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La vita ai tempi del virus - XI parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens


Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.


Stoccolma al tempo del virus

Vivo in Svezia da dodici anni, anche se parte del mio cuore resta in Italia dove molti affetti, in questo periodo, sono chiusi in casa per combattere la prima pandemia della mia vita. Qui a Stoccolma la situazione è uguale, ma è diversa...

Da italiana la prima cosa che mi è successa è di non capire bene, leggevo i giornali italiani sulla Svezia e mi veniva l’ansia, poi guardavo i giornali svedesi e mi dicevo “ok, c’è una pandemia, queste sono le cose che posso fare per aiutare me e gli altri”. Oggi, ho smesso di leggere i giornali italiani, mi continuo a preoccupare per i miei affetti, e mi concentro su quello che succede qui.

La mia pasquetta l’ho passata nel bosco, non abbiamo il divieto di uscire noi. Abbiamo però suggerimenti dal governo che ci chiede di fare attenzione, di lavorare se possibile da casa, di tenere la distanza da altre persone ed evitare di incontrarsi in gruppi. La parola chiave qui è “suggerimenti”, nessuno ci insegue con l’elicottero.

Una quarantena c’è, ma è diversa da quella italiana: è autoimposta. Nel mio palazzo, appena è stata dichiarata la pandemia, hanno subito mandato una mail ai condomini: “se sei in un gruppo a rischio e hai bisogno di fare la spesa o di andare in farmacia possiamo aiutarti”. Ho letto ieri sul giornale (svedese) che il governo ha consigliato, non imposto, di evitare feste di fine anno per le scuole superiori. Un appuntamento estremamente sentito dai giovani svedesi, e, nonostante tutto, tutte le scuole stanno cancellando per quest’anno i festeggiamenti che rappresentano l’ingresso all’età adulta degli studenti. Quale miglior modo, da parte di questi ragazzi, per dimostrare di voler migliorare e proteggere la società?

La mia azienda ha già da più di un mese chiesto ai team di lavorare da casa e di continuare a focalizzarsi su “mens sana in corpore sano”, quando in Italia si discuteva ancora se fosse proprio necessario stare a casa e i politici si facevano ancora selfie sui navigli. Effettivamente, il mio Paese adottivo ha avuto la “fortuna” di essere attaccato tardivamente dal virus, rispetto all’Italia che è stata il primo paese Europeo a contare i suoi morti. Il governo ha così avuto del tempo per riflettere, ma anche di lasciare spazio agli esperti (quelli veri) e a basare la nostra difesa sulle loro opinioni.

Ed è così che la Svezia continua a mandare a scuola gli under 16, perché altrimenti dovremmo rinunciare a tanti lavoratori che supportano l’andamento giornaliero della società, mentre gli over 16 continuano a studiare da remoto grazie a una connettività presente ovunque sul territorio. I parchi sono pieni di bambini che si godono la primavera, i locali sono un po’ più vuoti e molti hanno deciso di chiudere per questo periodo e si sono organizzati per fare consegne a domicilio.

C’è anche quel fattaccio del triage, una settimana fa si è diffusa la notizia che negli ospedali svedesi se hai più di 80 anni o sei sopra i 60 e hai già una patologia, in caso di mancanza di respiratori, non sarai ammesso in rianimazione. Vero o no, un triage in situazioni come queste va purtroppo fatto, e dare una chance in più a chi ha possibilità di farcela non mi sembra una scelta disumana. Certo è che non c’è la mia famiglia su quel letto di ospedale, sarebbe difficile essere così distaccati e razionali in quella situazione. Leggere di questa notizia mi fa rispettare ancor di più i medici, e i team che supportano i pazienti, per questo fardello pesante che è fare un triage in questa situazione.

