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La vita ai tempi del virus - VII parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens

Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.


Alla fine di tutto questo cosa resterà?

Correvamo, correvamo furiosi verso il nulla e siamo stati fermati. Cristallizzati nelle nostre scomode posizioni, ognuno nel suo guscio, storditi, costretti al letargo, ognuno nella sua isola. Immobili in compagnia dei nostri incubi che non possiamo mescolare nella folla, nel silenzio ci parlano lontane paure che non si seppelliscono nel frastuono, ci troviamo in compagnia di noi stessi, costretti a fare amicizia.

Il mondo è fermo, ritornano a essere essenziali poche cose, insieme l’umanità intera non spera altro che uscirne viva.

Ma poi, alla fine di tutto questo cosa resterà?

Resterà il desiderio di abbracciarci o la paura di ammalarci?

Resterà il rispetto delle regole per il bene di tutti o la follia dell’egoismo?

Resterà l’ammirazione per chi lavora per noi o torneremo a disprezzarci?

Resterà il calore della famiglia o evaderemo per le strade del mondo?

Resterà il dono prezioso del tempo o ritroveremo la tirannia delle scadenze?

Resterà la gioia delle piccole cose o torneremo a rincorrere fatue soddisfazioni?

Resterà la consapevolezza di un’umanità fragile o torneremo a sentirci padroni della natura?

Basterà che ogni singolo essere umano conservi la consapevolezza di non poter bastare a sé stesso.

(Lucia Colarieti)

Napoli dal basso

«Maledetto virus! Che tristezza essere costretti a rimanere chiusi in casa come dei carcerati! E meno male che ho questo grande terrazzo da cui posso guardare il mare, il Vesuvio, perfino Capri sullo sfondo. Lei che vede?»

«Io vedo la gloria dei ciliegi in fiore che se ne fregano delle miserie umane e, come ogni anno, tendono le braccia rosate al cielo come se si stiracchiassero dopo aver fatto sogni belli. E lei?»

«Io vedo un muro».

«Come un muro?»

«Proprio così. E sto meglio di mia cugina che sta in un seminterrato e vede solo i piedi attraverso una finestrella chiusa da una rete per non far entrare topi e scarafaggi. Vi meravigliate? Avete presente quello che dice Filumena Marturano della casa della sua infanzia? ’E ssapiet chilli vascie… nire, affummecate… addò ’a stagione nun se rispira p’’o calore pecché ’a gente è assaie, e ’a vierno ’o friddo fa sbattere ’e diente… Addò nun ce sta luce manco a Mieziuorno… Io là sto. E non c’è bisogno di misurare un metro fra una persona e l’altra perché, in certi punti, il vicolo è tanto stretto che sembra di stare in un’unica casa. In tempi normali fa pure comodo stare così vicini, ci diamo una mano…»

«Come, una mano? Spero con i guanti. Avete sentito o no che è vietato toccarsi perché, altrimenti, ci infettiamo?»

«Signo’, statevi bene. Tengo che fare. Non avete capito niente».

(Anna Maria Montesano)

Ci siamo, pochissimo e sarà un mese dall’inizio di tutto.

Sono date che dovremo ricordare, come quella del terremoto dell’ottanta, o l’undici settembre. Un mese che non lavoro, dovrei sentirmi libera e invece no, sono oberata di lavoro casalinghi. Mi piacerebbe avere questo tempo libero ma non lo riconosco in me, o lo trovo con difficoltà. Ancora non sono riuscita a finire quel libro, ma erano cinquecento pagine, cento pagine al giorno l’avrei finito. E invece mi manca il tempo. Com’è possibile?

Come ci si può sentire così stretti in un tempo così dilatato? È questa la malinconia che mi accompagna in tutto questo tempo, senza diluirsi col passare dei giorni che peraltro, sono tutti uguali, scanditi con gli stessi rituali. Ma questo tempo non mi è così amico come credevo. L’euforia dell’inizio, dello stare in casa costretti dall’alto ci faceva sentire parte di un tutto, si cantava, si rideva, si applaudiva, ma adesso sento silenzio, un silenzio diverso da prima, non è assenza di auto, di gente per strada, è un silenzio dell’anima che avvolta su sé stessa cerca di carpire segnali di cambiamento nell’aria di primavera che, ancora timida, non si espone, come volersi serbare per dopo, quando tutti potremo stare all’aria aperta. Ma l’aria aperta è anche sui terrazzi, e allora vedi bambini in bici, papà che giocano a pallone, ragazze e ragazzi che corrono, che si allenano, tutti a trenta metri d’altezza.

È una realtà che non c’era. Sai quanto mi allenavo in un mese? E invece due volte è stato tutto. Ho capito che il mio tempo è troppo dilatato anche rispetto alla quarantena, ho bisogno di altro tempo.

(Carla Cappiello)

Fare radio al tempo del covid-19

Silenziosamente entro nell’abitacolo della mia auto, seguo con lo sguardo il rettilineo che oggi come mai è deserto. Le indicazioni stradali mi segnalano il percorso per Cappella Cangiani. Non serve capire il perché, so che un essere minuscolo e pericoloso si è introdotto nella mia vita, un ospite indesiderato ha sconvolto il ritmo del mondo. Sono un dj da vari anni, la passione per la musica è nata con me, batto i polpastrelli sul volante, ascolto la play list che precede il mio programma. Il rumore del silenzio è assordante, limito il disagio interiore che avanza.

