Cerca
  • Homo Scrivens

La vita ai tempi del virus - XV parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens

Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.


Le cose che mi mancheranno della quarantena

Sì, è stato un periodo duro, durissimo, che neanche possiamo dire che si sia concluso, e non sappiamo quando si concluderà. Tosto, intimamente, emotivamente. Ma possibile che non sia accaduto niente di buono in questi due mesi, nulla che ricorderemo con un pizzico di nostalgia? Sicuri? Io dico di sì. Ecco le dieci cose che io dico che ci mancheranno della quarantena.

1. Il silenzio. Aprire la finestra di buon mattino e non sentire rumori che non siano naturali, gli uccellini, il vento, un miagolio di un gatto, due cani che si incontrano e litigano. Una macchina così di rado che puoi pensare di esserti sbagliata. Intorno alle due l’acciottolio dei piatti, come cantava Guccini. La sera di nuovo il silenzio, profondo, denso, lo possiamo chiamare innaturale solo perché non ci siamo abituati.

2. Imparare a fare cose nuove. Alzi la mano chi non ha imparato a fare qualcosa che non aveva mai fatto durante la quarantena. Io, ad esempio, ho imparato a fare la pizza, ho sperimentato almeno dieci nuove ricette, ho imparato a tagliare i capelli a mio marito, ho cucito mascherine di ogni foggia. Mi sono tinta i capelli, tagliata la frangia e fatto il manicure con lo smalto semipermanente (ma lo sapevo fare già). Ci siamo inventate e inventati estetiste, barbieri, parrucchieri, cuochi, pasticcieri, pizzaioli, operai. E non lo dimenticheremo più.

3. Avere tempo per leggere, quando si vuole.

4. Avere un’ottima scusa per non andare in palestra. «Eh, sono chiuse, non è colpa mia, è proprio che... niente, son chiuse».

5. L’assenza assoluta di traffico, a qualsiasi ora e ovunque. Che meraviglia...

6. L’aria pulita e profumata, che ti affacci al balcone e sembra di stare in alta montagna.

7. Vestirci come ci pare.

8. Avere tempo di mettere in ordine casa, e metterci tutto il tempo che ci pare, tanto nessuno può venire a trovarci all’improvviso, che se viene rischia il penale.

9. Essere autorizzati a sentirsi di pessimo umore, senza dare giustificazioni.

10. Capire chi ci manca davvero.

(Serena Venditto)

Passaggio alla fase 2

Si conclude la quarantena e si passa in un’altra fase, quella che il Potere chiama Fase 2, in cui ci indicheranno cosa potremo fare e cosa no e si continuerà a vivere sospesi, vivendo di un quotidiano offuscato come di malati terminali che non sanno di che morte morire. La vita per essere vissuta ha bisogno di essere percepita come infinita, nonostante la consapevolezza che si muore. La sensazione adesso, invece è che tutto stia finendo: questo è angosciante.

C’è chi ha vissuto l’esperienza del Covid e l’ha superata, e adesso vive con altre consapevolezze. C’è chi è morto lasciando i cari nel dolore e nella solitudine, e c’è chi come me, ha scampato per tutta la quarantena il virus e spera di scamparla ancora anche per la fase 2. Intanto però non bisogna mettere in conto assolutamente che ci si possa ammalare di altro, altrimenti è la fine immediata e sicura.

Ma io, per vivere, ho bisogno ogni giorno di dimenticare che si muore e solo così che riesco a trovare entusiasmo in ogni piccola cosa che compio. Adesso l’entusiasmo è fuori da ogni possibilità. Guardo alla natura che mi circonda, assaporandone la sua bellezza nuova, con uno strano sentimento di nostalgia per i momenti che in passato sono stati sprecati. La sofferenza ha segnato questi giorni nonostante mi inventassi varie cose da fare e nonostante la scrittura mi aiutasse a trovare un po’ di ossigeno e addirittura l’ironia, con cui spesso ho guardato me stessa e ciò che mi circonda: è servita ad alleggerire il macigno del Covid che ha portato un lutto collettivo. Tutto questo in verità è umano, ma pesante, e adesso mi ritrovo nella mia casa di sempre da dove comincio a vedere ciò che mi circonda da una diversa prospettiva, da una maggiore distanza: realizzo che intanto si è cercato di tenersi aggrappati comunque alle certezze di sempre, i miei legami familiari che sembrano più forti visto che i momenti di tensione sono stati ben superati e allora si può affermare che la quarantena è stata ben superata!

