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La vita ai tempi del virus - X parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens


Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.


La città del buio bianco

(22 marzo. Bologna, piazza Malpighi, con Leonardo)

Nella città rimasta sola

camminiamo io e te e basta,

due puntini che bucano un foglio

che non finisce mai.

Mi dici che dappertutto è buio bianco,

il fratello bugiardo del buio nero,

che si nasconde negli occhi

e ci fa vedere cose che non ci sono più.

Le strade, i palazzi, i tetti,

le finestre non ci sono più,

e le linee, i cerchi, le scritte non ci sono più,

e neanche i giardini, neanche gli autobus vuoti e impazziti.

Allora dove siamo, Figlio Mio?

“In un deserto di neve e di sabbia,

ma se vuoi impariamo a prenderle

e costruiamo una nuova città

dove tutto quello che guardiamo sarà vero”.

(Filippo Kalomenidis)

Il virus arriva all’improvviso. Ci mette un attimo a infettarti il corpo, il cuore, la mente. Un respiro in un posto sbagliato, uno starnuto, un colpo di tosse che ti costringe a voltarti ed è già dentro di te. Ma non ne senti immediatamente gli effetti. Sta lì, nascosto in qualche anfratto cellulare, sedato ma attivo. Ti sembra di tenerlo a bada con la ragione ma, pian piano, in maniera subdola, lui si muove e agisce. I primi tempi stai bene. Porti giù il cane, ai giardinetti dietro casa incontri quelli che sei solito salutare a ogni passeggiata. Ma oggi è un po’ diverso. Gli animali si annusano, scodinzolano, cercano di giocare. Ma tu ti tieni a distanza. Un metro è poco. Perché non ho preso il guinzaglio più lungo? Niente battute sulle pipì dei rispettivi animali, niente sorrisi, un buongiorno frettoloso perché devi tornare. Ti sembra tutto normale, ma perché la signora Rosa, la proprietaria dei due barboncini bianchi, non aveva la mascherina? Il virus? No, sto bene, non ho niente di cui preoccuparmi.

Le giornate sono lunghe in quarantena. Leggi i giornali online, ti messaggi con qualche amico su WhatsApp, ascolti lenta dentro di te salire la nostalgia delle persone care che non puoi rivedere. Ma il tempo fuori è bello, la primavera è fiorita sui balconi dei vicini, l’aria si è fatta tiepida di sole ed è piacevole il caffè di metà mattina da sorseggiare fuori, seduto al tavolino in ferro battuto, là sul balcone.

Le giornate sono lunghe in quarantena ed è normale guardare giù. Ma perché c’è così tanta gente per strada? Ma che cazzo avrà da fare tutta questa gente, stamattina? Non sa che è vietato uscire? Io sto in casa a rompermi le scatole e loro tutti giù belli a passeggiare. Mi affaccio per vedere meglio. C’è traffico: auto, furgoni, motorini, tanti motorini con due persone a bordo. No, non è possibile. Ora mi incazzo veramente. Io sto bene, almeno credo. Ma bisogna fare sacrifici, tutti, per fermare il virus. Io li faccio e li devono fare tutti. Due ragazzi, avranno avuto al massimo vent’anni, si fermano a chiacchierare proprio sotto al mio balcone. Distanza di sicurezza? Ma che! Così vicini che le labbra quasi si sfiorano, i respiri si fondono e il virus viaggia tranquillo. Il virus, chi sa se ha contagiato già anche me?

Sto bene, ma sì che sto bene. Niente tosse, niente febbre, ascolto il mio respiro lento e profondo riempirmi il petto a intervalli regolari. Io rispetto le regole, sto in casa ed esco solo per necessità. Uso la mascherina, mi lavo le mani e poi disinfetto tutto ciò che tocco. Il virus non potrà mai attaccarmi. Gli altri? Chi se ne frega degli altri. O meglio, non me ne fregherebbe se, purtroppo, la mia salute non dipendesse anche da loro. Gli altri devono rispettare le regole come me. Devono!

