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La vita ai tempi del virus - III parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens



Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.

Piccolo sogno antico

Fuori dalla finestra gente in fuga che si ripara dietro una maschera.

Al riparo di questa stanza, mi viene incontro il profumo della mia terra.

Cammino sul ciglio di una stradina di campagna, intorno a me i colori e l’orizzonte nitido senza confini. Il vento accarezza le mie membra, il cielo addosso e l’odore dei campi che si spande e riempie il mio respiro. Ci sei tu con me, cammini col tuo passo svelto e sei felice di trovarti lì nel posto del tuo cuore. D’un tratto ti fermi alla curva della fontana antica e mi fai cenno di bere ancora e ancora a quella fonte il cielo sconfinato e quel sapore fatto di silenzi e d’ombre dove anche il tempo tace.

I colori del mattino danzano, si sdoppiano e s’inchinano su di noi stupiti, e all'improvviso guardandoci capiamo che ci viene chiesto di aspettare.

Un altro cielo sta apparendo, in sordina, strappato alle nuvole di fumo, un cielo di fogli bianchi dove non ci sono punti né disegni, né ghirigori.

Ci stringiamo l’uno all’altra, muti.

Poi riprendiamo a camminare.

Oltre la curva il vuoto.

Ma quanto dolce il rimanere.

Quanto sapore di perduto dentro il passo.

(Chiara Tortorelli)

Oggi nella mia giornata in regime restrittivo è successa una cosa buffa.

Mentre stendevo i panni in ansia per cercare di capire se tra me e la signora a fianco, che era intenta nella stessa operazione, passassero due metri ho visto dal palazzo di fronte, veramente lontano, una figura di donna sempre intenta a stendere panni che mi salutava.

Convinta che fosse la segretaria del medico di mia madre che abita là ho salutato anche io.

E il Dottor Frasca sta facendo studio? grido io e lei grida, Sì sì.

E voi non state andando? Nono, fa lei , io reclusa sono. Vabbè l’importante che stiamo bene, dice sempre lei.

Io non sto andando a scuola e voi? Là ho capito che stavo parlando con una estranea e ho detto ma io lavoro in tribunale e non a scuola e lei là deve aver capito che parlava con una sconosciuta. Ma scusate, non siete la segretaria di Frasca? Io non vi vedo da quaggiù.

Nono fa lei la segretaria di Frasca abita in questa finestra a fianco indicandomi la finestra esatta. Nel frattempo ovviamente, la segretaria è uscita e pure mezzo vicinato con tutte quelle grida mie e della signora.

Ci siamo salutate sempre gridando come vecchie amiche.

“Guardate che bisogna fare per fare una chiacchierata dal vivo con qualcuno che non sia un parente in questi giorni” ho pensato rientrando con il catino dei panni vuoto in mano...

Dopo un libro a tante mani lo scriviamo che dite?

(Olga Pastore)

Come in una bolla di sapone sono reclusa nel mio piccolo appartamento. Convinta che il prossimo risveglio mi ridoni la libertà, che oggi ha il sapore dello zucchero bruciato, del miele salato, segue un diktat contrario, dal tono perentorio: non uscire.

Raccolgo la forza di volontà per dare un senso alla giornata, ma mi accorgo che l’indice dell’equilibrio vacilla. Bisogna restare vigili, presenti a noi stessi, ma lo spirito interiore trema, si sgretola come neve al sole.

Dinanzi al computer cerco disperatamente una soluzione, bisogna allenare il corpo e la mente, me lo ripeto mentre guardo video di anonime o note dispensatrici dei saperi psicofisici. Cerco inevitabilmente di imitarle, poggiando la schiena sulla superficie del pavimento, alzando e abbassando i glutei, sollevando pesi immaginari e piegandomi fino a non respirare più.

Mi assale un dubbio, respiro e inarco il corpo in cerca di fascio di energia che non arriva. Mi assale lo sconforto e resto a guardare attonita l’unica via di uscita del mio salotto: il balcone. