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La vita ai tempi del virus - IV parte

reportage collettivo a cura di Homo Scrivens



Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.  Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.  Andrà tutto bene.


No, caro Aldo… non siamo tutti a casa aspettando impauriti che passi.

C’è chi non si sta riparando dagli altri e che ha messo da parte ogni incertezza; che ogni giorno attraversa una Napoli spettrale venendo anche da uno qualsiasi dei paesi in provincia per fare il proprio dovere. Un silenzioso reggimento mandato al massacro senza adeguate protezioni negli avamposti di questa guerra, ossia negli ospedali cittadini. Uomini, donne che tremano al solo pensiero di diventare il veicolo di contagio per i propri congiunti. E la rabbia cresce; tanta, troppa rabbia. Ma essere medico, infermiere, OSS, significa aver fatto un patto con l’umanità intera.

“Noi ci prendiamo cura di voi”.

Per cui non apostrofateci come eroi o angeli. Siamo uomini e donne che fanno il proprio lavoro e a volte ci prendiamo le nostre soddisfazioni.

A me, ad esempio, è successo che qualche giorno fa dopo aver fatto un prelievo a un paziente di 87 anni.

«Dottoressa…» mi dice «allora, lei oltre che bella è anche brava! È vero che in questi giorni l’ho vista sempre con la mascherina, ma ha due occhi dolcissimi e si vede che appartengono a una donna buona e gentile. Ahhh… avessi 40 anni in meno!»

Queste, caro Aldo, sono soddisfazioni… in tempo di Coronavirus! E oltre.

P.S. andrà tutto bene.

(Fausta Del Deo)

Come potremmo vincere la guerra

Franklin Delano Roosevelt nel 1941 si convinse che era necessario creare una organizzazione che svolgesse un “servizio di ricreazione per il personale militare degli Stati Uniti”. Nasce così, con la collaborazione di varie associazioni, con il contributo economico pubblico e con donazioni di privati, l’USO: United Service Organizations.

Tra il 1941 e il 1947 furono allestiti migliaia di spettacoli per le truppe americane sui vari teatri di guerra, spettacoli che vedevano coinvolti tantissimi intrattenitori: musicisti, cantanti, ballerini, attori, attrici e comici. Tra questi, nomi noti in tutto il mondo: Ginger Rogers, Frank Sinatra, Lana Turner, James Stewart.

Ventotto di questi artisti hanno perso la vita nel corso dei loro tour. Al Jolson, il cantante attore che si dipingeva la faccia di nero, si ammalò di malaria e perse un polmone.

L’USO ha continuato la sua attività di ricreazione e sostegno alle truppe, dalla guerra in Corea, alla Enduring Freedom e via combattendo. Nei Camp Show si sono alternati nel corso degli anni le star più in voga, da Marilyn Monroe a Robin Williams.

La consapevolezza dell’importanza di questo supporto all’attività militare è stata tanto forte che l’USO cominciò a operare e a organizzarsi a Saigon dal 1963, quindi molto prima dell’inizio della guerra del Vietnam.

Dopo lo sbarco in Normandia Edward G. Robinson fu la prima star di Hollywood a recarsi nella zona di guerra e, anche grazie alla sua ricca donazione, già un mese dopo lo sbarco si allestirono i primi Camp Show. Solo il giorno dello sbarco, quel terribile 6 giugno del 1944 raccontato da Steven Spielberg in Salvate il soldato Ryan, le truppe alleate contarono 4400 morti e 8000 feriti.

In questi giorni di inattività ho avuto il tempo di approfondire la storia dell’USO e di rifletterci su. Sia benedetta la rete! Sono partita dalla considerazione che anche questa è una guerra e che, volenti o nolenti, dobbiamo seguire le regole della guerra. E queste regole prevedono che ci sia il tempo della battaglia, il tempo del lutto, ma anche il tempo dello svago.

Roosevelt aveva visto lungo. Non puoi tenere le truppe sotto pressione per un tempo troppo lungo. Non puoi pretendere che il lutto sia il pensiero dominante, per rispetto dei caduti.

I soldati americani hanno seppellito la mattina i loro morti e hanno riso alle battute di Bob Hope alla sera. E questo non è mai stato considerato da alcuno una mancanza di rispetto, una forma di insensibilità. Piuttosto è il legittimo desiderio di vita e di gioia e di leggerezza di chi sa che domani potrebbe accadere a lui, che domani ci sarà un’altra battaglia.

