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La vita ai tempi del virus - VIII parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens

Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.



Stamattina la signora del balcone a fianco l’hanno portata via gli uomini in scafandro per sospetto infarto. Ma più dello scafandro mi ha impressionato la figlia della signora, una giovane, che diceva ai portantini dell’ambulanza: «Mettetele questo maglione addosso che prende freddo».

La porta dell’ambulanza si è chiusa e la signora è andata via da sola.

Stante emergenza Covid nessun paziente prelevato da ambulanza può essere accompagnato da parenti o conoscenti.

Adesso fuori al balcone ho sentito il figlio al cellulare che parlava con la madre. La signora riferiva che stava da stamattina su una barella e che voleva essere andata a prendere. Il figlio la esortava a restare.

Questo virus si sta succhiando tutto, ci sta togliendo ogni cosa. Ci sta lasciando nudi, soli, senza conforto, bloccati come macchine rotte in un parcheggio.

Deve andarsene, adesso deve andarsene. Basta.

(Olga Pastore)

«Siete dei baby boomers!» esplode a cena mia figlia Flavia. La guardo attonita e al tempo stesso perplessa, essere definita così mi ha fatto ripensare al mio percorso di vita.

Essere nati negli anni ’60 ci ha reso una generazione in cerca di novità. Abbiamo sperimentato tante epoche diverse, momenti di cambiamento e di stallo, tutti elementi che ci hanno fatto crescere seguendo un ritmo veloce, rapido. Abbiamo condiviso epidemie, periodi dettati dall’austerity, il terrorismo, i meravigliosi anni ’80. E poi la nascita della disco dance, le prime passeggiate accompagnate dal nostro walkman, le aperture delle frontiere europee, i primi viaggi studio all’estero. Il mondo si colorava di continuo e noi spettatori ignari del dopo abbiamo assistito alle trasformazioni inconsapevoli delle conseguenze future.

Sentirmi appellata come una baby boomer ha risvegliato in me un orgoglio sopito, il sapore acre della derisione misto allo sconcerto mi ha lasciata interdetta. Siamo figli del progresso economico e sociale, della meravigliosa avventura dell’avanzamento della conoscenza.

Sono orgogliosa di essere una di quelle nate negli anni ’60, felice di poter donare la mia esperienza e grata di aver assistito a tanti meravigliosi cambiamenti.

Peccato che questa corsa in avanti ci abbia fatto perdere alcuni valori e punti di riferimento essenziali per vivere un’esistenza serena. Questa pausa forzata mi servirà per fare ordine e comprendere che la velocità su cui eravamo tarati ha esaurito la spinta. La calma e i ritmi lenti ci invitano a guardarci intorno e a comprendere il valore dei sentimenti. Allora ripenso ai veri amici, ai fratelli di elezione, a coloro che mi vogliono bene e che io adoro, quasi tutti della mia generazione, uomini e donne eccezionali.

Grazie Elio, anche tu sei un baby boomer, grazie per essere al servizio come medico primario dell’ospedale Cotugno, grazie per mostrare il lato migliore di te, mille volte grazie per esserci.

(Paola Iannelli)

“Io lo faccio per piacere a me stessa”.

Questa è la frase che tante donne pronunciano sapendo di mentire. Perché, vedete, in questi giorni sciagurati, attraverso il web, scopro che le donne, ma anche certi uomini, più che lavarsi i denti e farsi una bella doccia, altro non fanno per apparire più gradevoli.

Magari questo capita perché ci mancano quei maghi che ci acconciano i capelli, ci fanno manicure e pedicure, massaggi e depilazioni; ma confessiamo che il più delle volte succede per la débauche in cui questo tempo vuoto sta annegando donne e uomini costretti forzatamente a rimanere chiusi in casa: c’è chi, pur avendo tanto tempo a disposizione, non riesce più a scrivere, chi non ce la fa a leggere come faceva in tempi normali, chi rimanda all’indomani le faccende che potrebbe tranquillamente svolgere oggi. È come se ci si domandasse continuamente “Ma perché? Per chi? A quale scopo?”.

Ed ecco che molti restano in pigiama dalla mattina alla sera, gli uomini grattandosi la barba cresciuta notevolmente, le donne titillandosi il baffetto che è diventato un baffo vero e proprio.

La dimostrazione di questo mio teorema mi è apparsa evidente quando un amico libraio mi ha annunciato che, nel primo pomeriggio, mi avrebbe portato dei libri; ed ecco che, come un turbine, in un’unica mattinata, mi sono data la tinta ai capelli, ho tentato di disciplinarli con la spazzola e il phon, mi sono “fatta” le unghie e ho messo un velo di fondotinta; il mio famoso rossetto rosso rosso no, tanto sarebbe stato nascosto dalla mascherina. E così sono scesa, spalancando ben bene, dietro le lenti, quegli occhi che, in questi giorni, sono sempre a mezz’asta, persi nel sogno della normalità di un tempo che fu.

(Anna Maria Montesano)

«Ciao cara, che piacere vederti!»

«Sì, anche per me, per il tuo compleanno ci tenevo tantissimo a prendere un tè insieme».

«Lasciamo perdere le ricorrenze, ormai sono più di ottanta, non li voglio contare».

«Dai, proprio nel tuo quarantesimo ci siamo incontrate, ti ricordi? Era l’inizio di quella terribile pandemia».

«Certo, come dimenticarti, tu lavoravi in farmacia e mi procurasti le mascherine di nascosto, ero terrorizzata».

«Da allora non ci siamo più perse, quanti ricordi insieme, quante cose belle abbiamo fatto».

«Mi sei stata sempre vicina, quei però mesi sono stati terribili».

