Cerca
  • Homo Scrivens

La vita ai tempi del virus - IX parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens


Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.



Pasqua ai tempi del coronavirus

La pastiera è uno dei miei dolci preferiti. Quest’anno in autarchia è stato necessario farla da me, altrimenti non l’avrei mangiata.

Finalmente, a seguito di doverose ricerche e consultazioni e approvvigionamenti fatti con la cautela di questi giorni straordinari, mi accingo al temuto compito. La ricetta è quella di mamma, doverosamente scritta a mano sul foglio di quaderno, come da sua abitudine approssimativa, incerta, da arrotondare.

E mentre dispongo la farina sul tavolo mi accorgo che mamma non mi ha lasciato quello che ha scritto o detto, le mie mani compiono gesti istintivi che mi vengono dalla dolce memoria del passato, so che la farina va disposta a fontana, so che la ricotta si lavora energicamente con la forchetta, so che l’acqua d’arancio va dosata con il cucchiaino, so che le strisce sono difficili. Lo so perché l’ho visto, perché ho vissuto i gesti d’amore profusi in un impasto, perché ho vissuto la collaborazione di mio padre che interveniva a stendere le strisce con precisione da ingegnere, perché nel cuore c’è l’attesa gioiosa di poter avere una fetta dopo l’odore inebriante che invadeva la casa.

La mia pastiera è buona perché affonda le radici nella cura e nell’affetto e perché oggi mi ha insegnato che serve stare a casa e compiere gesti, solo così i nostri figli li faranno propri.

(Lucia Colarieti)

Questa Pasqua siamo stati tutti a casa, una festività che attendiamo per unire spiriti, per andare lontano da casa dopo un inverno rigido, per sentirsi vicino a Dio. Questa Pasqua sicuramente non la dimenticheremo, perché unica nel suo genere e nel suo svolgimento. A casa a inviare auguri tramite i social network e ad abbracciarci virtualmente con le videochiamate.

Nella giornata di Pasquetta poi, complice anche un clima decisamente primaverile e soleggiato, ci si è organizzati in maniera fantasiosa, chi improvvisando un barbecue nel terrazzino di casa o chi un pic-nic con i bambini e chi, come noi tre, uno spritz nel piccolo balconcino della cucina: io, mio marito e mia figlia.

La mattinata si è consumata nell’attesa di questo pseudo-brunch che abbiamo organizzato nei minimi dettagli già molti giorni prima. Tutto è andato alla perfezione, l’atmosfera familiare è stata ottima: allegra, ciarliera e piena di buoni propositi, riuscendo, nel contempo, a restare con i piedi per terra.

«Quando si potrà davvero USCIRE?» «Quando si potrà nuovamente organizzare un picnic?», «Riusciremo davvero ad andare in vacanza?!»: è sembrato un modo futile di guardare al futuro, che prevede sicuramente un rientro in ufficio scaglionato e in sicurezza, un prosieguo degli studi ancora per via telematica e la ripresa delle attività commerciali con molta lentezza, ma in questa Pasquetta si sentiva il bisogno di crearsi un’aspettativa concreta, mai come questa volta tanto semplice quanto agognata.

Perché anche soltanto potersi rincontrare in un luogo, o andare verso una mèta vacanziera, avrà un valore immenso.

(Simona Vassetti)

Una preghiera

Sola, nel buio di una notte insonne, mi giro e mi rigiro, mi alzo e mi rimetto a letto, e poi ancora. Di notte i mostri fanno ancora più paura. Allora stacco un foglietto dal taccuino, ci scrivo “C’è qualcuno?” e lo attacco a un palloncino. Apro il balcone che si affaccia su strade vuote e silenziose, illuminate da una luna indifferente, e lascio che il palloncino voli lontano.

Eccolo che sale sempre più su, poi lo vedo sparire e allora lo seguo con il pensiero mentre ruota nel freddo spazio cosmico alla ricerca del destinatario.

Già, il destinatario… Chi ci sarà a raccogliere il mio SOS? C’è chi è convinto di saperlo e dorme confortato dalla Grande Promessa di un Cristo morto e risorto. Io, invece, non sono sicura di saperlo e allora vado a piedi nudi al tempio della Madre Terra, le brucio incensi, verso latte e miele sulla roccia e le dico: «Grande Madre, grazie per i tuoi doni, perdonaci e, se ancora l’umanità non ti ha disgustata del tutto, salvaci. Siamo diventati indegni del grande dono della vita ed è giusto che animali e piante, che non hanno commesso alcun crimine, prendano il nostro posto: noi abbiamo inventato mille terribili modi per uccidere, sotterrato veleni, sparso fumi tossici, sprecato risorse, accaparrato quello che era di tutti, assistito senza battere ciglio all’orrendo spettacolo della morte dei nostri simili. Hai ragione a volerci sterminare; ma se questa terribile prova che stiamo affrontando ci cambiasse e ci insegnasse a dar valore a quello che davvero merita? Se domani guardassimo quello che ci hai donato con riconoscenza e rispetto e ci impegnassimo ad averne cura? In questo caso, non pensi che potremmo essere perdonati?»