E allora perché indignarsi per i flash mob, per le canzoni, per la musica sparata a mille da qualche dj improvvisato? Se la quarantena deve essere ancora più dura e più lunga, se la gente che sta a casa spesso è disperata perché non può svolgere le normali attività produttive e si vede in una difficoltà economica sempre crescente, se il futuro è incerto e preoccupante per tutti, se le case sono piccole e la finestra o il balcone sono il solo punto di contatto col mondo, se i ragazzi scalpitano perché sono abituati a una vita di relazione che si svolge prevalentemente in luoghi pubblici, vorrei chiedere ai severi censori di questi giorni: ma che fastidio vi da un bella ciao cantato a squarciagola? Che senso ha intimare la preghiera? Credete forse che abbia valore la conversione di un ateo nel momento del bisogno e della paura? Che senso hanno gli infiniti “invece di” che rimbalzano in questi giorni sui social (invece di cantare, invece di sbandierare, invece di fare casino con coperchi e cucchiarelle, invece, invece, invece…)? Che senso ha bacchettare e chiedere di pensare ai morti e a quelli che soffrono, e agli infermieri e ai medici e a tutte le altre categorie che stanno tenendo in piedi il paese e che non si sa quale vantaggio trarrebbero da questo nostro costante pensiero? Quanto fastidio vi da tutto questo “rumore” che ha sostituito il suono dei clacson e il rombo dei motori? Credete che aggiungere altre limitazioni all’autoreclusione e all’immobilità sia un’idea giusta nonché una genialata dal punto di vista strategico? Credete che se l’Italia diventasse una folla sterminata di depressi e di disperati le cose andrebbero meglio o l’epidemia si fermerebbe prima? Credete che gli infermieri e i medici che lavorano in prima linea sarebbero rincuorati sapendo che a casa li aspetta una famiglia che ha passato il giorno a piangere? Non pensate che se la gente deve rimanere in casa non può farlo in una condizione costante di malinconia e di desolazione? Non capite che ci sono bambini che hanno paura e devono essere rassicurati e hanno diritto alla loro dose giornaliera di gioco e leggerezza e allegria?

Purtroppo, e chi mi conosce sa quanto mi dolga sentirmi obbligata a fare queste affermazioni, se questa è una guerra dobbiamo comportarci come soldati. Siamo soldati, in guerra con un nemico tanto invisibile quanto inquietante e come soldati abbiamo bisogno dei nostri Camp Show. Abbiamo bisogno della musica, con la sua capacità di restituirci energia e speranza. Abbiamo bisogno di cantare tutti la stessa canzone, per sentirci parte di un tutto che forse non sappiamo precisamente nemmeno quale è (nazione? continente? mondo?), ma che ci è indispensabile perché siamo animali sociali e nessun virus potrà cambiare questa nostra indole.

In definitiva abbiamo bisogno di comprensione reciproca e non di giudizi lapidari. È solo la mia opinione, naturalmente, ma sento il bisogno di condividerla. Grazie a tutti.

(Rosalia Catapano)

Sarà capitato a tutti voi di pensare all’infausto quanto eccitante mondo degli amanti. Nell’epoca odierna possono vantare numerosi strumenti digitali, grazie ai quali la comunicazione non è del tutto eliminata. Immagino voluttuosi video hard, girati sotto la doccia, con tanto di smartphone plastificato per l’occorrenza, o a foto in cui si ritraggono secondo una mimica ardita, cercando di suscitare eros nell’animo del fortunato/a.

Ma gli amanti non sono dotati delle medesime condizioni ambientali ed economiche, ed esiste un popolo di disgraziati che nell’emisfero buio della povertà trova rifugio nel proprio amante. Certo, eliminare l’unico svago della giornata deve essere dura se il quotidiano è una triste parentesi. Così cercano di optare per le soluzioni alternative, magiche evoluzioni notturne o messa in moto di volatili addestrati all’uso.

Peccato che anche gli uccelli in questo periodo sono confusi, recapitano messaggi cartacei con foto annesse alle persone sbagliate, creando scompiglio e malumori. Ebbene sì esiste pur sempre la voce dei tamburi o il linguaggio del fischio, come nell’isola della Gomera. Pensate gente, pensate, di tempo ne abbiamo a sufficienza.

(Paola Iannelli)

26 marzo 2020 La quarantena continua, cosa ci salverà?

Un vaccino.

