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La vita ai tempi del virus - XIV parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens

Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.


La fase due

Orsù, tocca uscire, bardiamoci! E così possiamo andare a salutare i congiunti? La fa facile lui. Figurati, sarei ben felice di farlo! Computer e telefono, telefono e computer da due mesi e mezzo. Ma come la metto con la metro?

Era bello, però, quando tutto filava liscio, due passi, il treno, e andavo dove mi pareva; il treno poi è sempre stato nella mia vita, lo amo il treno, i viaggi, gli amori ferroviari. E le compagne di viaggio? Quella Tina, per esempio, con cui ho girato l’Italia? Chissà che fine avrà fatto in quel lazzaretto che è diventata Milano! Però è brutto essere per anni culo e camicia e poi non vedersi più, non sapere niente l’una dell’altra, ricordarsene solo quando sembra che il mondo stia per finire. Le vite vanno in parallelo e poi deragliano.

“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria e ciò sa il tuo dottore”…Quale dottore? Quel dottore? Il Professore Cav. Granduff. Duecentoabotta? Quello che, a fronte degli eroici medici che danno la vita sul campo di battaglia, si è ritirato nella sua bella villa a Posillipo e guarda il mare? E i pazienti? Che si fottano!

Però, sta fila ha incominciato a scocciarmi. Per le medicine, poi, fosse per merendine e cioccolato. Perché mi fissa quello e perché non sta in fila? Forse ammira la mia acconciatura. Bello mio, che ci vuoi fare? Gli anni passano e pure i parrucchieri. E pensare che i capelli sono stati sempre il mio marchio distintivo! Su, tranquilla, a giugno tornerai dal parrucchiere, con una benda sugli occhi e, ovviamente, guanti e mascherina, alla distanza regolamentare di almeno un metro… Un metro? Ma mica ho la chioma di Berenice! e il parrucchiere mica è Tiramolla che si allungava pure di chilometri! Mah! Mi sa che questa cofana me la dovrò tenere per tutta l’estate.

Ma che fa questo? Perché mi tocca la spalla? Ma è scemo? Come si permette? Ehi, oggi è il 30 aprile, al 4 maggio manca ancora un bel po’, sta’ alla larga! Ah la farmacista! “Sì sì, eccomi, una confezione di Spasmolix e una di Ferrovax e poi…”.

Uà, come sono contenta! Ho fatto il pieno! Un bel sacchetto zeppo di medicine.

Un’occhiataccia alle ragazzotte che già si sentono in libera uscita e poi a casa a casa! Come diceva Cechov? A Mosca a Mosca! Ma poi ci andarono a Mosca? Mi pare di sì, furono costrette. Ma come si fa a lasciare il giardino dei ciliegi? Eccoli che spuntano dal muretto: a voi la vista del golfo, a me i miei amati ciliegi in fiore. Così siamo tutti contenti. E richiudiamoci in casa, va’, seconda fase… ma dove?

(Anna Maria Montesano)

Il sorriso dei figli

Fear, miedo: paura. Nella mia mente stamane esamino il suono delle parole.

Da più di trent’anni studio i suoni delle lingue, memorizzo le associazioni tra i fonemi e i grafemi, eppure oggi penso come sia difficile immaginare che un suono ci rapporti a un lessema e che questo a sua volta ci porti a un concetto così terribile. Il sentimento che oggi attanaglia le nostre vite e che sovrasta indisturbato i pensieri nelle viscere della notte. I timori sono tanti e le preoccupazioni enormi, eppure una vocina si fa spazio nel cuore, accende la scintilla che lo anima e detta l’energia, la voglia di vivere è superiore ai pensieri più nefasti, ci impone di reagire.

Ciò che trovo più deprimente è il vedere scomparire dal volto dei nostri figli il sorriso, quel prolungarsi dell’incoscienza ora è stato riempito dalla tristezza. Hanno bisogno di riabbracciare i lori amici, i loro amori, i loro nonni, gli zii, il mondo. Allora accarezzo il capo di mia figlia che inconsapevole delle mie riflessioni dorme, o finge di cullarsi nel ritmo di sospensione che da il sonno. Vorrei svegliarla e dirle: È finita! Invece non posso e allora le regalo un bacio sulla tempia e le sussurro che mamma ci sarà sempre, nonostante tutto, contro tutto, per salvarle la vita e donarle il futuro. Io che le ho permesso di venire al mondo non voglio rinunciare al meraviglioso e controverso spazio che è il vivere.

Ridate loro il sorriso, quella curva che spinge i lati della bocca all’insù, quell’espressione che con gioia ci fa intendere che sei felice, anche solo per un attimo.

