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La vita ai tempi del virus - XII parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens


Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.

La Francia al tempo del virus - 1

Il paese della grandeur è fermo.

Il 16 Marzo la Francia ha confinato i suoi cittadini nelle sue minuscole case concepite per essere abitate solo poche ore al giorno, con le pareti di carta, col wc rigorosamente separato dalla sala da bagno e assolutamente senza bidet (ma non a casa mia!).

Siamo fermi, in un limbo, un non-tempo fatto di paure, di giorni tutti uguali, applausi dal balcone alle 20 e notizie in loop su BFM TV o CNEWS.

Tutto questo per me è avvenuto per gradi, ho avuto il tempo di prepararmi. Infatti, chi come me ha mantenuto ancora un forte legame col Bel Paese, ha visto passare alla TV francese, immagini e commenti che sembravano la copia-conforme di ciò che succedeva in Italia due o tre settimane prima. Le stesse parole, gli stessi commenti, gli stessi discorsi. Una sensazione di déjà vu.

Ma loro, i francesi, non avevano la minima idea del macigno che stava per piombargli sulla testa. Anzi. Il loro atteggiamento di ostentata sicurezza era surreale i primi giorni del mese di Marzo. Quando li allertavo sul pericolo, sul bisogno di prevedere un’organizzazione alternativa, ero considerata un’allarmista che procurava panico con i suoi fantasmi: una Cassandra.

Purtroppo, chi conosce il mito sa che Cassandra ha ragione…

Dall’oggi al domani tutto chiuso, parchi, negozi, scuole. Niente cinema, niente più apéro (i francesi usano forme contratte per tutto: apéro, kiné, psy, pro, un delirio!).

Per fortuna, qui al sud ovest, sia Tolosa che Bordeaux sono meno impattate rispetto alle altre regioni, soprattutto del nord est. Ma conosco persone che si sono infettate e sono guarite.

Finora non abbiamo avuto un confinamento così severo come in Campania: possiamo uscire a portare i bambini a fare un giretto, anche in bicicletta, senza obbligo di mascherine. L’importante è restare nel raggio di 1 km da casa e non restare fuori più di un’ora al giorno.

Abbiamo comunque dovuto inventarci nuove forme di resistenza in casa e di socializzazione domestica.

A onore del vero, questo paese ha già messo a punto da tempo forme di telelavoro e di didattica a distanza per tutti i francofoni che vivono all’estero. La cosa difficile è stata aprirlo a tutti in pochissimo tempo. Eppure, già a partire dal 18 Marzo le maestre erano prontissime a inviare i contatti per la didattica a distanza (e ben felici), con valanghe di compiti! Il futuro scolastico dei miei figli era nelle mie mani!

Eh, la didattica a distanza… parliamone. Non avrei mai immaginato di avere 3 computer collegati in simultanea, divisi in due postazioni diverse! Districarsi con tabelline, filastrocche, canzoncine, solfeggio, arpa, arte, matematica, scienze della vita e francese, mentre sei in call, oppure stai finendo di scrivere un documento, o ancora stai verificando dei dati importanti. Una vera sfida per la mia indole multitasking (o, come si dice qui, multitâches)! Ieri mi sono calata talmente nella parte che ho anche proposto all’insegnante di mia figlia un metodo infallibile per la costruzione del futuro in francese! Sono prontissima per passare in terza elementare!

La nostra salvezza in questi giorni tutti è stato soprattutto internet (insieme a svariati DVD Disney): ZOOM, WhatsApp, Facebook, Teams, Skype. Anche mia suocera si è infine convertita! Vediamo amici che non vedevamo da anni, compagni di scuola dei miei figli, vicini, colleghi. Tutti virtualmente veri. E ci consola, ci sentiamo meno soli, anzi, forse nel mio caso sono più socialmente impegnata ora che prima! E grazie alla chat WhatsApp con le mie amiche galliche (che non capiscono come e perché si usa il bidet… brrr!) ho anche imparato i nomi dei 7 nani in francese!

Ma nonostante tutto, il tempo scorre sempre uguale. Le giornate si somigliano tutte. Per fortuna, la maestra di mio figlio di 3 anni ci ha dato il rituale del trenino della data. Ogni giorno mettiamo una molletta sul vagoncino che rappresenta un giorno della settimana.