La medicina ci salverà, ci permetterà di nuovo di abbracciarci, di scambiarci baci, carezze, strette di mano, parole sussurrate all’orecchi: fino ad allora la parte che ci rende umani, fatta di emozioni, sentimenti, non può comunicare attraverso azioni e gesti che naturalmente ci accompagnano nel vivere quotidiano e ci rendono belle persone, ma un presidio medico chirurgico ci salverà. Nel frattempo però la cura avviene con l’Arte, la letteratura, la musica e ogni forma di creatività che dà la possibilità all’Umanità di connettersi attraverso un filo invisibile e che raggiunge le nostre emozioni, la vera cura arriverà dalle creazioni artistiche, da opere e capolavori che comunicheranno all’animo umano cosa siamo capaci di sentire ed esprimere attraverso lacrime, sorrisi, carezze, baci, abbracci, mani che si stringono, che ci faranno emozionare ancora.

L’amuchina non renderà sterile la mano dell’artista che deve ancora creare e generare grandi opere di splendida bellezza.

La cura verrà sì, dalla medicina, ma la vera rinascita verrà dalla Cultura, dall’Arte, dalla Letteratura, dalla Narrativa e ogni forma creativa che permetterà al genio umano di comunicare attraverso il pensiero e il linguaggio che tocca lo spirito umano, e finché avremo la capacità di emozionarci ancora, sapremo che il virus non avrà vinto.

(Anita Napolitano)

Già ieri l’altro una vicina di casa gridava e sbatteva tutto. Ha più di quaranta, ma il suo cervello ne registra otto di anni, vive con una sorella, un bimbo piccolo figlio della sorella e il cognato. Certamente prende farmaci che non coprono l’intera giornata e a ore imprecisate del giorno si ricorda della sua passeggiata giornaliera e grida VOGLIO USCIRE!!! FATEMI USCIRE!!! e vola tutto e si sente rumore di cose rotte e in sottofondo la voce della sorella che dice con tono pacato: non possiamo uscire, ci arrestano.

Lei si calma dieci minuti, poi va alla porta e tenta disperatamente di aprirla ma è chiusa a chiave. DATEMI LE CHIAVI!!! e ricominciano le grida.

Lei giustamente non immagina che nessuno la sta punendo, che non può uscire quando le pare e da sola come è solita fare in talune ore del giorno, quando se ne va per le strade limitrofe a camminare su e giù senza un vero motivo. Lei crede la stiano punendo per qualcosa e grida e piange “aprite quella porta”.

Oggi ho pensato di aprire la mia di porta, avvicinarmi alla sua e dirle “sono chiusa dentro anche io”, anche io sono prigioniera di un virus.

Non piangere, vedrai che presto ritornerai ad uscire.

Perciò quando ci lamentiamo della quarantena pensiamo a chi in casa nella sua quarantena ha situazioni come queste o persone malate immobilizzate nei letti per altro. Il Covid 19 ci sta mostrando un volto della vita che non avevamo avuto occasione di guardare mai. E alla paura del virus si è aggiunta la paura di essere così dannatamente vulnerabili.

Tutti.

(Olga Pastore)

Oggi mi è successa una cosa strana. Per un attimo, leggendo e rivedendo libri da pubblicare, mi sono dimenticato sto fatto del virus.

È stato un attimo, certo, ed è già passato, eppure è successo. E sapete la cosa strana? Che in quell’istante per me non è cambiato niente: quello avrei fatto, quello stavo facendo.

Certo, una vita non dura un istante, ma quanto è possibile dilatarlo! E ci sono strumenti ad hoc per dilatare il tempo: libri, film, sorrisi, progetti, sogni.

In quel bizzarro istante mi son detto “quasi quasi vado a farmi una passeggiata”, poi mi sono affacciato alla finestra e ho cambiato idea. Stava piovendo.

(Aldo Putignano)

Venti giorni di quarantena e non si vede la fine. Consolati, mi dico, sei fortunata, eppure ogni giorno che passa aumenta sempre di più il disagio. Che succede là fuori? Filmati e foto pubblicati sui social e i reportage online raccontano questo tempo assurdo, da b-movie catastrofico. Sembra irreale, impossibile, eppure è vero. È una guerra? Sì, no, forse. Come definire tutto questo? Siamo impreparati anche nel lessico. La mente non va oltre il confine della giornata, resta aggrappata a una mesta routine quotidiana ma il buio della notte stana la paura. Aspetto l’alba a occhi aperti, fissi su uno schermo luminoso o sulla pagina di un libro, sempre la stessa da giorni. Quando la prima luce filtra dalle imposte mi addormento per qualche ora. È già domani, un altro giorno è passato, forse una nuova speranza è possibile. E con questa piccola consolazione riesco a darmi una tregua.

(Stella Amato)

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