Mi stendo e poggio la fronte sul terreno mentre un bagliore all’orizzonte sorride, squillano le campane della Pasqua e la voce della Madre Terra risponde al mio messaggio attraverso il leggero soffio del vento fra i rami del ciliegio in fiore; mi pare che dica “Shalom! Pace!” e io rispondo “Amen”.

(Anna Maria Montesano)

Oggi è stato comunque un giorno così. La signora che se ne era andata via con gli uomini in scafandro lei sola l’altro ieri, ho saputo che non ce l’ha fatta.

Ora non è che io la conoscessi bene, però conoscevo il marito. In realtà lo incontro spesso con il nipotino per mano e lo zainetto del piccolo in spalla. Se lo porta a casa dopo la scuola e poi il papà, loro figlio, va a riprenderlo dopo il lavoro. Insomma la classica famiglia italiana di nonni ancora giovani (la povera signora aveva 62 anni) che si prendono cura dei nipoti.

Oggi era tutto chiuso, erano andati ad accompagnare la salma al cimitero, perché funerali non se ne celebrano, dunque nessuno, nemmeno nel palazzo, aveva compreso che la signora era morta l’altra notte in ospedale da sola.

E a me questa cosa mi ha fatto un’impressione terribile, pure perché io avevo sorriso l’altro pomeriggio al figlio ascoltando come lui cercava di convincere la madre a stare serena: «mamma non abbiamo nessuna altra soluzione e noi non possiamo venire».

Poi la signora dopo poche ore deve essere morta. Tutta la giornata non ho fatto altro che pensarci e poiché tutto il vicinato odorava di pastiera e il mio balcone confina con il loro io ho pensato tra me e me che un poco mi sentivo a disagio per tutti questi odori festosi che si sentivano tutto intorno, anche perché mamma ha detto una frase: «povera gente di questi giorni...»

In verità questa tragedia che sta portando via dai propri cari i parenti in questo modo assurdo, sia che muoiano per Covid sia di altro restano completamente soli, questa tragedia non riguarda il singolo ma tante altre persone intorno a quel singolo: madri, padri figli, sorelle, fratelli. Dunque se uno guarda a questi morti sotto questo aspetto si rende conto che numericamente c’è un mondo intero che soffre. Insomma al numero dei deceduti vanno aggiunti per ciascuno altre decine di persone: un’umanità in larga parte spezzata dal dolore.

Ci ho pensato guardando quella famiglia oggi al rientro dal cimitero: due figli, un marito, un nipotino e persino un cane che nei prossimi giorni continueranno a guardare una sedia vuota.

(Olga Pastore)

Quante volte negli anni avrò sospirato al pensiero di una nuova Pasqua, pensando al dover decidere il menu, dove trascorrere Pasqua e dove Pasquetta, a casa di chi e con chi? Col tempo si riduceva sempre di più a una vuota liturgia di consuetudini stressanti. Non avendo il dono della fede non vivevo la ricorrenza sotto il profilo religioso, anzi, non avrei voluto viverla affatto. Mi sarebbe piaciuto partire e visitare nuove città, concedermi una meritata vacanza, ma la famiglia reclamava attenzione. Poi, come in un brutto sogno, tutto si è dissolto: la famiglia, i viaggi, e anche l’irritazione.

E mi ritrovo a casa in quarantena, a desiderare le vecchie tavolate di parenti, tortani e pastiere che si sfidano al più buono e alla più bella, pizza di scarole come la faceva la nonna e agnello alla brace se non piove altrimenti al forno con le patate; le poesie delle bambine, le letterine sotto il piatto, le mancette dei nonni e le uova scartate per la sorpresa più che per il cioccolato.

Come una moviola scorrono davanti ai miei occhi le immagini di Pasque passate, e più che la noia rivedo i sorrisi, l’affetto, la gioia dei bambini e quella dei grandi. Ho aperto il cassetto dove ho riposto le fotografie e ho sfogliato gli album alla ricerca delle prove di quei momenti, quasi avessi paura che fossero stati tutto un sogno. Invece no, ci sono, eccole là, anno dopo anno, Pasqua dopo Pasqua, quelle consuetudini ora così ambite, quelle abitudini mai dimenticate, quei momenti di pace che non ho apprezzato abbastanza. E non so cosa darei per riviverli ancora.