La nostra Pasqua è stata casalinga, ma sempre col tortano e la pastiera fatti in casa. Da quando vivo in Francia, 10 anni ormai, ho imparato a fare tante cose: gnocchi, pastiera, caprese, tortano, zeppole, pizza. Una roba mai vista!

E Pasquetta? Beh, anche quest’anno siamo rimasti fedeli alla tradizione della Pasquetta bagnata! Almeno questa certezza ci è rimasta.

Finalmente, inizia a vedersi un barlume di luce in fondo al tunnel: l’11 Maggio riaprono alcune attività e le scuole! Sì, perché in Francia la scuola chiude la prima settimana di Luglio, quindi non tutto è perduto per la sanità mentale dei genitori! Non è ancora tutto chiarissimo sulle modalità, ma il paese è pronto per ripartire piano piano, facendo attenzione a continuare i gesti barriera.

Un segno di speranza che ci costringerà a fare i conti con gli effetti indesiderati di questo confinamento prolungato: quanti di noi avranno il coraggio di accettare il responso della bilancia?

Ma tanto le francesi non mettono un grammo nemmeno a pagarlo, quelle hanno un altro DNA!

(Paola Mecchia)

La Francia al tempo del virus - 2

Adesso devo riposare per almeno cinque ore; io, non la pasta.

Potrei terminare qua, e farvi credere che ho fatto la mia prima pizza. Invece voglio rimuovere il velo di ipocrisia da queste infinite foto di pani e pizze che circolano. Esse danno agli ignari come me l’idea di gioiose mattinate passate a produrre quattro stagioni, focacce, pane cafone, come se nulla fosse. Procederò invece a descrivere la mia esperienza nella sua reale crudezza.

Fino a quattro settimane fa pensavo che la pasta delle pizze nascesse in dote in pizzeria, le baguettes in boulangerie già a forma di baguettes, e non avevo alcuna comprensione del perché tutti volessero farina e lievito.

Dopo un po’, temendo di essere l’unica a uscire da qua senza saper cucinare niente, e attirata dalla successione di foto appetitose, ho comprato il lievito di birra. Al primo tentativo, è arrivato sotto forma di integratori alimentari alla birra, magari utili se avete carenza di vitamine, ma meno se l’obiettivo è una Margherita. Al secondo tentativo, ho scoperto che il lievito viene diffuso sotto forma di panetto, che soggiorna in frigo, e che è meglio chiedere prima di comprare.

Finalmente arriva il grande giorno. Giorno 40 confinata a casa. Ho il lievito, ho la farina. Ho tre ricette da intersecare per definire i quanto basta. Sono psicologicamente pronta a impastare per circa venti minuti.

Passano venti minuti. Ne passano altri venti. Dopo un’ora a impastare, con le braccia doloranti, la ricetta irraggiungibile sul cellulare spento, le mani ricoperte di questa pasta che non si stacca, la mente che vuole aumentare lo stipendio dei pizzaioli, sono ormai a un passo dallo gettare tutto e dare la colpa al tipo di farina.

Aggiungo un altro pochino di olio.

Improvvisamente, la pasta si stacca, assume le sembianze di una palletta; le mani, ormai rassegnate a essere cementificate, ritrovano la libertà. Mi riscopro a maneggiare la palletta da una parte all’altra in preda a una risata isterica.

A ogni mio movimento, la farina si deposita per la cucina. In alto, sul tavolo, per terra, e su ogni oggetto o persona che non rispetta il distanziamento sociale.

Ho dovuto fare il bucato, una doccia, lavarmi i capelli. Ho male alle braccia, alle spalle, al collo, persino alle caviglie.

La palletta è là. A riposo. Lei.

Lo strofinaccio si solleva sempre di più. C’è una probabilità non nulla che ci risucchi tutti entro qualche or...

(Valeria Pettorino)

Diario di una quarantena

A volte mi chiedo cosa cambierà dopo la pandemia. Qualcuno dice semplicemente nulla in quanto soprattutto noi italiani siamo un popolo che dimentica molto velocemente e saremo pronti a ripartire e a programmare le nostre vite dopo poche settimane.

Personalmente, invece, mi auguro che una seria riflessione sul nostro mondo occidentale verrà fatta e che, finalmente, si riuscirà a fare una distinzione politica e generazionale tra quelli che sono semplici obiettivi e quelli che sono i fini dell’umanità.

