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La vita ai tempi del virus - XIII parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens

Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.


Le abitudini in tempi di Covid

Cos’è un’abitudine?

Il vocabolario Treccani online la definisce così (sottolineature mie):

abitùdine s. f. [dal lat. habitudo -dĭnis, der. di habĭtus -us «abito»]. – 1. ant. Disposizione o costituzione naturale, struttura: a. del corpo, dell’animo; ogni corpo umano aver la sua particolare a. (Bentivoglio). 2. a. Tendenza a ripetere determinati atti, a rinnovare determinate esperienze (per lo più acquisita con la ripetizione frequente dell’atto o dell’esperienza stessa): avere, prendere, contrarre, perdere un’a.; una buona, una cattiva, una pessima a.; a. naturale, inveterata; essere affezionato alle proprie a.; staccarsi dalle proprie abitudini.

C’è una spiegazione ulteriore, molto più lunga e articolata, ma basta così.

Illuminanti sono le ultime due definizioni: essere affezionato alle proprie abitudini - staccarsi dalle proprie abitudini.

Se c’è una cosa che questa carcerazione preventiva provocata dal Covid mi ha profondamente segnato, ebbene la si trova in quelle due frasi.

No, signori. Non è una “quarantena”, nemmeno una “prevenzione”. Si tratta a tutti gli effetti di uno stato di reclusione, alla quale un’intera popolazione è stata sottoposta.

Ho accettato di buon grado la chiusura di esercizi e negozi come azione preventiva per evitare il collasso degli ospedali.

Ho accettato, seppur malvolentieri, di mettermi uno straccio in faccia (questo sono le mascherine non professionali) per andare a far la spesa in un supermercato che non mi piace, ma è quello consentito, è vicino a me.

Ho rinunciato per quasi un mese a far visita ai miei figli, che abitano con la madre in un comune diverso dal mio.

Sto vivendo il momento in una piacevole sintonia con la mia compagna, Annapaola. Per fortuna ho lei, il nostro bassotto e un pizzico di giardino a salutare all’aria aperta il sole che sta scaldando queste tristi settimane.

Poi, a un certo punto, quando anche la Pasqua è passata galleggiando in questo limbo, ho deciso. Mi sono rotto le palle.

A Pasquetta ho preso la moto, ho compilato la sesta (o ottava…) versione di quella ridicola autocertificazione e sono partito. Sono andato a salutare i miei ragazzi.

Che bella la strada, che sensazione sentire addosso la violenza dell’aria che ti sbatte sul torace, che musica il rotolamento dei copertoni violentato dal rumore della marmitta. Quant’è bella la libertà! Che meraviglia, sentire anche solo per venti minuti che stavo tornando alle abitudini.

C’è chi dice “cambierà tutto”, “vivremo in un mondo diverso”. Non ci credo.

Il mio pensiero è rivolto al come eravamo fino al 9 marzo 2020. Non era perfetto, ma era un mondo in cui ci trovavamo generalmente bene. Imparando dagli errori che abbiamo visto in queste settimane, torneremo a quel tipo di mondo con una marcia in più.

E ripartiremo.

(Roberto Van Heugten)

25 aprile 2020

Quando ero bambina a Napoli, in centro dove sono nata, il 25 aprile era una giornata particolare. Il luogo di ritrovo per gli abitanti era il lungomare di Via Caracciolo dove la folla assisteva, con ammirazione mista a un sentimento di orgoglio nazionalpopolare all’esibizione delle frecce tricolori.

Ho un ricordo nitido di quel giorno, a dire il vero il suono roboante di quei veicoli mi incuteva un po’ di timore, associato al fatto che da lontano lo spazio lasciato tra un aereo e l’altro sembrava minimo. Socchiudevo gli occhi e mi tappavo le orecchie con grande disappunto di mio padre, il quale invece entusiasta godeva dello spettacolo. Il rito successivo era un cono gelato a Mergellina e l’acquisto di un favoloso palloncino, che gelosamente conservavo nella mia stanza. Puntualmente lo trovavo sgonfio il giorno dopo e delusa lo schiacciavo sotto i piedi, pensando che avesse tradito le mie speranze.

