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.

Quando è iniziato il lockdown devo ammettere che il senso di disagio interiore non mi ha colto nell’immediato. Ero in un periodo di lavoro molto intenso e per le prime due settimane il rallentare dello scorrere del tempo mi faceva comodo. Poi giorno dopo giorno la fissità del vivere tra quattro mura ha iniziato a salire a galla. Un vorace gorgone interiore si è fatto strada e così l’inquietudine ha preso il sopravvento. Io vivo a Pozzuoli e come tutti ben sanno la cittadina è sede della Casa Circondariale Femminile. Avevo già avuto un breve contatto con A., avevo letto alcune note della sua autobiografia, ci legava da lontano il nostro amore per la lettura e la scrittura. Ma che cos’è la libertà? Ecco che nasce l’idea di chiederlo a lui.

Il sottile senso della libertà

1. Caro Angelo la prima domanda che mi viene da porti è la seguente: Come hai vissuto la costrizione domiciliare di coloro che vivono liberi imposta dall’attacco del virus?

2. La libertà ha un sapore, hanno cercato di descriverlo centinaia di scrittori, per te cosa rappresenta?

3. Abituarci a cambiamenti di vita così drastici per noi che non viviamo la realtà carceraria è stato uno shock molto forte, per te capire che avevi momentaneamente perso la libera circolazione personale cosa ha rappresentato?

4. Credo che tu abbia la possibilità di guardare la tv, come ti appaiamo?

5. La notte è sempre il momento del giorno in cui raccogliamo i nostri pensieri, io che anche tu usi la scrittura per esprimere ciò che hai dentro, come è la notte nella tua stanza?

6. L’istinto di sopravvivenza è insito nell’uomo, anche la capacità di adattamento la costruiamo e la trasformiamo per il principio di cui prima, che capacità ha raggiunto il tuo?

7. Lo scopo del tuo passato delinquenziale era rivolto a cosa? Al potere dei soldi, per una sfida personale, per dimostrare a te stesso che eri capace, per emulazione?

Ti ringrazio Angelo., spero di scrivere qualcosa che ti piaccia e il rinnovarsi di queste comunicazioni spero ci portino a qualcosa di buono.

Ho atteso un mese, la procedura per intervistare una detenuta deve seguire un iter preciso e concordato con il Ministero di Giustizia. Finalmente lunedì 27 aprile è arrivata e dopo una settimana Angelo mi ha risposto. Ho cercato di riportare le sue riflessioni rispettando lo stile e il contenuto.

L’istinto di sopravvivenza incombe sull’uomo perché in realtà proveniamo dagli animali; pertanto è radicato in ognuno di noi. È un istinto primordiale, senza dubbio si adegua alle capacità di adattamento, a volte viene applicato per forza maggiore; la sopravvivenza è un istinto pari al senso del vivere. L’adattamento nasce da una crescita interiore sostenuta dalle esperienze vissute. La mia capacità di adattamento è nata e cresciuta in maniera smisurata, ho vissuto la mia vita seguendo un ritmo elevato, dovevo bruciare le tappe del percorso, non potendo godere dei passi necessari. La detenzione mi ha obbligato a acquisire un principio costruttivo nei confronti della vita, sono convinto e focalizzato sull’idea che nessun male viene per nuocere. Grazie a esso oggi non sarei quello che sono.

La realtà non è esattamente la cosa giusta. Ma voglio svelarti un mio pensiero, credo di averlo acquisito in tutto questo tempo, il concetto sulla privazione della “libertà esterna”. Mi sono accorto che non è solo al di fuori delle quattro mura, nel mondo libero, la vera libertà è quella che si costruisce con sé stessi. Liberi da tutto e da tutti. Forse non si potrà mai realmente descrivere questo fenomeno così possente e indipendente. La libertà per me consiste nello sbarazzarsi delle cose invisibili, intoccabili, l’essenziale è sentirsi liberi con sé stessi.