Credo che la nostra cultura occidentale, soprattutto in questo secolo, sia stata caratterizzata da due pilastri: da un lato il dio danaro e dall’altro un egoismo soggettivo straripante. Questa miscela, secondo il mio parere, è stata devastante.

Sì, la qualità della vita è sicuramente migliorata (e questo è l’obiettivo) ma la vita (il fine) è migliorata? Dov’è l’essere umano? O meglio: quando una persona può definirsi un buon essere umano? Quando va al mare a spendere soldi sapendo che ci sono persone nel pianeta che muoiono di fame oppure chi toglie il superfluo dal proprio conto in banca per alleviare le sofferenze di qualcuno?

La risposta teorica è semplicissima, ma in pratica è sconosciuta alla stragrande maggioranza degli uomini del nostro tempo. Così diventiamo razzisti di fronte a esseri umani che sbarcano per salvare le loro vite dalle guerre o dalla povertà; giriamo la faccia (trincerandoci dietro la poca fiducia nelle associazioni) quando ci sono da aiutare bambini in Africa – tanto per fare un esempio – perché, come detto, è la miscela esplosiva tra l’idolatria al dio danaro e il nostro smisurato egoismo che ci fa essere, naturalmente, così.

Basta osservare la vita di tutti i giorni: ostentazione compulsiva di ciò che si ha senza quasi lasciare spazio a ciò che si è; oppure sarebbe meglio dire capovolgimento inconsapevole tra ciò che dovremmo essere e ciò che abbiamo.

Più semplicemente: il dogma di ogni società che si rispetti, filosoficamente e teoricamente parlando, dovrebbe essere: abbiamo perché siamo e invece siamo riusciti a trasformare questa semplicissima equazione e a capovolgerla: siamo perché abbiamo.

E non dite che non è vero: quanti più soldi, quanto più potere sugli altri si ha tanto più ci sentiamo (uso la prima persona plurale per intendere tutto il nostro modo di pensare) forti e più, questo mondo così come lo abbiamo voluto, ti fa sentire forte. Per correre dietro all’icona del dio danaro non solo si calpesta tutto e tutti, ma si crea un vortice di egoismo che ci fa preoccupare solo di noi stessi senza pensare ai danni che stiamo procurando alle prossime generazioni.

Così il clima sta cambiando per colpa dell’inquinamento, così le persone scappano dalla povertà e così un virus sta sconvolgendo le nostre vite. Se al posto del dio danaro avessimo avuto come fine la salvaguardia del pianeta, i ghiacciai non si scioglierebbero; se avessimo avuto più generosità e altruismo verso le parti più povere del mondo nessuna donna sarebbe scappata su un gommone pronta anche a morire con un bimbo appena nato tra le braccia. E se una mamma (dando per certo che non c’è nessun amore più grande di quello di una madre per il proprio piccolo) è pronta anche a far morire il proprio figlio pur di scappare, allora non vi viene in mente che è davvero disperata? Voi non morireste per i vostri figli? Ecco, è semplice da capire…

Se continuiamo a vivere con questo falso idolo del danaro che altro non è se non una droga che porta assuefazione e ricerca di dosi sempre maggiori, se continuiamo a vivere con egoismo in ogni piccola occasione della nostra esistenza, allora il futuro del mondo è davvero buio e triste.

E se, invece di applicarsi all’economia e ai mercati, il mondo si fosse applicato a dare più risorse all’organizzazione mondiale della sanità, se solo fosse esistito un pool di scienziati coordinati a livello mondiale, capaci di intervenire subito e costruttivamente nel caso di una possibile pandemia (cosa che purtroppo si è verificata), non avremmo lasciato alle libere e non sempre democratiche decisioni dei singoli Paesi, i provvedimenti da prendere. Forse avremmo contato meno morti, forse si sarebbe “chiuso” tutto prima e ci saremmo sentiti più “umani”.

Sì, se questo è il nostro modo di vivere e di pensare, non possiamo piangere i morti senza farci una seria analisi di coscienza. Ma la faremo? Oppure sarà più facile inventarsi complotti, puntare il dito contro qualcuno continuando a nascondere il vero e secolare problema?

Fin troppo facile la risposta: il mondo continuerà a sacrificare innocenti in nome di un dio fasullo e di un egoismo giustificato dalle proprie immaginarie esigenze.