Oggi vorrei tornare indietro e dire al mio palloncino che sarei felice di vederlo sgonfio sul pavimento, che non lo schiaccerei più con la rabbia di un tempo perché starebbe a significare che sono tornata indietro, che il Covid non esiste, che il mio papà è ancora al mio fianco.

Ma tutto questo è impossibile: accendo la radio, mi sintonizzo sulla radio dove la voce del mio amico Francesco lancia pezzi di musica pop e gioca con il pubblico, gli scrivo un WhatsApp e lo ringrazio perché non ha mai mollato la consolle e ascolto una canzone dal titolo significativo: Mamacita. Sorrido e penso che è il soprannome che mi ha dato mio figlio. Giorno della liberazione dal nemico, da quell’intruso che ci aveva violentato il ritmo della vita. Oggi: un nemico minuscolo, invisibile, non dotato di alcun fucile, né divisa, né carro armato; muto, di dimensioni infinitesimali, dotato di uno spazio minimo ma letale, feroce ha dominato il mondo.

Abbiamo capito, la lotta non è finita, ma caro mio piccolo virus il tuo problema è che non sei così intelligente. Non sei capace di esprimere una parola, agisci d’istinto e come tutti gli animali sei limitato. Noi troveremo il modo per annullarti, anche se non subito. Allora festeggeremo la tua sconfitta e il prossimo 25 aprile faremo baldoria, brinderemo in nome della cultura, dell’avanzamento scientifico, e tu sarai un lontano ricordo. La lezione però l’abbiamo appresa e cercheremo di rispettarci fino in fondo per amore della natura unita al senso della vita.

(Paola Iannelli)

E poi, ieri sera è arrivata, per la prima volta dopo tutti questi giorni, l’angoscia.

Ero stata fino a un attimo prima molto propositiva, energica e invece, all’improvviso, poco prima di cena, ho sentito un peso, un’impossibilità a reagire, l’impossibilità di essere protagonista della mia vita in modo pieno e completo, come accade normalmente.

Eh sì che avevo lavorato per buona parte della giornata, eh sì che avevo preparato un pranzo appetitoso, avevo anche, complice una giornata dal clima quasi estivo, potuto rilassarmi al sole e leggere. Eh sì che avevo potuto condividere con mio marito la passione delle serie tv, godendone la visione seduti in pieno pomeriggio sul divano. Ma poi, ripeto, qualcosa è scattato nella mente e quasi scoppiavo in lacrime mentre apparecchiavo la tavola per la cena.

Avevo notato questa depressione anche nei miei altri due familiari e li avevo confortati, avevo consigliato loro di reagire, ma quando ha preso me, non ho saputo che fare.

Devo dire che poi, durante la cena, mi sono fatta forza, ma soltanto il dopo cena mi ha regalato la tregua: sembrerà un banale cliché, ma solo qualche ricco cucchiaio di Nutella mi ha placato del tutto. E buonanotte Coronavirus.

(Simona Vassetti)

Il rifugio dell’anima

Avverto ancora più forte il senso di sospensione, in questa fase 2, di quarantena, non finisce mai. Rispetto ai primi giorni sono sempre più consapevole e triste, perché il potere, la politica, chiamatelo come vi pare, non sa darci indicazioni di quanto tutto finirà e forse per un motivo molto semplice: fino a oggi la pandemia è stata affrontata con un servizio sanitario scadente, paragonabile a quello dei Paesi sottosviluppati e noi rimaniamo confusi, perché pensavamo di vivere in un Paese moderno dell’Europa.

E a volte lasciamo che il pensiero rimanga intorpidito e rifiutiamo di aprire gli occhi, è troppo doloroso, perché la realtà ci farebbe soffrire troppo e allora continuiamo a tenere gli occhi chiusi. La sensazione è che per non morire di corona virus ci si debba rintanare in casa, e ci ripetono quelli del potere, che è per il nostro bene, ma come mai: iniziano a preoccuparsi del nostro bene? Finalmente!