La chiusura così improvvisa della libertà di circolazione ha sicuramente provocato uno shock drastico. Ma la vostra realtà non è così diversa da quella carceraria. Nel senso che un’abitazione è un luogo dove siete costretti a rinchiudervi, certo dotati di tutti i comfort. Siete costretti a seguire un iter quotidiano. Ciò che vi ha distrutto è perdere l’autonomia, ma per noi carcerati la cosa più importante è il rispetto della privacy. Quella intima, quella sentimentale, non avendo diritto a un piccolo spazio. Questo si che è drastico! Isolati dalla vera realtà, voi che siete fuori rappresentate l’unico contatto con quello che accade lì fuori.

La mia biro sfila questo foglio come una Ferrari, segue la pista da sé permettendomi di urlare al mondo senza emettere un suono. Vuoi sapere come appare la notte nella mia stanza? “Interminabile”. Purtroppo personalmente non riesco a riposare, il silenzio mi appare come un urlo. Lì seduto o sdraiato, inerme, riesco a sentire il palpitare dei cuori delle mie Cancelline, i loro respiri come soffi di vento sfiorano il mio volto. Affacciandomi alla finestra il mio sguardo si perde seguendo l’orizzonte del paesaggio, della libertà, così fermo mi sembra un dipinto fantastico; segue sfaccettature indescrivibili, i colori ben marcati. Immagino di sorvolarlo cadendo nel vuoto. La notte è un momento di pausa, dolce e amaro, immagino di sentirmi abbracciare da persone invisibili. Le loro estremità così deboli sembrano cercare il mio sostegno. A volte mi appaiono forti quasi mi cullano, mi danno conforto.

Il sapore della libertà? Ogni minimo gesto come quello di assistere alla visione di un film può rappresentarla, ma per me la libertà non ha un sapore. Per me è vita o il “niente”. Dico niente perché ti rendi conto di quanto sia importante quando l’hai repressa per qualcosa che non aveva valore.

Il messaggio che vorrei passasse è il seguente: speriamo che le mie parole portino qualcosa di buono nelle persone e nella società. Ognuno deve avere l’opportunità di una giusta elaborazione dei pensieri, di sconfigger le paure fino a raggiungere alla possibilità di cambiare. Se credi possa accadere nulla è perduto.

(Intervista di Paola Iannelli)

Non saprei cosa aspettarmi domani: già domani.

Da domani 4 maggio si potrà USCIRE, con le cautele di distanziamento, con le mascherine, ma come sarà domani?

Il mio non tanto diverso da ieri… io sono sempre la stessa, senza timore, ma accorta e rispettosa delle regole, quindi uscirò per le necessità, per incontrare i congiunti più cari, anche se non potrò abbracciarli.

Dunque continuerò a fare la fila per la spesa – un’esasperante seccatura -, non potrò ancora servirmi di un’estetista – e vai con l’arte dell’arrangiarsi -, mi destreggerò con acconciature improbabili – il capello corto non si può trascurare -, cercherò di fare ginnastica in casa e qualche breve passeggiata all’aperto – la bilancia infatti non fa sconti.

Ancora non potrò riposarmi nella mia casetta di montagna, non potrò tornare a marcare il cartellino - non si pensi che lo smart working sia il massimo.

Non potrò ancora sentirmi libera, per davvero!

(Simona Vassetti)

Imbarazzi

Fin da ragazzina ho sofferto di una difficoltà: non sapevo mai dove mettermi.

A qualcuno potrebbe suonare molto strano, ci sono tante persone che non sembrano porsela la domanda, io invece, forse per l’educazione un po’ restrittiva dei miei genitori, forse per il fisico che non passa inosservato, ho sempre avuto il timore di disturbare, di essere fuori posto.

Dove mi metto quando entro in una stanza, quale poltrona occupo in uno spettacolo, faccio un passo avanti o indietro nella folla, entro in banca e non so dove è la fila, il posto a un tavolo in pizzeria, le braccia mentre cammino con le amiche, accostarmi a un gruppo, tormenti della mia adolescenza e gioventù. Da adulta, naturalmente, ho mitigato alcune circostanze e in genere conosco il mio posto anche se tento sempre di non dare fastidio e non farmi notare.

Ieri tutto questo disagio è tornato prepotente.

Sono uscita per la prima volta dopo l’emergenza, a parte la spesa e le visite a mamma che non contano.