Oggi mia figlia ha colorato una scheda riguardante la raccolta differenziata. Mentre la guardavo pensavo che la spazzatura è diventato l’unico momento in cui scendo di casa: cinque minuti per portare la busta del giorno fino ai cassonetti. Cinque minuti per capire che tutto è strano, come se fosse avvolto da una cupola distaccata dalla nostra solita realtà. Per la prima volta, nel silenzio assordante (lasciatemi questo ossimoro) delle 21:00 ascoltavo il rumore dei miei passi sull’asfalto: niente di più introverso e esclusivo allo stesso tempo, niente di più vero in questo momento…

Il silenzio assordante, lo stesso che avevo notato mentre il Papa alle 18.00 concedeva l’indulgenza plenaria con la benedizione urbi et orbi: segno di un mondo profondamente cambiato in pochissimi giorni.

(Gianmarco Giugliano)

Attraversando una strada di campagna

I giorni passano tutti uguali, con la stessa sensazione di sospensione sempre più insopportabile. Ogni giorno, programmo qualcosa da fare in casa e la porto a termine: pulizia vetri e porte, poi un altro giorno pulizia pavimenti e spolverata generale, poi è la volta dei lampadari, poi dei bagni e poi del giardino e poi vivendo ogni giorno, in questa sensazione fuori dal tempo e fuori dal mondo ci si sente esausti. Basta, ma quando finisce questa quarantena?

Quel mondo fuori che quando provo a immaginarlo, vedo il deserto e l’immobilità dell’umanità nelle città libere, nella mente le città diventano invisibili, luoghi immaginari e lontani, diventano spazi ripuliti, igienizzati. E allora, mi verrebbe voglia di mettermi in auto per attraversare tutta l’Italia e raggiungere l’estero, un tour in automobile per varcare i confini e mentre immagino, guardo l’orologio voglio sapere che ora è, il tempo sembra essersi fermato, dilatato, ho bisogno di sapere che ora è!

E allora una strana frenesia mi assale, voglio uscire, sì, voglio svagarmi, esco, vado a fare la spesa, non c’è più nulla in frigo, esco, è necessario, devo uscire, prendo la mia auto decapottabile, il maggiolino verde scuro, con gli interni beige e la capote chiara. La mia auto che adoro, è bellissima.

E allora voglio uscire in auto e mercoledì scorso che era una bella giornata, c’era il sole, faceva caldo, indossai jeans, camicia bianca e gli occhiale da sole, salii in macchina, aprii la capote, accesi il motore, mi avviai per varcare il cancello di casa e la voce di mio marito dal giardino, mi diceva ridendo: «richiudi la capote, le forze dell’ordine ti fermeranno, troppo scoperta, di questi tempi!» Ma io noncurante, piede sull’acceleratore, mi avviai per andare a fare la spesa: che bella sensazione, quella che mi dava l’aria sul viso mentre guidavo e ascoltavo i Pearl Jam – Just Breathe, che mi faceva stare bene e per un attimo immaginai di iniziare un lungo viaggio.

Camminavo spedita e serena per la strada di campagna, che mi conduceva al Vulcano Buono, per il supermercato aperto più vicino casa mia, dove trovo tutto e dove mi è concesso andare. E mentre guidavo e mi sentivo libera, come un giovane che ha preso da poco la patente e per la prima volta inizia un lungo viaggio, notai che i carabinieri mi salutavano da lontano? Ma no! Mi facevano segno di accostare, e allora mi fermai, abbassai la musica, salutai e feci per consegnargli patente e libretto, ma il carabiniere che con la mano mi faceva cenno di lasciare stare, mi chiese in tono infastidito e severo: «Dove va così?» Io lo guardai e tra lo stupore, il senso di fastidio e disgusto che stavo provando, dissi: «Vado a fare la spesa» e non so però cosa i miei occhi gli avessero comunicato, che il carabiniere alzando la voce e puntandomi il dito disse: «Mi mostri l’autodichiarazione, il permesso scritto!» E io candidamente, risposi: «Non ce l’ho. Non ho la stampante. E adesso devo tornare a casa, scrivo e ritorno o mi da lei il modulo e io le scrivo tutto?» Il carabiniere, sempre più infastidito, mi concesse il via libera, io intanto salutai gentilmente e ringraziai, e dissi sorridendo: «Finalmente il suo spirito aguzzino può liberarsi, in momenti di pandemia». Il Carabiniere con lo sguardo di chi non ha capito nulla, mi disse: «Vada, vada!»