E poi si realizza che per il nostro bene dovremmo privarci di vivere la nostra vita, del nostro quotidiano, e intanto morire lentamente dentro, in attesa di scampare forse il virus. A questo punto possiamo scegliere di che morte morire? O nemmeno più questo ci sarà possibile?

Ma non si può scegliere di morire, a un certo punto si muore e basta.

E magari ci si augura di morire quando sarà arrivato il momento, di farlo nella maniera più dignitosa e morire di virus in un ospedale in attesa di un tampone, non è affatto dignitoso.

E poi, la vera presa per i fondelli è lo slogan #andràtuttobene# che viene seguito dal consiglio, restate a casa e l’aggiunta “è per il vostro bene”. Ma è uno slogan elettorale? Ci stanno preparando, alle future elezioni? Sìììì. Ma i signori del Potere se cominciano a pensare alle future elezioni, non pensano neanche per un attimo che il Covid possa colpirli, beati loro riescono a pensare di essere immortali.

E l’altra presa per i fondelli (in verità ce ne sono varie, io scrivo di quella che mi sta più a cuore) è la riapertura delle librerie, che sono state le prime a essere chiuse, insieme a musei e biblioteche, i luoghi della Cultura, quelli meno frequentati e dove il rischio di assembramento è quasi impossibile. Ma forse perché la Cultura è il settore dove non è conveniente investire? Così si esprime la Politica che rifugge da qualunque iniziativa culturale, troppo complicata! A meno che, qualche presentazione di libro serva per rendersi visibili e fotografarsi magari con il libro, presentato alla Galleria Sordi di Roma, dove fa figo stare lì, altrove sarebbe da sfigati? Chiedo sempre al Potere.

Ma non ci voglio pensare, non posso risolvere io la questione, io sono un pesciolino solitario in mezzo al mare che nuota con altri pesciolini solitari e che cerchiamo solo di non farci inghiottire dai pesci grossi e aggressivi. No tranquilli, non sono una sardina, potrei essere solo un pesciolino rosso.

Ma penso a un fatto concreto, le librerie sono state le prime a essere chiuse e le prime a essere riaperte e per di più con dei vincoli assurdi, per quei pochi che le frequentavano e che adesso non le frequenteranno affatto, perché andare in libreria non è come comprarsi le sigarette o le supposte, infatti io che frequento librerie e amo perdere tempo in questi luoghi, prima della pandemia mi ci “perdevo” per ore, e per adesso non mi ci recherò e non per timore che il virus sia tra i libri ad attendermi per attentarmi, no, ma perché è impensabile scegliere un libro così a caso, in cinque minuti e munita di guanti che non mi permettono di sfogliarlo. Comprerò online, oppure leggerò quei libri che avevo in lista di attesa, come letture per “momenti delicati” o rileggerò qualche libro che è stato significativo per me e che magari adesso mi aiuta a pormi altre domande, nel tentativo continuo di trovare risposte ai nostri umani dubbi.

I libri per me sono un bene di prima necessità, perché sono cibo per l’anima, come una medicina aiutano a farci sentire parte dell’Universo, i libri hanno uno strano potere: quello di estraniare, per il periodo della lettura, chi legge dal mondo esterno e il libro diventa come una specie di rifugio, e poi trasmette all’animo umano una sensazione di vividezza e di libertà; i libri servono a farci sentire vivi e a porci rispetto al quotidiano vivere con la consapevolezza che il pensiero e l’animo ci fanno essere umani, persone. Gli animali si allevano senza libri, non ne hanno bisogno!