Sono un po’ meno sereno. Questa storia che la mia salute dipenda anche dagli altri e questi non seguano le regole mi ha turbato. Ma sì, vado al supermercato a fare la spesa. Comprerò della Nutella. Niente è meglio della Nutella in quarantena. Mascherina, guanti monouso e sono pronto ad affrontare il mondo esterno. Il pericolo che incombe nel mondo esterno. Eppure gli alberi sono sempre eguali e l’aria e profumata. Ma non bisogna abbassare la guardia. Fuori il virus è in agguato e quando meno te lo aspetti è pronto ad aggredirti. La fila al supermercato è lunga ma abbastanza ordinata, si entra uno alla volta e aspetto paziente il mio turno. Cosa c’è di più gratificante del fare la spesa? E poi senza folla. Un piacere ineguagliabile. Mi aggiro nei corridoi semideserti, tra gli scaffali ricchi di scatole colorate alla ricerca della mia gratificazione alimentare. Ecco, la vedo la dolce crema al cioccolato di nocciola che mi regala sensazione orgasmiche. Mi avvicino lentamente, il piacere va gustato con i giusti tempi ma un colpo di tosse, un secco colpo di tosse, letale come uno sparo, mi trafigge sulla spalla alla mia destra. Ma come cazzo ti permetti? Il vecchio bavoso senza mascherina mi sorride ebete, prende il barattolo di marmellata di ciliegie e si allontana trionfante con il suo trofeo nella mano. Il vaffanculo mi esce spontaneo, la rabbia mi sale dalle viscere al cuore: non sono più la persona gentile e tollerante di sempre. Il virus è già dentro di me.

Nessuno deve uscire di casa senza un motivo valido. Nessuno. Da ora in poi mi metterò d’impegno. Mi annoto tutti i numeri delle forze dell’ordine, appena vedrò qualcuno in giro provvederò ad avvertirle perché intervengano. Mi iscrivo sui gruppi social sui quali potrò segnalare tutti gli irresponsabili che con i loro comportamenti scriteriati diffondono il contagio. Organizzerò dei gruppi di controllo attivo. Se la polizia non farà il proprio dovere dovranno essere i cittadini a difendersi da soli. Chi sa ora il virus cosa sta facendo? Un rancore sordo mi riempie l’anima e la mente.

Di nuovo per strada, purtroppo. È necessario, questo cazzo di cane deve pisciare due volte al giorno, prima o poi lo abbandono, ma sì se la caverà da solo e io non sarò più costretto a uscire. Per fortuna, alle dieci di sera il viale è completamente deserto. Il rischio di incontrare qualcuno è quasi nullo. Arrivo di corsa ai giardinetti, i soliti. Il silenzio è assoluto. Forza bello, sbrigati a fare la pipì che torniamo subito a casa, a casa mia, al sicuro. L’ombra esce furtiva da un portone buio, dapprima ne percepisco appena la presenza, un uomo basso, di mezza età, che striscia lungo i muri. Mi irrigidisco. Ora è a pochi metri da me, lo vedo meglio. Ha il viso tondo, gli occhiali di metallo e una calvizie incipiente. Raggiunge una utilitaria grigia e si fionda dentro. Dove cazzo vai, a quest’ora? Stronzo. Il mio pugno, senza alcun controllo cosciente, picchia violentemente sul vetro del finestrino. Lo sai che non si può uscire? Lo sai? Gli occhi dell’uomo sono sbarrati, le labbra si muovono ma non emettono suoni. Un sorriso soddisfatto mi segna il viso. Lentamente, con cautela, il finestrino si abbassa. Una voce stridula mi dice piano: sono un infermiere, sto andando al Cotugno per iniziare il mio turno di notte. Mette in moto l’auto e va via. Resto immobile, sospeso in un tempo vuoto e disgregato. Il virus, da qualche parte dentro di me, festeggia in silenzio la sua vittoria.

(Aldo Avallone)

Libera uscita

Se resto qui, in silenzio, non mi troverà. Testa bassa, corpo rannicchiato. Sguardo vigile. In un posto del genere non verrà a cercare. Mi basterà far finta di nulla, ignorare la sua voce e quel fischio fastidioso che segue il mio nome.

Maledetto. Fin dal primo giorno non ha fatto altro che detestarmi. Mi ha tenuto lontano, non mi hai mai rivolto una parola buona né un sorriso. Gli altri condividevano con me cibo, spazi, carezze. Lui nulla. Indifferente ai miei richiami, alla mia richiesta di semplici attenzioni. M’intristivo. Testa bassa e coda tra le gambe.

“Forse ho qualcosa che non va” continuavo a ripetermi. Poi le cose sono cambiate. Dev’essere successo qualcosa che ha stravolto la vita di tutti. La sua in particolare. Ha preso a litigare con chiunque, a ripetere «Non ne posso più di restare chiuso qui dentro. Ho bisogno del mio spazio e il mio spazio è lì fuori».