Una visita medica programmata, un grande centro polispecialistico, vetri, corridoi luccicanti, luci soffuse, silenzio. All’accettazione la signora in rigorosa mascherina verde mi ha puntata con un termo scanner. «Si fermi!», come sotto la minaccia di una pistola mi sono bloccata e lei, con sguardo truce, mi ha indicato la striscia gialla che avevo inavvertitamente superato. «Signora! Rispetti le distanze!»

Ho mormorato delle scuse facendo dei passi indietro e si è impossessato di me un adolescenziale timore di sbagliare, da quel momento mi sono aggirata guardinga, facendo passi controllati quasi senza respirare. Non ho osato muovere le mani, le braccia, seguivo ossessiva la striscia gialla e a ogni muso mascherato mi paralizzavo in attesa di istruzioni.

«Signora firmi là», una sfuggente voce di un’assistente che si è dileguata mentre parlava.

Là? Dove?”, non vedo fogli, non vedo penne, solo un banco da accettazione desolatamente vuoto.

«Lì, su quel vassoio» incalza la mia persecutrice facendomi sentire cretina.

Pad, si chiama pad” avrei volute dirle, ma quando ne avessi recuperato le facoltà.

«Con il dito» mi intima.

Con il dito?” Che significa con il dito? Penso guardandomi la punta dell’indice.

«Con il dito, come se firmasse con il polpastrello».

Come se”, a che gioco giochiamo, io non ho mai firmato con il polpastrello, penso mentre comincio a sudare sotto la mascherina!

Provo, per accontentarla e non attirarmi ulteriori strali, ma vedo sullo schermo del suo tablet formarsi uno strano ghirigoro. Mi fermo e ci penso un attimo, forse è meglio mettere la sigla. “Sì, decisamente meglio”.

«Si segga là, su quella sedia» obbedisco di nuovo preda dell’imbarazzo adolescenziale, su quella sedia. Potrò appoggiare la schiena? Posso prendere il cellulare?

«Signora paga in contanti?»

La mia aguzzina mi toglie da un imbarazzo per farmi piombare in un altro, prendo il bancomat e scopro che la sedia è a una distanza tale dal banco che mi devo mettere sulla punta e sporgermi. Io sono lunga, una donna di statura normale che fa? Si alza forse?

Mi allungo per digitare il PIN, «No signora, lo prenda in mano il tastierino».

Ok, ormai ho smesso anche di chiedermi il perché, digito ma da brava adolescente sbaglio. Lei non prende nemmeno in considerazione di farmi riprovare, mi chiede i contanti. Apro il portafoglio le porgo le banconote e ringrazio la sorte di non dover aspettare il resto. Signora si metta qua, vada di là, più indietro, si fermi. A ogni comando mi sento sempre più ingombrante.

Per fortuna il medico mi ha visitata da vicino, almeno qui quasi tutto normale.

Quando finirà questo delirio?

(Lucia Colarieti)

Covid

Come affrontare questa fase 2?

Intanto ci siamo già dentro, la stiamo vivendo in uno stato di confusione, di insofferenza misto a tristezza, poi la paura del contagio continua, e la via d’uscita? Neanche l’ombra. La soluzione non può essere improvvisa. No.

Quando tutto si è fermato, arrestato, in tutto il mondo per un virus letale, in quel momento la morte ha colpito molti, troppi e sfiorato in tanti e minacciato ancora altri, compresa me: adesso, si vorrebbe dimenticare la paura.

Le abitudini sono alterate, il tempo sembra essersi fermato mentre scorre e non sappiamo cosa vivremo; forse è il momento di abitare questo tempo della paura, questo tempo della transizione, mettendo alla prova il nostro senso di responsabilità individuale e collettivo? E abitando il tempo dell’incertezza che forse riusciremo a trovare una nuova energia che ci dà la forza di sostare di fronte all’indefinito, senza voler trovare una soluzione a tutti i costi; per adesso la soluzione non c’è, il vaccino non c’è, la cura è incerta e bisogna accettarlo e questo ci rende fragili.

E intanto?

Intanto le istituzioni, la Politica? Di concreto cosa dicono?

Gli esponenti della Politica esprimono il nulla: e credo che continueranno a farlo ancora per molto, a oggi nessun politico ha espresso pensieri grandi, pensieri provenienti da menti creative, nessuno ha espresso grandi parole all’altezza del dramma che stiamo vivendo. Ci arrivano solo piccoli pensieri.