Rispetto alla mia cultura nativa, ho sempre trovato il mio popolo adottivo più individualista, più distaccato dal ruolo sociale del gruppo, eppure in questa situazione mi sembra che lo svedese medio sia mille volte più rispettoso di quelli che scrivono autocertificazioni false per poter prendere una boccata d’aria, dei politici che nel 2020 invocano poteri divini per proteggere la popolazione italiana invece di supportare gli sforzi di un governo che prova a reagire. Il tutto sempre in contrapposizione all’Italia bella, quella che considero casa, quella degli amici che restano a casa per senso civico, quella dei medici, gli anestesisti, dei lavoratori che non possono smettere e proteggersi per portare il pane a casa di chi non può uscire.

Ecco, la Svezia al momento non crea terrore o ansia, chiede ai suoi cittadini di restare a casa, di praticare “social distancing” e ci consiglia di non viaggiare. La pandemia è già così spaventosa da sola: sono contenta di avere dei giornalisti che invece di alimentare l’ansia cercano di chiarire e fare informazione, di avere politici che invece di mettersi in mostra lasciano parlare e ascoltano gli esperti (ribadisco quelli veri) per trovare soluzioni che supportino il sociale e l’economia.

(Paola Oliviero)

Per me ricomincia la normalità. Ritorno al lavoro con modalità e orari diversi. Mi suona strano, non credo che la lotta fosse a buon punto, c’era ancora da aspettare, aspettare una curva che scivola in basso mentre l’umanità si è fermata di colpo senza cinture di sicurezza. Noi stiamo da una parte e dall’altra chi non ha mai smesso di stare in prima linea. In mezzo c’è il virus.

Non ritornerà niente come prima, però cambia la narrazione. Sento che i ritmi hanno rallentato, il silenzio che prima era cospicuo adesso non è più così sorprendente, la catena sta allentando le maglie, i muri diventano troppo stretti, i balconi esigui, non si tollera più questa quarantena vischiosa.

Ieri, al supermercato, ho provato per la prima volta paura. Un bisogno di porre distanza tra me e una persona che si attardava alla cassa accanto. Sentivo disagio, volevo allontanarmi velocemente e non capivo perché. La signora mi stava a poche decine di centimetri. Mi davano fastidio i suoi gesti troppo lenti che permettevano questa vicinanza in altri momenti normalissima, ora insopportabile. Sono stata io la più veloce, sono corsa via. Se questa sarà la nuova normalità non ci sarà niente di bello, ancora più diffidenza e consapevolezza. Un salto in avanti di civiltà, dicono. Bisogna cercare assolutamente di non perdere l’entusiasmo per non mettere rughe sull’anima.

La fortuna di vivere adesso questo tempo sbandato, canta il poeta. E il futuro che arriva chissà se ha fiato.

(Carla Cappiello)

Un anticipo sulla vecchiaia

Temo di aver compreso cosa è stata per me questa infinita quarantena. Un anticipo sulla vecchiaia, un possibile anticipo della mia vecchiaia.

I dati sono questi: ho tempo, fin troppo a volte, dilatato, e se non mi preoccupo di riempirlo di senso non so che farmene. Certo, potrei leggere, scrivere, far di conto, ma la testa, l’entusiasmo… Penso a tutti i libri che ho comprato, magari nemmeno immaginando un momento come questo: perché non mi dedico a loro, perché non mi faccio trasportare?

Vorrei costruire qualcosa, ma ha senso immaginare una casa se non sai neppure se o quando andrai ad abitarci? E tutte le cose che mi mettevano ansia: perché adesso possono aspettare? Non ditemi che mi ero ingannato.

Ho dei limiti nell’andar fuori di casa: ricordo mio padre che considerava un’uscita l’andare a fare la spesa, e neppure troppo lontano da casa sua. Anche per me, ora, è così. Esco per prendere un po’ d’aria, per qualche bisogno magari sopravvalutato, mentre il mondo si stringe intorno a me.

Se avverto un problema fisico, poi… sembra tutto più importante, anche se ho chiara consapevolezza che non lo sia. Ma a qualcosa bisogna pur pensare… E in tv non c’è niente di nuovo, repliche e repliche, in un’eterna estate. Ogni tanto mi vedo qualche roba di quand’ero giovane e fingo di rimpiangere i tempi che furono.