Mentre gli altri hanno preso a rassegnarsi e a vivere più spesso questa casa, lui ha cominciato a isolarsi e in quell’isolamento si è avvicinato a me. Prima una parola gentile, poi una carezza. Finalmente mi sentivo accettato. Non ho capito come, ma avevo fatto breccia nel suo cuore. Tanto che mi aveva proposto «Usciamo?»

Una volta, due, tre. E io ero felice.

Una volta, due, tre. Poi quattro. Continuavo a essere felice.

Una volta, due, tre. E io ero felice. Poi quattro, cinque. Pure sei. Non ero più così felice.

Alla settima volta nella stessa giornata ho cominciato a nutrire qualche dubbio: che stesse approfittando della mia ingenuità?

Resto nel dubbio e resto nascosto. Forse oggi saranno state sufficienti nove uscite. Niente. Ecco la sua voce che torna a tormentarmi.

«Pocho» urla «vieni fuori così andiamo a fare la pipì».

Rassegnato sgambetto fino alla porta.

Che vita da cani la mia.

(Paquito Catanzaro)

Una solitudine altra.

Il foglio bianco. Non so se sono pronta a lasciarci un’impronta, in quest’afasia dell’animo. Si agitano tante cose, in questa esperienza di isolamento. Solitudine? Forse sì, forse no. Una condizione mai vissuta prima per così tanto tempo. Sì, prima a volte la cercavo. A volte. Quando tornavo a casa dal lavoro e magari era stato molto coinvolgente e profondo il contatto con i miei pazienti, con i loro traumi e le loro angosce: infilare la chiave nella porta e riscontrare le mandate mi faceva tirare un sospiro di sollievo. I ragazzi saranno ancora fuori, Tommaso sarà uscito, non sono al solito in ritardo per la cena: la casa vuota mi accoglie. Solo Pericle, il mio bellissimo gatto nero, reclama coccole, ma basta sfilarsi le scarpe e carezzarlo con il piede. Le sue fusa generose riscaldano la sera. C’e tempo ancora.

Questo vuoto di relazioni familiari mi calma: ciondolo in bagno, sfilo gli abiti, infilo la tuta; procedo contenta in cucina: li sorprenderò; preparerò una cosa buona. A uno a uno si allontanano da me piano piano gli ingrippi emotivi dei miei pazienti, le loro aggressioni mascherate (neanche poi tanto), le aspettative incongrue, le idee magiche, le lacrime di sangue. Scivolano via lentamente, lasciando il posto ad una calma dolce. Non c’è nessuno. Dai… state ancora un po’ fuori; lasciatemi in questo vuoto così pieno: le carote, la cipolla fresca, i pomodori, il pane tostato i funghetti sott’olio per guarnire il piatto di Vietri, quello con gli omini e gli asinelli, perché - l’occhio - vuole la sua parte-; le bruschette con l’aglio.

Metto su un vinile. Un calice di rosso. Sono felice. Questo vuoto mi serve per ritrovarmi, per ripescare dentro di me la voglia di incontrarvi. Dopo. Vi racconterò; mi racconterete. Sarà una bella cena. Torna il piacere di stare assieme. Bastava poco. Mezz’ora soltanto. Ho sempre pensato che non è poi una così bella cosa avere lo studio a pochi isolati. Comodo si, ma a volte mi ci vuole uno spazio di decompressione; non sempre riesco a determinarlo in autonomia. Stasera non sono in ritardo, non state aspettando me per consumare il rito serale. Mi piace. In fondo sono un po’ solitaria. Come quando me ne vado al mare da sola in pieno inverno, lasciandovi alquanto basiti senza me. È bello. Però c’è il sapore amaro del senso di colpa, quello che sale da abitudini culturali: vengono dalla nonna, da mamma, dalla suocera. Quel loro guardarti in silenzio, come si guarda qualcosa di strano e lo si giudica. È questo il carico, lo scotto da pagare del mio pensiero divergente. Dell’amore divergente. Sporca un po’ il piacere dello stare da sola a rabbrividire con i piedi nel mare d’inverno, col sole tiepido sulla pelle... Solitudine altra, oggi.