Non so cosa mi mancherà di questa quarantena, sono abituata a sentire le mancanze nel momento che un qualcosa non c’è per cui provo desiderio. Non credo in futuro di sentire il desiderio di provare questa tristezza, anzi guardando indietro e alla tristezza superata, proverò piacere nel rendermi conto che è passata e quando sorriderò felice per una nuova gioia, ripenserò con leggerezza a questo periodo triste lontano che non potrà mancarmi e nel tenermi ancora stretta ai miei cari, penserò meno male: tutto è passato!

Dunque, da questo momento di passaggio vado verso una vita nuova, che mi darà la sensazione della ripresa di tante piccole cose che sono state allontanate, alcune le lascerò lontane da cui con piacere ne prendo le distanze, altre le riavvicinerò con il desiderio di sentirle di nuovo appartenenti a me.

Nella distanza, si vive già nella mancanza, e la vita che verrà, fatta di riavvicinamento allenterà la mancanza per sentirsi ancora pieni e vivi. Nella distanza della quarantena è stato possibile osservare ciò che mi circonda nella sua complessità, varietà e diversità da un punto di vista nuovo: quello della visione di insieme e delle connessioni tra l’io e gli altri, lo sguardo è meno miope si guarda in lontananza e in modo panoramico, dove l’insieme assume un’importanza fondamentale per far crescere l’io, troppo ripiegato su stesso e non abituato a guardare al di là del proprio naso, questo mi permetterà di cercare l’altro, nella sua autenticità per sentirsi meno soli, il rumore non riuscirà a coprire l’egoismo e le brutture di questo mondo.

Il silenzio della quarantena ha permesso di ascoltare le nostre essenze nel bene e nel male, essenze che non cambieranno probabilmente, ma che verranno fuori ancora nella loro autenticità, forse mi illudo che ci sarà meno ipocrisia. Voglio sperare che ci sia meno ipocrisia nell’umanità.

Io nel mio rifugio antiatomico, la mia casa, non ho perso nessuna persona a me cara, anzi mi aggrappo a chi mi vuole bene e spero per tutti, che non si muoia ancora nell’attesa di un tampone e soffocati da un sistema sanitario scadente nonostante medici eccellenti. La mediocrità della politica rispetto alla grandezza della Scienza spero abbia la sua giusta collocazione e che in futuro oltre a trovare il rimedio, la medicina per il Covid, si rimedi anche alla stupidità di noi umani. Forse in futuro mi mancherà qualcosa, adesso che ci rifletto: la lucidità con cui scrivo queste cose, la forza di tenere gli occhi aperti sulla realtà sempre, sia essa triste o felice e di avere una visione globale di ciò che mi circonda per capire come relazionarmi e rimanere meno chiusa nel proprio egoismo. La vera rinascita può avvenire attraverso l’integrazione con i propri simili e non attraverso le distanze e attraverso l’Umano sentire la via della salvezza che ci spingerà a riabbracciarci ancora. Non voglio perdere mai la voglia di vivere ancora, nonostante tutto. Non posso per le persone che mi vogliono bene rinunciare a vivere e concludo con un grido: VITA!

(Anita Napolitano)

Aspetto

Prima non ero attenta tutti i giorni all’attimo in cui il buio si allontana e lascia spazio al colore crudo del mattino. Prima non tendevo l’orecchio ai suoni liquidi che mi fanno immaginare qualcuno che si muove cauto. Prima non sentivo la musica greve dell’onda che si poggia lenta sulla sabbia, né il gatto giù in cortile che miagola incerto e aspetta.

Prima non sentivo l’odore di sonni e sogni. I miei passi non erano incollati al suolo. Non mi precipitavo giù dal letto ripetendomi ce la faccio mi sbrigo arrivo in orario. Prima mi catapultavo in macchina avviando motore e cervello con i sogni ancora negli occhi.

Prima salutavo tutti, stringevo mani, toccavo spalle, abbracciavo sorridevo a volto nudo o, scontrosa, rimanevo cupa.

Prima non mi vedevo formica in balìa di una gigantesca suola che sta lì a minacciarmi torva.

Prima non sentivo la fame spingere con urgenza a orari scadenzati, come eserciti disciplinati. Mangiavo distratta, bevevo meno. Non pescavo nella mente le sabbie del deserto che avevano accolto e carezzato i miei piedi stanchi. I colori non pulivano la mia pelle dalle ombre del dolore.

Prima non pensavo tutti i giorni a chi volevo abbracciare. Non ricordavo le tue mani nei miei capelli a carezzare un mio giusto abbandono.