Io andai via, ripartii, via libera alla musica e con la mano destra che si librava nell’aria gli feci il dito medio. E lo so, non si fa!

Ma in tempi di pandemia, vengono fuori le nostre nature zotiche e primitive, forse poteva inseguirmi e persino spararmi e con la capote aperta, di sicuro mi beccava. Ma tra colpi di tosse pericolosi e colpi di pistola, oramai non si fa nessuna distinzione, la paura mi annebbia il cervello e intanto lo spirito libero che è dentro di me, fa le sue uscite trasgressive e in tutta sincerità, comincia a preoccuparmi e allora una volta giunta al supermercato, feci la spesa seguendo le regole scrupolosamente: mascherina e guanti, pagai, salutai la cassiera e ritornai in auto, ripercorrendo la strada di campagna deserta e finalmente arrivata a casa, trovai mio marito in giardino ad aspettarmi che mi chiese: «Anita, nessun controllo?» e io gli risposi che era stata una passeggiata liberatoria, aggiungendo che: «Le strade di campagna e il paesaggio bucolico svagano la mente e lo spirito».

(Anita Napolitano)

Non ho parole.

Non ho parole per descrivere il senso di angoscia che ti prende alla gola quando un nemico subdolo e invisibile si insinua nella tua vita, colpisce i tuoi cari e ti trova inerme e immobile, impotente. Non ho parole per dire della paura, che ti fa stare sveglio di notte e ti sussurra all’orecchio i peggiori scenari ai quali non vorresti mai dover assistere. Non ho parole per descrivere quanto desidereresti svegliarti da un bruttissimo sogno e invece è la realtà.

Non sono bastate torte, lasagne, pastiere e brindisi “social” a mitigare la solitudine, a dare un senso a un vuoto ancora più vasto di quello che ti porti dentro, che sembra inghiottire tutto come un buco nero. Ci dicono che moriamo per rinascere, intanto è la morte quella che sentiamo accanto, non siamo preparati ad affrontarla, siamo disabituati a pensarci fragili, bisognosi gli uni degli altri. Lo scopriamo adesso, quando non possiamo più avvicinarci, toccarci, abbracciarci, quando la natura si riprende i suoi spazi e ci rimette al posto di meri organismi biologici non immuni. Ecco, non siamo immuni, è questa la scoperta che facciamo durante la pandemia. Non siamo immuni dal dolore, non siamo immuni dalla paura, non siamo immuni dalla malattia e non siamo immuni dalla morte. E ora?

No, non ho parole, non ho soluzioni, non ho consolazione da dare. Ho solo paura, tanta. Tristezza, molta. Angoscia, mio malgrado. Resta ancora un po’ di speranza nelle capacità umane, che muore ogni giorno di più di fronte al penoso spettacolo dell’egoismo e dell’indifferenza.

La speranza la tengono in vita gli eroi del momento, uomini e donne impegnati a difenderci dal male. Con tempestività e umanità non ci lasciano da soli, si prendono cura di noi come noi non sappiamo fare con loro. Abbiamo barattato il benessere collettivo con un inutile benessere individuale, senza pensare al domani, alle conseguenze, a chi ne traeva beneficio. Ora siamo pieni di domande senza risposta, ma la risposta è dentro di noi, quando troveremo, finalmente, le parole per raccontare questo tempo dilatato, che ci divora più di quanto non facesse il tempo frenetico nel quale eravamo immersi prima. Questo tempo assoluto, che si riprende il suo spazio senza considerarci, senza la grazia di un preavviso, piombando nelle nostre vite separandoci, senza parole.

(Stella Amato)

I peli superflui al tempo del covid-19

Oggi ho ispezionato il mio aspetto allo specchio, ho acceso la luce e con sguardo attento sono andata alla ricerca dei peli superflui. La verità è che di superfluo c’ero io, me, Paola.