Diversa anche dal vuoto dopo che Tommaso se ne è andato: il letto vuoto, il dolore rabbioso dei figli, lo sguardo compassionevole degli amici e di chiunque ti vuole bene. Il posto vuoto a tavola. Le scarpe e gli abiti a ricordare un corpo scivolato via. Sbriciolato. Un silenzio assordante con cui parlare senza parole. Un lento declino della luce del giorno; un buio sordo, spesso, senza scampo, che ti avvolge con l’odore di sonni e sogni. Una solitudine cruda, nella quale annaspare alla ricerca un nuovo assetto. Si vive anche quando chi ami muore. Si vive da soli. Si vuole stare ancora più soli, con i passi incollati alla strada. Ho accompagnato i miei figli ad andare via, nella loro vita. Ho rimesso insieme la mia. In compagnia della solitudine ho letto, camminato, mangiato, dormito, viaggiato. Ho incontrato altri amici, altri interessi e, dopo tanto tempo, un altro amore. Sono stata felice ancora. Ho sofferto ancora quando è voluto andare via. Un’altra solitudine Ancora a giocare con i cocci del dolore. Ancora a ricercarsi per vivere. Questi vuoti, questo silenzio della mente che si accompagna con un dolore sordo però la conosco, la condivido con altri. Una lingua comune. Le parole per dirlo sanno scivolare verso chi ti è ancora caro. Anche se si perdono nel nulla, anche se graffiano e ti lasciano senza risorse col sale sulle ferite, trovano comunque compagnia nell’altro.

Oggi è una solitudine altra. Chiusa alla compagnia. Senza riti. Senza parole. Con un dolore certo, diverso, sconosciuto fino a ora.

La casa, come unico guscio protettivo, ti avvolge come camicia di lino sulla pelle graffiata. L’assenza dell’altro è ora protezione, rassicurazione, promessa. L’attaccamento alla vita, come sola risorsa. La paura di non sapere come tornare fuori, nella strada, nelle case degli altri, nel lavoro, negli affetti, nel mondo. Potrò viaggiare ancora? Mi mischierò ancora con l’animo avido ad altre culture? Vorrò incontrare ancora gente e cose che non conosco, con il brivido vivo della curiosità? Saprò portarmi in altri mondi? Sarà banale tutto ciò? Andrà via questa paura malsana che dietro le mascherine ed i guanti ci fa cambiare marciapiede quando incrociamo l’altro? È quella di oggi una solitudine altra. Senza pasqua. Senza compleanno. Senza date. Lunedì come domenica; un tempo dilatato in cui ricercarsi ancora, ma anche smarrirsi. Capisco che occorre perdersi, lasciarsi alle spalle chi e cosa ora non ci corrisponde più. È una solitudine altra. Mi commuovo per il suono del mare che non sentivo mai dal mio balcone, nonostante fosse lì, di fronte, perché perso nei rumori del traffico. Mi commuove l’acqua trasparente di Venezia, i delfini che si rincorrono sulla linea di costa della mia città, il Sarno che si pulisce, il mare di Napoli cristallino, come non mai. Le città vuote che, mute, tornano belle. Mi commuove il cielo limpido, le stelle che tornano a disvelarsi al nostro sguardo, l’aria pulita a ricordare che c’è dell’altro. È un’altra solitudine. È un altro sguardo. Forse arriva più lontano. Più lontano da me.

Stamattina mi sono svegliata con, negli occhi, lo sguardo smarrito di un ragazzo nero, evitato dai passanti, senza mascherina, seduto a terra, a fissare il nulla, la mano chiusa, serrata, a stringere il niente. Evitato, anche da me. Meno male: la memoria me lo restituisce stamattina, ad alcuni giorni di distanza. Ricordarlo urta l’animo. Non si è perso in me. Per fortuna. Ora so cosa fare. So dove cercarlo dentro e fuori di me. So ignorare il dubbio stupido. Senza parole. Un’altra solitudine. Ora muta; intensa; grata. Lontana da me, a costruire un senso. Non mi sento buona. C’e un che di disperato nel cercare un senso a questo fermo; un che di disperato, nel bisogno di scappar via dalle antiche piccolezze. Siamo in tanti. Soli e tanti. Non c’è pasqua, non c’è bontà a lavarci la coscienza. Non c’è sabato o domenica a distrarci. La pelle non più immune dai graffi. Né bastano più i balconi, che torneranno vuoti. Nella solitudine di oggi, altra, urticante, muta, trovo la natura e trovo gli altri, finalmente piccoli piccoli. Come me.

(Anna Marina Vicinanza)

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