(Paola Iannelli)

Diario di una quarantena

Potrei dire diario di bordo dell’anno stellare, oppure iniziare il racconto con… sono l’ultimo uomo sulla terra, ma ho meno fantasia e perciò inizio semplicemente nel dire che è cominciata quando ero in smaltimento ferie.

Partiamo un po’ prima, a febbraio non pensavo che il tutto prendesse questa piega e anche la prima settimana di marzo (ero in smaltimento ferie) ero tra i fiduciosi che pensavano: è una bolla di sapone; inutile dire che sul sapone s’inciampa. Ritornato in azienda già vedo gente un po’ in panico e dato il clima nazionale come sindacati abbiamo iniziato a richiedere lo smart working.

Tranquilli non vi racconto questioni sindacali, questa è solo la piccola introduzione alla vita di quarantena.

Torniamo a noi, dalla prima settimana di marzo, ultima che vedo i miei compari con i quali beviamo le nostre birre e mangiamo fritturine, panini ecc. (non mi dilungo) ci salutiamo pensando ci si vede il prossimo week end, invece no!

A tempo di record scatta il fermi tutti il secondo week end di marzo, in settimana ancora qualche bar era aperto, ma non avrei mai pensato che il 10 marzo (giorno più giorno meno) sarebbe stato il mio ultimo Gin lemon. Come per tutti anche la vita è cambiata, niente più uscite, pizze, pasta e patate da asporto (non posso dire da chi se no poi faccio pubblicità), basta amari al bar o cinema la domenica. Senza dire poi basta campionato, basta Champions e il sogno di fare il colpo a Barcellona, basta palestra (la facevo per mantenermi in movimento), basta calcetto, insomma stooooopppp!

Ormai sti sta chiusi in casa, sticazzi io almeno scendo quando posso a fare un po’ di spesa, sì senza mascherina ecc., ma vedete voi a stare in 46 mq e poter parlare solo con la tv, ho il bisogno di uscire un po’!

Ecco, si esce solo per comprare qualcosa, ma cosa mica puoi comprare tutto in un colpo e proprio per questo ho pensato di acquistare le cose necessarie un po’ alla volta, quasi una cosa al giorno. Beh, vado una volta in farmacia, salumiere, pescheria, fruttivendolo e soprattutto enoteca (per fortuna c’è), difatti al controllo della volante dissi: «Vado all’enoteca».

Passiamo alla quarantena/reclusione vera e propria, quella che si vive rinchiusi tra le proprie mura e come farsela passare.

I giorni passano e cosa fare? Per non restare immobile un po’ di allenamento, cyclette, manubri esercizi vari almeno per non fare crescere di più la pancia, di certo non si può andare a correre altrimenti è capace che ti sanzionano.

Si passa poi alla lettura libri: avventura, psicoterapia (è interessante, ma non ci capisco proprio tutto) generi vari e gialli/polizieschi. Ed ecco il collegamento con la parte golosa del racconto. Io di certo non sono Pepe Carvalho, il personaggio di Manuel Vázquez Montalbán, 1 perché sono reale, 2 non sono un detective 3 non cucino catalano, ma adoro mettermi a lavorare in cucina anche se poi pulire è una faticaccia.

Eh sì, ho riscoperto ad esempio che ho il matterello e la macchina per la pasta ed ecco le tagliatelle, il premipatate o come si chiama, vai di gnocchi, il tajine e vado di ricetta marocchina, poi insalata di riso venere, involtini di melanzana, spaghetti ai frutti di mare, lasagne con zucchine, spinaci e altre idee in corso. Frittatine varie, spaghetti con acciughe, beh come Carvalho, ovviamente un po’ di vino ci vuole.

Non mi dilungo su come ho preparato i sughi e altro, non sono un ricettario, ma su due cose devo porre l’attenzione, la prima sono le polpette al forno: sono venute eccezionali!

E adesso se dico, un uomo grosso e barbuto che ha segnato la mia infanzia, ma non è Babbo Natale (manco da piccolo ci credevo) chi può essere? Bud Spencer e in suo nome ho fatto salsicce e fagioli che sono venuti ’na meraviglia!

Altre cose che caratterizzano questa reclusione: direi lavatrice, beh lavata poco adesso non uso pantaloni, camicie, maglioni ecc., lavo solo pigiama e asciugamani. Suvvia, si deve ammetterlo: è bello stare solo con questo comodissimo indumento tutto il giorno. Infine è vero che gran parte del tempo lo si passa letto, tavolo (da dove lavoro in smart working) e divano, ma tra tv e streaming sto vedendo un sacco di film che mi ero promesso di vedere senza poi farlo. Mi interesso a programmi di cucina commentandoli ad alta voce, ascolto molta musica e faccio balletti che farebbero invidiare Nureev (i miei dirimpettai prima o poi chiamano la neuro).