Prima non pensavo a non voler morire né mi intestardivo ad ascoltare tesa i segnali del mio corpo. Non trovavo sollievo nella strada vuota. Ora vedo la luce che innaffia il bello e il brutto e scopre i dettagli. I dettagli. Mi aprono mondi infiniti.

Ora finestre spalancate, balconi lanciati verso l’altro. Accoccolati dentro, accucciati nascosti come polvere sotto il tappeto che copre e riscalda i passi di chi non entra più.

Ora a coprirci la bocca, a filtrare alito e parole, a confondere profumi e puzze, amori e odi.

Ora a smarrire la strada, perdere la bussola, trovare il silenzio che assorda. Soli e troppi. Resisto stravolgo? Mi fermo mi calmo mi intoppo inciampo in tratti mai esplorati: spaventano seducono rincorrono granelli di polvere appoggiati alle cose; aprono alla speranza, affondano nel terrore. Ho ancora paura, l’avrò domani. Non scappo. Diverto? Angoscio? Mi apro, mi sposto da me, vado verso. Mi poggio sul piacere di starci. Ritrovo il passo e l’altro. Finisce? Finisce sicuro. Ci lascerà pensieri nuovi. Non valgono quelli di prima. Impariamo a camminare di nuovo e poi ad arrampicarci e poi a saltare e poi ad andare. La casa nel cuore, il solletico nelle scarpe, il calzino bucato: lo tengo? Lo butto? Lo tengo. Ricorda una strada percorsa. L’afferro, lo succhio, lo caccio nella tasca. Aspetto.

(Marina Vicinanza)

Che faccio esco? Fino a ieri mi sembrava il più grande e irrinunciabile desiderio, oggi, che hanno finalmente hanno annunciato “si può uscire”, mi sembra uno spavento mortale.

Ho desiderato camminare libero, incontrare le persone vere, perfino trovarmi nella folla.

Ora non sono tanto sicuro di lasciare la mia casa.

Anelavo a un caffè al bar, avvertivo come in un sogno il profumo, volevo sentire il tintinnio delle tazze, vedere il sorriso della cassiera.

Ma, no, forse è meglio quello in casa, da tempo non soffro più di gastrite.

Addirittura le chiacchiere dei colleghi mi parevano mancare, avrei ascoltato un qualsiasi insulso chiacchiericcio pur di ascoltare qualcuno. Oggi lo so che era un insulso chiacchiericcio, perché dovrei tornare ad ascoltarlo?

Quando mi hanno tolto la vita normale, o forse sarebbe meglio dire la vita a cui ero abituato, mi è mancata l’aria. Stamattina mi manca l’aria.

Mi soffoca un pensiero subdolo, la comodità si insinua nei miei desideri. Sento strisciare la tentazione di tenere sotto controllo il mondo. Sotto controllo il mio mondo, e se adesso il mondo lo devo condividere con tutti gli altri?

Che faccio esco?

Magari attendo qualche giorno, continuo a passare la linea di confine immaginaria tra ufficio e casa senza fatica, spostandola come più mi piace. Continuo a tenere gli altri dietro uno schermo che posso allontanare o spegnere quando voglio, continuo a coltivare le mie piccole manie.

Forse sto perdendo la ragione? Non volevo sentire la vita, andare per botteghe, vedere il mare, abbracciare, stancarmi, toccare il mondo?

Non lo so più, non so quanto mi piacesse la mia vita di prima, non lo so se là fuori troverò il bello, oppure troverò il bello e il brutto; o troverò solo il brutto? Non lo so.

Ma sì, se all’inizio rimpiangevo delle cose, ci sarà stato un motivo.

Mi sento in bilico tra ricordi e desideri, paure e passioni, coraggio e prudenza.

In fondo cosa è la vita? L’abisso che mi pone questa domanda è spaventoso, quasi come decidere se tornare a mettere piede là fuori.

Ma perché mi faccio queste domande difficili?

Quasi quasi esco, mi butto nella mischia così non ci penso più.

O forse no, mi chiudo in casa e non penso più.

(Lucia Colarieti)

Il tempo è tiranno: passa senza lasciare attimi indietro. Nel periodo infame della vita in compagnia della libera circolazione del Virus Covid 19 il tempo è stato il più bel regalo che ci si potesse fare. Abbiamo tempo per pensare, per inventare, per creare, per viverci gli affetti, per fare di tutto e di più tranne uscire di casa. Per una come me che ama viaggiare, stare più tempo fuori che dentro è stato un po’ come morire, reclusa senza avere commesso reato, senza libertà. Giorno dopo giorno ho imparato ad apprezzare lo stare a casa. Una manna dal cielo è disporre del tempo per fare quel che mi piace, ho trovato il modo di uscire almeno con l’immaginario. Ho creato un’agenzia di viaggio che propone viaggi all’interno della casa e fuori ai balconi. Mi sono divertita e ho ritrovato un pochino di umorismo che mi aveva abbandonato per fare posto all’ansia e alla paura. Diciamo che ho demonizzato l’angoscia.