Io credo che finché la politica non impari dall’Arte, dal pensiero creativo, a trasformare il dolore, le ferite in poesia, difficilmente vivremo una vera trasformazione. Finché la Politica non riuscirà a dare l’esempio di come immaginare una stagione inedita, nella quale il cambiamento non sia vissuto come un pericolo dell’ordine costituito, ma come una grande possibilità, non ci saranno grandi speranze di salvezza. È terribile pensare così…

Vorrei persone capaci di diventare umane, commoventi, misteriose e persino poetiche, che cerchino soluzioni per la rinascita collettiva a cominciare dalla scuola. Solo menti creative riusciranno a realizzare alternative degne di essere vissute e quando questo avverrà, grideremo al miracolo.

Queste sono le mie riflessioni, quelle di una madre, e mentre sono in casa ad accudire le figlie che intanto, nelle loro stanze, sono in videochiamata con gli insegnanti a sperimentare un nuovo modo di studiare, costrette dalla pandemia ad accettare di non vivere il proprio tempo, mi accorgo con sollievo che le mie figlie e tanti giovani come loro, con disinvoltura si adattano alle alternative, si impegnano e a volte si divertono persino e riescono a sentirsi uniti, grazie ai media. Credo che per loro, “i giovani”, la prova sia già ben superata e per me invece, non so, forse non so nemmeno di essere di fronte a una prova!

Questi i miei pensieri mentre seduta al mio tavolino in giardino, mi impegno a scrivere qualcosa per il reportage “La vita ai tempi del virus”, ed ecco da lontano che arriva il gatto arancione che dal giardino pubblico qui vicino attraversa la strada poco trafficata in tempi di virus, per venire a sdraiarsi qui e poi dopo un po’, con un portamento regale passeggia per il vialetto, lo so, mi cerca e infatti si ferma quando gli vado incontro, mi guarda e aspetta che gli dia un po’ di cibo che dignitosamente apprezza, mentre io mi allontano, tanto lo so che ritornerà domani. Non gli ho dato ancora un nome, potrei chiamarlo Covid, giusto per ricordarmi che in questo periodo, il bellissimo felino ha reso alcuni momenti, di queste giornate, profondamente umani e misteriosi, e intanto che il tempo si è dilatato, sento la necessità di voler abitare questo tempo dell’incertezza con la disinvoltura del gatto arancione: Covid, che da domani così chiamerò, perché lo so che ritornerà a farmi compagnia.

(Anita Napolitano)

Aggiungo a Galilei

Domenica strana silenziosa un po’ grigia color topo che fugge non è inerte il topo sguscia s’infila si inoltra spaventa disgusta è intraprendente sfacciato come Mario che ammicca ogni volta che passo: è fastidioso ma che vuole? Non mi piace certo che mi piace qualcosa qualcuno ah il solletico dell’anima ma quale anima? Il solletico è al corpo sì Galilei nel 1632 più o meno le date non sono mai state il mio forte puntualmente mi scordo i compleanni come mi irritano quelli che se li ricordano sempre fanno i primi della classe preparati e perfettini con il corpo fermo sul podio a prendersi medaglie e complimenti io invece ferma a sentirmi in colpa e inadeguata il corpo fermo nell’imbarazzo il corpo fermo non le ricordo le date ma Galilei lo ricordo o era Newton? Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo così mi pare sì Galilei tendenza di un corpo a mantenere il proprio stato di quiete o di moto rettilineo. Così mi pare.

Un corpo alto basso grasso magro freddo morbido caldo duro rigido un corpo e un sentimento I sentimenti le emozioni i solletichi sotto la pelle sono un corpo sono inerti cercano di stare in equilibrio non si passa così su due piedi da uno stato all’altro dal fermo al moto Quale Fase2? Mi ritraggo mi accoccolo le pareti di casa la mia pelle il mio scudo guanti mascherina distanza di un metro anzi due Due è meglio di uno È un libro di De Carlo? vediamo no era Due di due e poi Di noi tre odio gli scrittori quando ruffianeggiano nei titoli dov’è finito Treno di panna? troppi libri in questa casa ci vuole un metodo per archiviarli adoro però le pile ammucchiate da una parte all’altra della casa un treno lunghissimo la Transiberiana da un capo all’altro veloce e piano come la mia mente Il fermo Il corpo mantiene il suo stato di quiete Fase 1 la quiete dello spavento il trauma delle relazioni recise il tempo che si dilata troppe cose stiamo mettendo ora in questo tempo dilatato non ce la fa più ritorna il tempo che manca