Mi sento inopportuno, la certezza granitica del pericolo si è sedimentata nel mio cuore. Ma la radio è ritmo, spazi aperti su onde che cavalcano la mia voce. Eccomi arrivato, mi sorprende la visione di due giovani amanti che avvinghiati l’uno all’altro si scambiano baci appassionati, i loro cani li osservano immobili, respirano tutti all’unisono come se stessero chiusi in un’ampolla magica, dove il tempo scorre senza un perché.

Entro in stazione, mi accoglie un’immagine, una gigantografia in cui io e i miei colleghi siamo ritratti in una posa plastica che ricorda gli X-Men. Che fighi! Penso.

Mi siedo, disinfetto con cura la postazione, applico le strette regole ammazza virus. Una lampadina minuscola si accende, saluto con enfasi i miei ascoltatori. Sono in onda. Le canzoni riempiono il silenzio e io viaggio con la mente, così mi allontano da tutte le brutture del mondo. Non ricordo più chi sono e penso a te amica mia. Oggi hai deciso di ricordare tutti coloro che rendono omaggio a questo meraviglioso mondo che è la radio, unica e perpetua regina della comunicazione, amica di notti insonni, complice di conquiste sentimentali, compagna di solitari viaggi. Continuo senza fermarmi per circa tre ore, gioco con il pubblico, poi respiro. Nel vano insonorizzato mi arrivano le risa e le frasi dette a metà, sento il battito del loro cuore. E la musica va.

Dedicato ai valorosi che reggono le programmazioni delle trasmissioni radiofoniche e in particolare a Francesco.

(Paola Iannelli)

Proposta per la compilazione di un dizionario ai tempi del virus

Il cambiamento radicale che ci ha investito, come il più terribile dei tornado, tra i suoi effetti collaterali sta registrando anche una trasformazione del nostro linguaggio. Un effetto minimo, certo, ma oltremodo interessante per chi come me, vive e ha vissuto di parole, e con le parole ha giocato, e costruito storie, e scritto pagine, e con la complicità delle parole si è innamorata e ha fatto innamorare.

E adesso proprio le parole ci raccontano alla loro maniera la pandemia.

Già questa parola, pandemia, chissà chi mai l’ha usata prima d’ora.

Si creano neologismi, si recuperano dal passato parole in disuso. Anche i nostri cellulari si adeguano: provate a digitare “pro”. Ecco subito che compare la parola “protezione”. E a seguire, senza alcuna esitazione, anche il mio fido smartphone mi propone “civile” e non “solare” come sarebbe più appropriato per me, appassionata di creme di bellezza. Stiamo imparando a convivere con il virus e a convivere con un nuovo lessico (che speriamo rimanga emergenziale e non si trasformi in familiare): distanziamento sociale, dispositivi di protezione e così via.

E che dire di quarantena? Pensavamo che la quarantena l’avessimo lasciata lì, a Ellis Island, a poche miglia da New York, insieme alle valige di cartone e alla nostra antica miseria, ed ecco che ritorna a trovarci, questa maledetta quarantena. Certo, anche i Centri di Permanenza Temporanea, dove abbiamo ammassato gentilmente i nostri vicini di casa nordafricani, sono un luogo di quarantena, ma quella si sa, è un’altra storia, un altro colore di pelle, un’altra religione. Adesso però, ci stiamo noi in quarantena, e questo vocabolo si fa tristemente di moda anche per noi occidentali, che pensavamo che tra i nostri privilegi fosse compresa anche l’invulnerabilità.

E io, per contribuire alla compilazione di questo nuovo dizionario dell’emergenza mi auto assegno la lettera G, sperando che altri vogliano partecipare con altre lettere e altre parole.

Per la lettera G vorrei proporre una bella, antica parola, per troppo tempo poco utilizzata: “gratitudine”.

Un’amica che abita a Bruxelles mi ha raccontato che in questi giorni gli abitanti del suo quartiere stanno attaccando biglietti sui sacchetti della spazzatura in cui ringraziano i netturbini che vengono a ritirarli. Un gesto gentile e significativo che rappresenta bene il sentire di questo periodo.

Improvvisamente ci scopriamo colmi di gratitudine, e ringraziamo le categorie più disparate, ignorate o addirittura denigrate fino a ora. Le cassiere e i magazzinieri del supermercato, di cui nessuno si è mai interessato. Le forze dell’ordine, sempre al centro di polemiche, gli addetti alla nettezza urbana, considerati generalmente, strafottenti e assenteisti, nonché collusi con la camorra fino al mese scorso. Ma più di tutte la categoria che viene investita da una ondata di gratitudine è quella degli operatori sanitari, dai medici, agli infermieri, agli addetti alle pulizie, agli autisti delle ambulanze.