I libri sono cibo per l’anima e allora nella scelta bisogna capire in quel momento la nostra anima di cosa vuole nutrirsi e per capirlo bisogna lasciarsi andare in una libreria e perdersi tra gli scaffali, cercare un autore che magari si sa che scrive in certo modo e scegliere tra i vari titoli di quell’autore, una parola nel titolo, l’esatta combinazione di quelle parole sul dorso del libro, magari ci attrae e il libro vuole essere preso, non se ne può fare a meno, vuole comunicare perché il titolo ci ha già lasciato un piccolo messaggio e poi, in quella libreria, prendo a leggere la prima pagina e se la lettura è scorrevole rimango a leggere, anche di più di una pagina, poi do un’occhiata all’indice e intanto la sensazione della carta sotto le mani è importante, se è troppo ruvida non me lo fa scegliere e nemmeno se è troppo liscia o troppo bianca, mi piace lievemente liscia e un po’ color crema, poi se ne sceglie qualche altro di libro e, nel prenderli insieme, che bella sensazione di pienezza e poi inizio a immaginare i momenti di pace che la lettura mi regalerà e aumenta il desiderio che ho di tornare a casa, di poggiarli sulla scrivania e poi appena possibile, riprendere il libro desiderato e rifugiarmi nelle parole scritte. Il piacere della lettura ne accende il desiderio.

E pensare che durante questa quarantena i libri sono rimasti fermi nelle case editrici a dormire, in attesa di un risveglio a una delle prime presentazioni, che intanto sono state rimandate e la vita si è fermata. Per timore che il virus ci uccida, stiamo permettendo di lasciarci morire a casa, perché la politica non vuole assumersi la responsabilità che si muoia di virus, semplicemente perché non è stato possibile affrontarlo, come naturale sarebbe stato per il bene di noialtri in ospedali attrezzati e all’avanguardia!

E io che per sopravvivere sono abituata a immaginare, per affrontare con equilibrio la vita reale, voglio immaginarmi adesso per vivere ancora, oltre che lettrice, scrittrice, mi voglio immaginare una libraia, una che scambia cibo per l’animo, lo so è da folli, pensare di investire in un campo che dal punto di vista economico non arricchisce e soprattutto adesso potrebbe essere un vero azzardo, ma si sa non ha prezzo la ricchezza dell’animo e allora per diletto e per il puro piacere di vedere libri che passano di mano in mano, mentre ci si scambiano sorrisi e parole lievi che confortano i lettori, io porterò tanti bei libri nel giardino antico di una casa al mare che si trova sul Lungomare di Scario, quel giardino grazioso e dolcissimo, un po’ d’altri tempi perché conserva un pozzo della casa antica e le pietre dei muri che lo circondano hanno il sapore di un tempo perduto, dove la natura era ancora respiro per gli umani: quale luogo migliore per accogliere i villeggianti che entreranno dalla porta che, dal vicoletto laterale alla casa, conduce alla scalinata che porta direttamente alla piazza che si affaccia sul lungomare, dove la natura è ancora spontanea e il mare nella sua immensità ci ricorda che ci si può sentire ancora liberi di vivere in modo sano, senza la paura che il virus ci uccida.

Da quella porta i villeggianti entreranno per trovare in quel giardino, ad accoglierli, i libri, che nella loro forma rimangono dignitosi perennemente, e che si lasceranno sfogliare per comunicare che la Vita degli esseri umani rimane per sempre custodita tra le parole dei libri. A circondare i libri ci saranno le rose ed è quello il luogo del mio Circolo Culturale, che diversi anni fa battezzai “I libri e le Rose” e che nel frattempo è rimasto isolato, perché non accolto con la dovuta grazia e delicatezza che meritava, nel luogo in cui vivo: un bizzarro paesello, e allora penso che adesso, altrove, vicino al mare ci sarà lo spirito libero dei lettori, amanti del mare, che lo accoglieranno con gentilezza.

Venite, cari lettori, vi aspetto: i libri insieme a me staranno lì, fuori dai loro scatoloni, vicino al mare a sperare che le parole scritte davvero miglioreranno questo mondo, che ci vuole dimenticare.

(Anita Napolitano)

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