Vi lascio sorridere con il mio viaggio nell’arte:

Cari viaggiatori oggi la mia agenzia vi offre un viaggio d’arte di illuminazione culturale.

Il viaggio sarà così articolato:

Partenza alle ore 7:30 puntuali ci raccomandiamo.

Dalle 7:30 alle 8 prima visita nella sala bagno dove nello specchio potrete ammirare il quadro con il più bel volto dipinto mai visto da occhi che non siano i vostri, intitolato “Non c’è trucco non c’è inganno”. Munitevi di fazzoletti perché la visione può provocare un fiume di lacrime.

Alle 8 colazione, nella sala vi troverete accanto alle famose pose plastiche, opere di alto spessore culturale ed espressivo, quali “Sbadiglio convulsivo” e “Gomito sul tavolo”. Se sarete fortunati vi troverete seduti accanto alla più famosa, intitolata “Faccia da sonno”.

Dalle 9 alle 10 farete una capatina alla sala della celebre cabina armadio, munita di specchi per riflettere la bellezza delle opere. In questa sala ammirerete i nudi di donna intitolati “Come ti ha fatto mammà”, potrete ammirare la somiglianza alle donne di Botero e di Modigliani. I nudi di uomini saranno visibili solo se accompagnati da un medico cardiologo. Le copie dei Bronzi di Riace possono creare troppa emozione.

Dalle 10 alle 13 il tour prosegue lungo la sala del corridoio dove potrete ammirare le famose porte a vista d’ingresso. Riflesso nello specchio dell’ingresso sala pranzo potrete contemplare il famoso dipinto “Donna della scapigliata” dai riflessi marmorei bianchi e neri, di alto valore artistico.

Alle 13 c’è la pausa pranzo, nella sala ammirerete i famosi piatti dello chef dipinti con maestria tali da sembrare vere e proprie pietanze.

Dalle 14:30 alle 16:30 andrete nella sala relax dove potrete testare l’opera artistica scultorea “Divano fronte tv”, un’opera che vi distenderà la tensione. In questa sala degusterete anche un’ottima tisana o un caffè accompagnati da biscottini marmorei fatti in casa per voi.

Dalle 16:30 alle 19 ci sarà un’escursione sul balcone-mouche, dove troverete la massima espressività culturale, sarete colpiti dalla diversità di opere contenute. Potrete osservare numerosi volti dalle molteplici espressioni del movimento artistico “Io resto a casa”. L’opera più famosa s’intitola “Devo uscire il cane” e “Sono un runner”.

Alle 19:30 rientro a casa dopo aver ritirato l’attestato di “Viaggiatore illuminato”; in omaggio sarà un piacere potervi donare un’opera d’arte intitolata “Ricetta bianca” da sfruttare come passaporto nei tour culturali a piedi.

Se il mio tour vi soddisfa vi accompagnerò alla scoperta dell’arte al tempo del corona virus. Buon viaggio!

Se il viaggio nell’arte non ha soddisfatto i vostri gusti vi offro un’altra opportunità con il viaggio lontano dai pensieri con straccio, scopa, secchio e tanto, tanto olio di gomito.

Inizierete a muovervi convulsivamente, scopare, lavare, lucidare, stendere, spolverare, intorno a voi tutto brillerà da volerci gli occhiali da sole. Appena finito questo tour vi rilasserete sul divano immaginando di essere accarezzati dai raggi solari e vi sentirete così stanchi che vi abbandonerete nelle braccia di Morfeo casto amante.

Vi consiglio i miei viaggi, sono un toccasana allo stress da Covid, vi passerà quel tempo che vi sembra infinito, e due mesi senza uscire di casa vi sembrerà che sia appena stato ieri.

Vivere senza aver vissuto.

Vivere non è ammazzare il tempo.

(Carla Abenante)

Stress da non stress

«Cure mediche no, direi piuttosto psicologiche. La signora è particolarmente stressata». Queste le parole che mi sono giunte, sebbene un po’ ovattate, dalla posizione supina che avevo stando su una barella.