«Cara, è stato tanto tempo fa, sono cambiate un po’ di cose, ma per fortuna il mondo è andato avanti».

«Vero, sono passati molti anni e ce la siamo cavata. Aspetta che prendo la mia tazza di te, ho preparato anche i biscotti».

«Anche io ho preparato un dolce, prendo la mia tazza così te la faccio vedere e festeggiamo».

Si alzò dalla poltrona lasciando vuoto lo schermo della videochiamata, andò in cucina, prese la tazza di te fumante e si sedette di nuovo davanti alla webcam.

(Lucia Colarieti)

Non tutti i mali vengono per nuocere se ne vediamo il lato positivo. Ecco, in questo istante è quello a cui mi appello per sentirmi stringere di meno alla gola dal soffocamento dell’aria casalinga.

Una scatola piena di fotografie è nel ripostiglio, me ne ricordo, la vado a prendere. Pesa molto, allora la striscio a terra fino allo studio, mi accomodo sul divano e inizia la narrazione della mia vita.

Le foto sono suddivise in bustoni rettangolari dove c’è scritto il periodo di appartenenza, oltre alle foto che sono messe in ordine negli album.

Prendo il primo bustone con su scritto Da Piccole.

Mi rivedo nella culla, tra le braccia di mamma e papà, con mia sorella a giocare fuori al balcone con Ercolino sempre in piedi e Susanna tutta panna, per non parlare delle foto scattate ad Edenlandia. Il più bel parco giochi di Napoli, ne sento i rumori, gli odori, specialmente quello di graffa che si assaporava all’entrata, vedo persino il cestino a forma di maialino che parlava e io che mi diverto a buttarci dentro il fazzoletto di carta per sentirne la voce che mi faceva ridere tanto. Sul mio volto appare finalmente il sorriso, anzi rido al pensiero, poi mi si rabbuia immediatamente al ricordo del pericolo che corsi sulle tazze, stavo volando fuori se mia sorella non se ne fosse accorta e mi avesse trattenuta per il braccio. Non dico cosa accadde quando lo dicemmo a mamma e papà.

Appoggio la schiena, mi rilasso, scaccio il pensiero che ancora mi fa venire i brividi. Prendo poi il secondo bustone con su scritto Mamma e papà, noi.

In bella vista ci sono le foto del matrimonio dei miei genitori, il viaggio di nozze, i viaggi. Tante foto di Roma, mi rivedo nel nostro maggiolino con papà alla guida, l’arrivo a Roma, lui che va a sbrigare delle cose per il sindacato o per la politica e io e mia sorella con mamma in giro, non prima di essere stati tutti insieme a San Giovanni in Laterano. Mamma che ci prende per mano e andiamo in giro a visitare le bellezze di Roma e poi… e poi…

La mente vaga sto dimenticando di essere costretta a casa, questi viaggi mentali mi stanno riportando indietro.

Mi alzo, sono stanca di stare seduta. Vado ad affacciarmi. C’è silenzio, tanto silenzio, riesco a sentire il battito del mio cuore. In lontananza vedo il mare, è calmo, c’è il tramonto che mi affascina. Rientro prendo il cellulare e fotografo il mare, il tramonto e la strada vuota, il silenzio non si fotografa ma si immagina guardando il vuoto nella strada.

Vado a sedermi di nuovo sul divano, ho le foto da guardare, prendo il bustone con scritto Da ragazze.

Ci sono le foto di scuola, le foto con gli amici. Il periodo dell’adolescenza, il primo amore me lo trovo lì tra le mani impresso sulla foto, balliamo, un amico ci ha scattato la foto, ha immortalato il nostro sentimento che traspare dagli sguardi, ha messo anche un filtro di luce rossa che dona intensità alla foto, mi si riga il volto, rivivo tutto il dolore di allora, la poso. Prendo le altre, lui è in molte fotografie, in alcune è il periodo dell’amicizia, i viaggi insieme con gli amici ma c’è lui.

Decido di cambiare bustone, e ne escono tanti filmini che non posso guardare, non ho il proiettore. Appena si potrà uscire devo comprare il convertitore. Guardo all’interno della scatola, ci sono ancora alcuni bustoni con cd e pendrive: dopo la scoperta delle macchine fotografiche digitali, da lì in poi le fotografie sono diventati file. Decido di fermarmi, dovrei accendere il pc, collegarci il lettore e poi non è la stessa cosa che tenere tra le mani la fotografia.

Rimetto tutti i bustoni nella scatola e la poso nel ripostiglio nello stesso posto in cui l’ho presa.

Non so, non mi sento risollevata, mi guardo intorno e mi mancano le presenze, ci sono troppe assenze, gli abbracci, le voci dei miei.

Li vedo nella mente ma non è uguale che guardarli negli occhi.

Le foto ne hanno impresse le immagini, diventano ricordi e io non vorrei solo ricordarli, io vorrei poterci ancora litigare come quando ero adolescente e vorrei ancora poterci discutere dei vari problemi familiari o per i progetti di vita.

Penso a quanto sia importante scattare le fotografie per conservare il ricordo del momento: io ho rivissuto i momenti di ogni scatto tenuto tra le mani, ho toccato i volti, li ho stretti al cuore.

Guardo l’orologio, mi accorgo che sono passate ben due ore. Due ore in cui ho rivissuto i sentimenti, le emozioni, le paure, le gioie e dolori di una vita dimenticando il pericolo quotidiano di questi mesi che passeranno alla storia attraverso le fotografie e i video postati sui social e sui media.

Se non fossi stata in casa per il virus molto probabilmente non avrei avuto il tempo per rivedere le fotografie della mia vita e non avrei ripercorso la mia storia.

(Carla Abenante)

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