(Stella Amato)

Per chissà quale oscuro motivo ho sempre avuto un discreto rapporto d’amicizia con la Pasqua. Meno chiassosa del Natale, più breve nel suo svolgimento, piacevole e serena, e senza troppe ansie da consumismo spinto.

Un pranzo lieto, con gli amici di sempre, la pastiera e il casatiello; una sera libera e personale; una pasquetta da declinare in più modi, anche soltanto per restare in città a godersi una Napoli senza traffico.

E anche quest’anno è andata così, con meno compagnia e rumore, soltanto mia moglie e il suo gatto, ma comunque è andata così. Come ogni giorno, va.

Quel che non va per me non è il presente, che corre piano e dilatato sebbene strapieno di cose da fare e opportunità che non coglierò: quel che non va è il futuro, che non riesco a vedere, che vorrei programmare, e invece…

Quanto è lunga questa Quarantena? Datemi un giorno, invece di negare tutto.

(Aldo Putignano)

L’aria che non si muove

Sentire il tuo respiro, considerarlo l’unico rumore che ti circonda equivale all’inverosimile inconsistenza di un uovo vuoto. Le campane della chiesa vicina annunciano la messa del giorno “deserta” come il nostro oggi; il suono riconoscibile dei rintocchi richiama alla memoria che oggi è Pasqua.

Nella solitudine mattutina condivisa con i colori del risveglio della mia casa, guardo con circospezione lo spazio che regna per le strade. Esco, innaffio le mie piantine, osservo la forzata reclusione che segna i perimetri del quartiere dove vivo.

L’impalpabile presenza degli odori marca il tempo, le stagioni, le occasioni, ragion per cui decido di calarmi nel ruolo di cuoca. Misuro quantità, rilevo capienze, verso liquidi e mescolo, prima lentamente poi con forza. Masse di peso e forme diverse prendono vita, farina, uova, latte, zucchero sono il quadro degli elementi alla base della cucina mia. Le operazioni di cottura si concludono rispettando i minuti richiesti, l’esposizione dei prodotti domina il tavolo in cucina.

Tutto ciò non ha riempito il foro d’ingresso che ha prodotto il contagio, il successivo isolamento e la sperduta quotidianità che ha scritto l’oggi. Eppure soddisfatta annuncio alla famiglia che le opere sono compiute, li invito ad assaggiare e i loro sorrisi, le espressioni di giubilo dinanzi allo spettacolo culinario che li attende, mi suggerisce un solo pensiero: sperare.

(Paola Iannelli)

Troveremo la strada

In questi giorni di quarantena e nei giorni appena trascorsi, come la Settimana Santa, e in particolare da giovedì scorso, ho dovuto fare i conti anche con l’età che avanza: la mia mezza età.

Che strano, niente è la stessa cosa.

Comincio a guardare l’esistenza da un nuovo punto di vista?

E adesso?

Troppe domande, forse l’atmosfera pandemica ci costringe a fare i conti con noi stessi, inevitabilmente: costretti in casa si comincia a desiderare tutto quello che non si può fare. E allora guardo fuori, dalla finestra si distende davanti ai miei occhi il prato verde che è più verde del solito, il profumo dei fiori d’arancio è più intenso dell’anno scorso, gli uccelli sono in tanti a cinguettare, merli e tortore e i gatti del giardino pubblico vicino casa, indisturbati attraversano la strada deserta per venire a distendersi nel mio giardino.

Mi guardo intorno e penso che volevo festeggiare i miei anni che passano, insieme ai miei cari, altrove, in una capitale, pensavo a New York, la città che ama tutti, bianchi neri, mulatti, gay, etero, alti, bassi, magri, grassi, biondi, bruni e intanto gli occhi mi si sono riempiti di lacrime…

Fuori, nel mondo c’è il deserto, non c’è vita. Ognuno nelle proprie case a fare i conti con la propria esistenza e la scoperta che la propria casa può essere un inferno o un paradiso: la casa che per chi soffre la perdita di un caro è diventato uno spazio di profonda solitudine o invece la casa come un piacevole rifugio da condividere con i propri cari, come nel mio caso, e allora penso a chi mi ama e le lacrime si asciugano e con un accenno di sorriso, provo a pensare cosa cambierà e se qualcosa cambierà.