Fermo Terra che si pulisce rallenta rinasce risplende di vita sua gli animali che tornano a farsi vedere i balconi l’inno nazionale la nuova miseria le file ostentate fuori ai supermercati quelle nascoste schive della nuova fame le bare allineate e sole le spese sospese il dono dei libri Inerzia? c’è tanto movimento in questo nuovo fermo voglio rileggere Galilei ma va là non sei portata per le materie scientifiche non è vero il funzionamento della mente il pensiero la storia la filosofia le emozioni il corpo sono materie scientifiche ho metodo sono portata sono disciplinata sono rigorosa tu non sei portata ad aprire la tua mente a cogliere il mio essere divergente non mi lascerò schiacciare da quello che credi tu è che non ho avuto come il grande Oliver Sacks uno Zio Tungsteno con le sue lampadine a raccontarmi la chimica la fisica né ad affascinarmi con la sua perizia nell’estrarre i filamenti di tungsteno Ho avuto altri zii altre zie altre magie Nella Fase 1 le ho ripescate da ogni angolo buio della mia casa

Ancora Fase 1 ancora sì lo so l’economia deve ripartire il contrario di inerzia è dinamismo intraprendenza movimento Tutto vero ma non parlo di quello parlo di dentro

È presto per la Fase 2 I sentimenti le emozioni hanno un’inerzia. Lo aggiungo a Galilei o era Newton?

(Marina Vicinanza)

Visita o non visita?

Fase due, non ho ancora capito cosa posso fare, so che ho degli appuntamenti in ospedale per delle visite mediche, le faranno, saranno rimandate?

Beh non mi hanno dato disdetta, quindi forse devo andare.

Devo andare? No e se per caso è stato precettato come ospedale Covid? Ho paura del contagio, provo a telefonare. Vado a prendere la prescrizione, il numero non c’è, allora provo a guardare su internet, bene ci sono tre numeri. Il primo numero squilla, penso di essere fortunata, invece non mi risponde nessuno, provo il secondo, uguale situazione, il terzo idem. Mi chiedo se stia chiuso del tutto.

Intanto si è fatta l’ora del collegamento sulla piattaforma Google suite con gli alunni, mi passa di mente la questione ospedale. Appena finisco con gli alunni ho un po’ di tempo prima di collegarmi con il corso di scrittura, vado a sbirciare su fb. Ho un’illuminazione: e se ci fosse una pagina del medico? Cerco e lo trovo, invio un messaggio. Mi risponde che le visite le stanno facendo dal 4 maggio. Wow sono fortunata. Ok va bene, ho perso il primo, al prossimo appuntamento andrò.

Arriva il giorno dell’appuntamento, mi bardo con mascherina, guanti, scarpe da Covid, ossia quelle che uso e disinfetto a ogni uscita, che poi saranno state cinque boccate di aria in tutto il periodo, dal 6 marzo. Mi si oscura il cuore, il tempo è passato senza lasciarci il sapore dell’averlo vissuto, è volato in fretta via, non ci sarà più restituito. Inizio a pensare a cosa ho fatto in due mesi. Mi scuote la voce di mia sorella che mi chiede se veramente voglio andare in ospedale per la visita. Annuisco.

In un attimo siamo in auto verso Napoli. Arrivo subito, ci sono ancora poche auto in giro. Scendo con una paura tale che il cuore mi batte a mille e inizio pure a sudare. All’ingresso mi fanno usare il gel mi misurano la febbre e poi. Poi un medico di un altro reparto mi blocca e non mi fa salire su nel reparto dove avevo appuntamento: mi dice che devo rifare tutta la prassi dalla prescrizione alla prenotazione. Pensare che avevo prenotato a fine gennaio, considerando tutte le visite che hanno accumulato non avendole fatte, l’anno prossimo a maggio può darsi, se mi va bene, farò la visita.

A dire la verità il pensiero di salire in ascensore, attraversare i corridoi stretti per arrivare allo studio medico mi ha fatto desistere dall’insistere.