E nessuno che ti viene a trovare…

Io non voglio diventare vecchio, non così. Certo, succederà, e in parte è già successo, ma non voglio rendermene conto. Essere giovani vuol dire solo questo: pensare ad altro. Ditemi che un altro c’è.

(Aldo Putignano)

Un funerale al tempo del covid-19

44° giorno di quarantena a Pozzuoli: come ogni mattina cerco il respiro dell’aria. Come una carezza lieve un soffio di odore salmastro mi immerge nel nuovo giorno. Le campane della vicina chiesa annunciano la messa del mattino, scorgo ai piedi dell’ingresso un signore vestito a lutto con in mano un mazzo di garofani seduto sui gradini. L’emergenza epidemiologica ha obbligato i fedeli a entrare e riunirsi per pregare: non mi meraviglia la presenza di quell’uomo, penso che stia pregando in silenzio, il capo leggermente chino, conserva tra le mani un foglio. I fiori li ha sistemati sul gradino alto della scalinata, recita sottovoce una nenia. Il silenzio è tale che avverto il debole concerto di suoni che sommessamente emette.

Rientro pensosa in casa, faccio colazione, la doccia e indosso una comoda tuta. All’improvviso le campane suonano a morte, rammento il divieto di svolgere funerali, incuriosita esco di nuovo fuori al balcone. Osservo quell’uomo, ha aperto le braccia adesso e a voce alta chiama un nome di donna: Elisa! Elisa!

Poi batte un pugno sul petto così forte da indurlo a tossire. A questo punto il parroco esce dalla chiesa, non può abbracciarlo e senza attendere altro l’anziano si avvia verso la strada, quella che porta al mare. Padre Pacifico lo chiama: «Ottavio non perderti d’animo, sarai tu la luce per Elisa!»

Ottavio non gli presta attenzione, cammina rapido verso il mare. Mi commuove la sua solitudine e la forza d’animo che gli ha sorretto il cuore.

Avanza Ottavio senza paura, cerca di non perderti, forse non lo sai ma l’amore per tua moglie oggi mi ha insegnato molto.

Triste rientro nel mio loculo provando un infinito senso di solitudine: quella che alimenta la mia anima, per fortuna ancora legata a un briciolo di sentimento che si chiama amore.

(Paola Iannelli)

In che mese siamo? Che giorno è della settimana e quanto ne abbiamo? Che ora è? È giorno? È notte? Non lo so più, ho perso la cognizione del tempo e dello spazio.

Mi sono imposta di svegliarmi alla stessa ora, ma non metto più la sveglia e allora mi sveglio un po’ più tardi del solito, normale dato che il sonno è disturbato da mille pensieri negativi, dalla paura e da questa gabbia aperta che è diventata la casa.

In un giorno che non so quale sia apro il mio profilo fb e comincio a scorrere e guardare i post degli amici, uno mi colpisce più di tutti. Wow è un video di una personal trainer americana, uno, due, tre, avanti, indietro, salta, gira. Mi piace molto, mi ricorda il tempo in cui frequentavo la palestra. Sono anni che non ci vado più, ora in questo letargo forzato è una folgore che taglia il giro vita aumentato per la mancanza di movimento.

Mi guardo, ho già su leggings e una maglietta, va bene, prendo le scarpe da ginnastica, riprendo il pc, cerco il video e pronti via.

Hop. Hop, seguo attenta la personal trainer. Comincio a sudare, bene, vai su mi dico, mi inizia il fiatone, bene, vai su, hop hop, uno, due, tre, gira, volta e mi gira la testa. Guardo i minuti sul video: meno otto minuti.

Meno otto minuti? Io non ce la faccio più.

Mi fermo, riprovo, nulla, le gambe non si muovono più. Chiudo il video. Spengo il pc.

Mi ripropongo di riprenderlo domani, sì da domani comincerò ad aumentare il tempo fino a che sarà una vittoria arrivare fino alla fine della lezione. Sono proprio arrugginita, forse lo ero già prima del corona virus, la vita era frenetica ma movimenti giusti da allenamento sportivo non erano più presenti, sarà la volta buona? Mah.

(Carla Abenante)

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