Uno strato considerevole di peluria ha invaso l’epidermide trasformandomi nella moglie di Hug. Cerco di ritrovarmi, attenta osservatrice delle maggiori tendenze estetiche, appassionata di moda, di sport: non riesco a riconoscermi. Avvio su YouTube video che illuminino la mia ignoranza sul procedimento casalingo della depilazione, della colorazione dei capelli e quant’altro. Coadiuvata da mia figlia Flavia vado alla ricerca del tempo perduto, assembliamo la strumentazione idonea all’uso e ci cimentiamo nell’opera di restauro. La fase depilatoria si svolge senza particolari intoppi, tranne qualche microustione seguita da sparuti acuti, poi passiamo alla fase mèche. Misuriamo le quantità di polverine e liquidi per ottenere il miscuglio necessario adatto allo schiarimento. Tempo di posa 30 minuti. Risciacquo. Risultato: sembro ora una vedova Apache, ciocche di vago color arancione popolano la mia testa. Svengo.

Soluzione: ordino su una piattaforma on line uno shampoo dai pigmenti violacei, per i non addetti ai lavori serve per sminuire i colori accesi.

Ritorno in me, mi sottopongo all’esame del consorte che con aria rassegnata mi dice: «Sei bellissima». Penso cosa non fa il profondo senso dell’amore al tempo del Covid!

(Paola Iannelli)

Vita da cartolina

Ho tra le mani una cartolina, l’isola, il mare. Mi chiedo se lo vedrò quest’anno, siamo in un momento di vita dove tutto è fermo, un tempo sospeso, non c’è lo spazio in cui camminare se non quello della nostra casa e della nostra mente.

Mi viene in mente il famoso Galileo, lui ci ha insegnato a viaggiare sulle carte di Tolomeo, ossia le cartine geografiche. Noi siamo più fortunati degli esseri umani tra la fine del 1500 e inizio del 1600, possiamo viaggiare su internet visitando i musei, le gallerie d’arte, guardare uno spettacolo teatrale.

Cero non è la stessa cosa, s’investe un solo senso, la vista. Non si sentono gli odori racchiusi nelle sale dei musei, la puzza di muffa mista al deodorante per attenuarlo, e anche l’odore della pittura, del marmo. Camminare nelle sale virtuali non è come camminare nelle immense sale dei musei. Non riesci a percepirne la stessa maestosità, e poi non c’è prezzo nell’immaginare chi abbia calpestato quello stesso pavimento che stai calpestando tu nel momento della visita.

Ma siamo fortunati.

Io ho visitato virtualmente la casa di Frida Khalo, appena sarà possibile vorrei visitarla da vicino per percepire meglio la vita, l’anima della pittrice che dal virtuale sembrano essere state molto caotiche e fuori dalle righe.

In questa cartolina c’è il mare, ma è una cartolina, non sento il suono melodioso delle onde del mare che ti parlano, e non odoro il suo profumo mischiato con quello della sabbia. Mi vedo camminare in riva al mare, è tale la voglia che mi sembra di avvertire tra le dita dei piedi la sabbia che scivola trasportata dalle onde che li bagnano.

Sospiro, ma siamo fortunati.

Guardo ancora quella cartolina, è muta, dove sono i rumori, il vociare della vita colorita della gente? ora anche oltre quel paesaggio statico della cartolina c’è silenzio, fa rumore solo il mio cuore in ansia per la paura della pandemia. Fanno rumore anche le vene che pulsano nelle tempie, troppi pensieri.

Immagino il vociare che ci sarà appena saremo liberi dalla pandemia, ma ci sarà o saremo tutti ancora prigionieri della paura, delle ansie, soprattutto dell’abitudine acquisita di stare in casa, nell’isola protetta dalla dura realtà?

L’abitudine è pericolosa e l’uomo vive di abitudini, così come eravamo abituati a vivere nel caos e stavamo bene, ora siamo abituati a vivere nell’isolamento, nel silenzio e molto probabilmente ci sta piacendo, finalmente liberi da orari.

Basta pensare! meglio viaggiare anche se virtualmente.

Rifletto a quanto siamo fortunati: viviamo la realtà senza uscire da casa, apprendiamo, coltiviamo gli interessi anche se il mondo socio economico è fermo.

Una cartolina, una semplice cartolina è stata la scintilla del mio caos interiore.

Penso a chi vive sempre nel buio, a chi non può ascoltare la voce del mare, il sibilo del vento, a chi non riesce più ad avere un olfatto fino, a chi non può mangiare e gustare i sapori delle prelibatezze culinarie, a chi pur toccando non percepisce il senso, e a chi non riesce più a odorare il profumo dell’aria.

Una cartolina, una semplice cartolina è un mondo per chi vuole vederlo.

Ma siamo fortunati.

(Carla Abenante)

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