Intanto che respiro liberamente nel mio giardino, mi arrivano messaggi, telefonate e mille auguri da amici, conoscenti e parenti, penso che in vita mia, non ho mai ricevuto tanti auguri da tante persone prima, forse è per i cinquant’anni? No, non credo, penso invece che sia stato per la voglia di connettersi che ciascuno di noi sente più che mai, in quest’atmosfera surreale della pandemia: tante solitudini, unite nella solidarietà, dalla stessa paura, dalla stessa angoscia, sentiamo il bisogno di comunicare, di connetterci agli altri: le videochiamate, i messaggi hanno un significato diverso.

E mi mancano gli abbracci e i baci, che in un giorno di compleanno non mancano mai.

Siamo tutti di fronte a una dura prova, viviamo un trauma collettivo, viviamo un lutto collettivo, abbiamo perduto il nostro mondo, le nostre abitudini, la possibilità di vivere come prima. Le città sono deserte, l’atmosfera è depressiva, come un’apocalisse si avverte la fine del mondo e nulla sarà come prima.

La nostra vita insieme, inevitabilmente sarà alterata e la vera costrizione non sarà più quella della reclusione, ma quella necessaria convivenza con il virus, con la morte che incombe: che angoscia. E cosa abbiamo scoperto: che si può morire? Come se prima del Virus non lo sapessimo, già sapevamo che si poteva morire per una malattia improvvisa, un incidente, a qualunque età e in qualunque momento, ma adesso quello che cambierà ciascuno di noi, è che quello che sapevamo individualmente, adesso è avvenuto un qualcosa che lo ha voluto ricordare a tutti contemporaneamente, a tutto l’Universo, nello stesso istante.

Perché?

Perché improvvisamente muoiono insieme tante persone, tutte allo stesso modo e contemporaneamente.

Prima si sopravviveva nell’incoscienza collettiva e forse nella consapevolezza individuale che la morte può colpire l’individuo, e forse adesso cambierà la coscienza collettiva? La nuova angoscia è quella della riapertura al mondo, della vita in un tempo di inevitabile convivenza con il male: è quella di un’apertura alla vita tanto necessaria quanto incerta e fatalmente esposta al rischio.

Adesso stiamo come in una zona di mezzo, nella graduale consapevolezza di cosa sia successo, non sappiamo come affronteremo l’avvenire, come si ricomincerà.

È certo, che diventeremo qualcosa di diverso rispetto a quello che eravamo.

Ma Cosa?

E questo cosa diventeremo, che ci fa ancora più paura e il coraggio per affrontarla? Allora nei giorni della settima Santa, il Papa ci ricorda che la Rinascita può avvenire come per il Cristo, la settimana di Passione di Cristo, la sua Morte coincide con le nostre riflessioni sulla morte…

E poi per chi ama leggere, in questi giorni di quarantena ci saranno sicuramente delle letture che portano a riflettere, capita che si scelgono libri che possano intanto farci evadere dalla realtà e questo ci dà piacere, ma spesso nei libri si cercano risposte alla vita e capita però di non trovare tante risposte, ma tante altre domande e nel mio caso di lettrice, anche in questi giorni, rileggendo non a caso La Strada di C. McCarthy, mi soffermo su questa dichiarazione dell’autore: “Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato”.

In questo libro di McCarthy, si descrive di un mondo traumatizzato dopo un’apocalisse. L’evento del trauma resta misterioso, solo gli effetti vengono descritti. Si descrive un mondo grigio, spento, defunto, avvolto da un’oscurità implacabile. Il sole non c’è. Un mondo muto senza Dio, dove la morte ha preso il sopravvento sulla vita. C’è un bambino che verrà accudito da suo padre in un legame disperato tra i due e che diventa un legame fortissimo. E l’unica luce descritta nel libro è quella intorno al bambino, ed è l’esistenza del figlio che salva la possibilità di vivere ancora, è il miracolo della vita del bambino che fa esistere di nuovo Dio.

Grazie al figlio, per il padre, il mondo acquista un altro orizzonte, esce dall’oscurità e guadagna la luce. Il viaggio del figlio e del padre verso Sud, verso l’aperto mare, offre una meta per il padre e per il figlio l’apertura verso il mondo, e nella loro relazione c’è ancora la speranza di un mondo che possa di nuovo risplendere.

E infine mentre rileggo, penso ancora alle mie figlie e penso che il coraggio mio e di mio marito, di noi genitori, tutti lo troveremo!

Troveremo il coraggio per accompagnare i nostri figli a esplorare l’Universo che li circonda e che li sta aspettando, per farli vivere della sua Bellezza, perché in fondo il mondo è meraviglioso e vale la pena che venga vissuto fino alla fine.

(Anita Napolitano)

P.S. Auguri Anita!

0 visualizzazioni