Vado via un po’ sconfortata ma anche sollevata.

Attraverso la città, passo sul lungomare, la tentazione è tanta. Vedo un posto libero, parcheggio. Finalmente vado a fare quattro passi sul lungomare, è triste vederlo vuoto di gente, di colori, odori, vociare, ma è assolutamente possibile godersi la magnificenza della sua bellezza naturale. Il golfo con il Vesuvio e Capri è una cartolina di una bellezza inspiegabile. Mi si riempie il cuore.

In fondo la mattinata non è andata male: ho finalmente assaporato una “botta” di vita, alla visita penserò il 20 quando mi hanno detto che devo prenotare di nuovo se avranno disposizioni in merito. Non mi sento neanche in colpa, la passeggiata sul lungomare è un risarcimento all’essermi spinta ad arrivare fino a Napoli. Da domani ritornerò alla “normalità” al tempo del Covid, uscire poco per evitare il contagio, o anche per non contagiare dato che potrei essere una potenziale asintomatica. Speriamo bene!

(Carla Abenante)

Sentirsi diversi

Ho impiegato tre giorni prima di decidermi ad assaporare l’odore del mare. Vivere in una cittadina che porge un fianco verso l’orizzonte infinito porta in seno il senso di libertà: per due mesi ho desiderato scendere giù al limitare del mare, e mentre mi avvicino scorgo in lontananza il luccichio dello specchio d’acqua, la vista mi si annebbia leggermente, ne resto basita. I passi aumentano di velocità, inseguono i battiti del mio cuore che accelerano, ecco sono giunta. Mi fermo e scosto i lembi della mascherina, complice indesiderata di questi sessanta giorni. Respiro profondamente e inseguo con lo sguardo il fiume dell’acqua che assapora la riva. È splendida. Trasparente, un senso di frescura mi invade l’immaginazione sensoriale, la sento, provo a recepirne ogni molecola. So che la sciagura che ci ha investito non è finita, seppur sopravvissuta a questa prima fase, provo la gioia di riscoprire il contatto con l’unico ambiente in cui mi riconosco: il mio mare.

Decido di riprendere i miei allenamenti, bisogna riallinearsi alla scaletta costruita in nome “del non abbandono”, così mi avvio verso la meta che sarà di dieci chilometri. Oggi come mai mi sento viva e guardò in su sapendo che nella conca immensa del cielo un angelo, a me molto caro, mi segue con attenzione. Allora senza farmi scorgere da nessuno lo saluto timidamente e sorridente affronto la strada.

(Paola Iannelli)

Il secondo Capodanno

Ho contato i minuti, a partire da dopo il telegiornale e poi gli ultimi dieci secondi, come se fosse nuovamente Capodanno: per certi versi lo è per davvero!

10, 9, 8… l’attesa è stata dura, il sonno mi piegava le membra stanche e mi attirava verso il caldo tepore delle coperte; 7, 6, 5… ho notato spegnersi le luci dalle finestre di fronte, una dopo l’altra. Una calma piatta sulla strada sottostante: né un motorino attardatosi per l’ultima consegna a domicilio, né un padrone col suo cane; 4, 3, 2… ho indossato le scarpette da jogging anche se non avevo alcuna intenzione di correre, semmai, dentro di me, di fuggire da queste quattro mura oramai asfissianti, da questo momento, forse da me stesso con tutto un bagaglio di pensieri. 1!

Mezzanotte, ovvero il primo secondo del 4 maggio 2020!

Sono sceso febbricitante, saltando i gradini quattro a quattro, ho spalancato il portone e sono uscito nel cortile del parco gridando: «Finalmente liberoooooooo!».

La voce usciva sempre più forte, l’urlo era inarrestabile e ho osservato levarsi una a una le serrande, poi uscire sul proprio balcone più di un condomino. Mi hanno visto saltare, gioire, urlare a squarciagola, girare su me stesso e hanno capito senza nulla chiedere. Allora via a trombe, urla liberatorie, fischi, applausi di condivisione.

È giunto un nuovo giorno, quello dell’agognata libertà e c’è sì da festeggiare: un secondo inizio, sperando sia quello buono!

(Simona Vassetti)

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