Non molte settimane prima dell’inizio di questa emergenza un infermiere del Pronto Soccorso dell’ospedale Santobono di Napoli era stato aggredito dai parenti di un bambino. Non conosco i particolari della vicenda, ma questi episodi sono stati molto frequenti negli ultimi anni, complice la difficoltà di gestire una sanità sempre più depauperata di risorse umane, ma complice anche un’opinione comune che vedeva, non sempre a ragione, la sanità pubblica luogo di disservizi, di scarsa umanità e di disinteresse per i degenti. Non a caso negli ultimi decenni, che pure hanno avuto i loro neologismi e il loro speciale lessico, si è parlato di malasanità, più che di sanità. Anche perché nella nostra illusione tutta occidentale di invulnerabilità, non solo, ma addirittura di immortalità, si è arrivati a considerare ogni morte per malattia una morte evitabile, causata solo ed esclusivamente da un errore diagnostico, o da incuria nelle terapie.

Infatti sono spuntati come funghi studi legali specializzati nelle richieste di risarcimento danni per malasanità. Un mondo variegato dove giuste cause andavano a braccetto con richieste senza senso. Nasceva così la medicina difensiva (altro neologismo ormai in disuso) e si arricchivano le compagnie di assicurazioni con le polizze che i medici sono stati costretti a stipulare. Adesso sembra che tutti di nuovo apprezzino il nostro vecchio bistrattato malmesso sistema sanitario nazionale. La gratitudine si sostituisce alla rabbia, l’ammirazione prende il posto della diffidenza.

Questa è l’epidemia, bellezza: potrebbe essere la battuta di un film. Il sovvertimento di tutti i precedenti elementi del nostro vivere quotidiano. La gratitudine si fa spazio in un mondo in cui credevamo che tutto ci fosse dovuto: la merce negli scaffali dei supermercati, la bella vita e soprattutto la salute. E ora ritorniamo a ringraziare. Una terribile lezione quella della lettera G di questo dizionario che non avremmo mai voluto scrivere. Speriamo di compilarne uno nuovo molto presto con la G di guarigione, e gioia, e gita fuori porta, ma conservando, almeno per un po’, anche la gratitudine.

(Rosalia Catapano)

Abbracci

Giorno di quarantena… non ricordo più. Meglio così.

Oggi mi sono svegliata, e ho sentito il cuore gonfio di malinconia.

Forse, come conseguenza dell’ennesimo sogno, che non ricordo ma mi ha lasciato una sensazione, un sentimento che arriva direttamente dal profondo “io”. E, forte, ho sentito il bisogno di un abbraccio che mi facesse sentire amata, sollevata… felice.

Un lungo e speciale abbraccio pieno di emozione, rispetto, tenerezza, calore, solidarietà e protezione… insomma, sintetizzando, di umanità.

Quell’abbraccio a cui vorrei abbandonarmi senza paura quando, reduce dal lavoro, i miei figli si intrufolano, noncuranti delle mie paure, tra le mie braccia chiedendomi: «Mamma, come stai?»

Quell’abbraccio che avrei voluto dare a Pino, collega e amico, nel parcheggio dell’ospedale dopo la sua seconda notte nel reparto di terapia intensiva Covid.

Quello che vorrei dare, e ricevere dalle persone che amo.

Il telefonino sul comodino vibra, poi si illumina.

Una faccina con un bacio e un cuore ammiccano sul display.

Meglio questo che niente: un abbraccio, seppur virtuale, in tempo di coronavirus.

(Fausta del Deo)

L’altra mattina, una mia amica al telefono mi suggeriva di vivere questi giorni in casa, con disinvoltura, e vestirsi come per uscire. Io, in verità ho dato un’occhiata a come ero vestita e mi sono accorta che ero in jeans, camicia bianca e ballerine, capelli puliti come sempre, e mi capita di uscire vestita anche così, oppure no, ma poi, ascoltando i suoi suggerimenti sul “non bisogna trascurarsi e lasciarsi andare alla sciatteria”, mi rendevo conto che forse non aveva tutti i torti, oppure no.

Intanto però, quando poi in serata stavo per uscire a depositare la spazzatura, mi sono cambiata per indossare minigonna e stivaloni con tacco alto, e quando sono rientrata mio marito mi ha guardato con sospetto, non so, certo aveva uno strano sguardo: chissà cosa voleva dire…

Ieri sera ho starnutito, tre o quattro volte, poi dopo un po’ un brivido per tutto il corpo. Ho chiamato mio fratello al telefono e gli ho comunicato che pensavo di avere la febbre. E lui mi fa: «Pensi? Misurala».

Io rispondo: «L’ho misurata. Ho 37!»

Allora lui mi ha chiesto se avessi incontrato qualcuno nei giorni passati. E io ho risposto: «No, nessuno».

Chissà cosa voleva dire…

E poi mi capita di ripetere alle mie figlie, che non stanno andando a scuola (a causa del virus, e si sa) che io non sono la loro cameriera e che mi hanno tolto la libertà di non fare nulla in casa…

Ma ripetevo le stesse cose anche prima del Coronavirus.

Chissà cosa vorrà dire…

(Anita Napolitano)

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