Avevo avuto come un capogiro dopo l’ennesima call di lavoro, lo schermo si era fatto tutto nero. Prima di perdere i sensi avevo avuto la prontezza di gridare chiamando aiuto. Mi sono risvegliata su questa barella, con accanto mia figlia, in ansia. L’ho salutata per tranquillizzarla e per darmi coraggio. Cosa mi è accaduto non lo so: il medico parla di stress, ma se nemmeno sto andando a lavoro?! Ho perso il conto dei giorni in cui, tipo automa, mi connetto al portatile e svolgo le attività relative la mia mansione.

Anche mio marito guarda perplesso il dottore, poi lancia un’occhiata a me, si è reso conto che mi sono ripresa e che parlo correntemente con nostra figlia. Lui e il medico mi si avvicinano e mi chiedono come sto.

«Come posso stare? Bene. Forse è stato un calo di pressione. Secondo me dottore, dico ridendo, sono stressata per mancanza di stress!»

Ridono tutti, eh sì penso, quasi quasi me la faccio controllare la pressione.

(Simona Vassetti)

Sguardi che si sfuggono

Ogni passo mi apre a un paesaggio surreale. C’è una fila enorme fuori al supermercato e stiamo tutti a distanza, al telefono, parlando almeno con qualcuno anche se non presente in carne e ossa.

Il passaggio al mondo esterno sembra un tutt’uno con ciò che si specchia nei nostri occhi… che non cercano di affezionarsi… che al contrario provano a non guardarsi, come in una storia appena finita o che non si vuole fare iniziare.

«Numero 57»

Sì, così ormai ci guardiamo camminando per le strade dei luoghi che ci circondano e sebbene senza mai mostrare astio, si cerca di sfuggirsi…

«Arrivederci»

Siamo in ansia sperando di ritornare presto alle nostre case. Le case… i posti dove accumuliamo cose, che dovrebbero descriverci e rappresentare le nostre vite, anche quelle piegature più nascoste del nostro essere.

Avanzo verso il negozio di dolci.

E intanto camminiamo coperti, ma anche con le maschere mettiamo a nudo le nostre paure. Cerco qualche caramella per addolcire il tempo. Nessuno mi si rivolge aggressivo, ma tutti hanno paura di dare fastidio e di non rispettare delle regole che non sappiamo se servano davvero a qualcosa.

«Quanto costano queste liquirizie all’anice?» Siamo tutti maschere all’interno delle nostre maschere, chiuse e deluse nell’attesa di uno sguardo amico...

«2 euro»

E alla fine arriva anche questo sguardo a sollevarmi. Vedo la maestra Lara e ci parliamo come sempre, nonostante distanza e mascherina, come se fosse tutto uguale e forse un po’ lo è, almeno dentro di noi… così “ci raccontiamo” come una volta. La saluto mentre si era allontanata con la commessa e me ne vado con un sorriso nel cuore…

«Buon fine settimana»

Immergo il mio sguardo nelle liquirizie e penso che mi piacerebbe immergermi nel nero cosmico dell’universo… avere un posto con il tetto un po’ aperto che faccia vedere sempre il cielo pulito e perdermi nel suo buio.

«Sono tornata»

E comincio a sistemare la spesa, ma un po’ meno i miei pensieri…

(Denise Ugliano)

Solitudine sociale

È un periodo di totale e tremenda solitudine, è inutile negarlo.

La verità è che siamo soli ora, chiusi in casa, così come siamo soli normalmente in mezzo a centinaia di persone.

Ma è normale sentirsi così?

È normale non riuscire a comunicare nemmeno con chi si trova a essere “intrappolato” tra le quattro mura insieme a noi? Forse sì, forse no, chi lo sa.

I social, i telefonini di ultima generazione e le varie applicazioni ci hanno permesso e ci permettono di restare sempre “connessi”, azzerando almeno nelle piattaforme, attraverso internet e reti mobili, queste distanze fisiche che sembrano essere insormontabili. Il tempo di una chiacchierata o di una battuta, il tempo di un messaggio o di un aperitivo in “diretta”, così si alternano i nostri impegni giornalieri.

Ma, restando sempre incollati ai nostri apparecchi elettronici ormai #evergreen, lentamente ci stiamo dimenticando dell’importanza di un contatto umano e visivo, sempre che ne fossimo precedentemente a conoscenza.

Chi ci garantisce che la nostra vita sociale prima di questa quarantena fosse ricca e movimentata? E chi ci garantisce che dopo questo lungo sonno di due mesi, quando ci sveglieremo, saremo pronti a cambiare le cose?

Le garanzie stanno a zero, così come stanno a zero tutte le aspettative per il nostro futuro e imminente, forse, “ritorno alla vita”.

(Sofia Esposito)

0 visualizzazioni