Al momento non ho molto da aggiungere o meglio da dilungarmi in questo resoconto, lo spedisco nel mare del web? Beh spero che chi se ne interessi almeno ci rida su, io speriamo che me la cavo? Non sono uno che ama divulgarsi, preferisco essere sintetico e spero di tornare presto con la mia combriccola a impugnare broccali di birra possibilmente doppia malto o rossa. Se alla fine non darò di matto, allora vorrà dire che è finito tutto bene e brinderemo insieme.

Saluti salutissimi.

(Roberto Sperindeo)

Sguardi

Occhi negli occhi, semplicemente stiamo comunicando così, spingendo un carrello. Non so pensare alla mia espressione dispiaciuta per aver rovesciato un barattolo di marmellata, ma il tuo sguardo posato sulla nuca mi ha emozionato, e la mano tremante ha lasciato la presa. Con grande benevolenza l’inserviente del supermercato mi ha sorriso attraverso la mascherina, mentre sono rimasta a guardarlo imbarazzata... come sono gli occhi imbarazzati, mi chiedo, ma il giovane lo ha riconosciuto e mi ha perdonata clemente.

Quante cose abbiamo imparato in questo periodo di divisione, quante sfumature abbiamo catturato attraverso quest’imbracatura che cela il volto lasciando scoperti gli occhi, la porta dell’anima dicono.

E così ci lasciamo andare a sguardi stupiti osservando l’azzurro di un cielo più azzurro, o pieni di angoscia restando a casa senza lavoro, di gioia per la brezza che carezza il volto in questa primavera dichiaratasi senza pudore. La mascherina sembra snaturare i nostri lineamenti, ma sono gli occhi che ci rendono ancora riconoscibili agli altri e che hanno delle vite da raccontare, le nostre, adesso più che mai imprigionate, sofferenti, desiderose di contatto.

Avrei voluto sfiorare la tua nuca, abbracciarti, ma con i guanti asettici ho preferito lasciar perdere: forse non è vero che questi giorni di forzata quarantena ci hanno diviso. Ti osservo quando scegli con cura lo yogurt e ti supero per mantenere la distanza, anche se tutto sembra surreale. Mi guardi ancora dal banco dei formaggi e un brivido penetra sotto la mia pelle: capisco di essere ancora piena di sane voglie, di desideri repressi, e sorrido mentre mi avvio alla cassa.

L’anziano che incrocio nella corsia dei surgelati cattura il mio sguardo e lo riconosce; contagiato, risponde al mio con un sorriso ancora più evidente, poi socchiude gli occhi. Davvero sento che posso seguirlo in questo suo ricordo, o sogno, entrambi se c’è differenza: due mani ne afferrano altre, le stringono ma sono gli occhi a dichiararsi amore.

(Simona Vassetti)

Lo sguardo di Deborah

L’unico elemento visibile attraverso la mascherina è lo sguardo, oggi mi ha colpito quello della cassiera del supermercato vicino casa.

Non dubito della sua cordialità e professionalità, ma spesso osservandola durante il mio giro all’interno del locale, mi sono chiesta durante la quarantena, cosa le desse la forza di resistere nell’adempiere ogni giorno al suo dovere.

Forse non mi ero soffermata più di tanto su di lei, pur apprezzandone le capacità, e ho cercato di carpirne il punto di equilibrio, quella spinta interiore che la sorregge e la spinge giorno dopo giorno a essere presente a se stessa.

Forse la risposta è una sola e sta nell’irresistibile capacità delle donne di andare oltre, di farsi scudo rivolgendo le energie positive verso il proprio cuore. Le donne rappresentano il fulcro delle famiglie, solide, impermeabili, uniche e valide guerriere. Non credo nell’incoscienza, semmai sono convinta che l’impulso di protezione e di totale devozione verso il loro ruolo siano le chiavi che l’hanno sorretta durante il corso del lockdown.

Deborah è il simbolo silente della combattività del gentil sesso, inconsapevole eroina del nostro oggi, indomita sirena che nasconde la delicata coda dietro il suo spazio di lavoro. Ha attraversato il limbo dell’incertezza per compiere il suo dovere di madre, di moglie e di lavoratrice.

Quando tutto questo sarà finito mi ricorderò di te e saprò che, nei rari momenti di libera uscita, sei stato l’unico sorriso esterno che mi ha accolto, concedendomi l’illusione che la vita continua, che il mio quotidiano non ha perso un’abitudine di sempre, quella di venirti a trovare.

(Paola Iannelli)

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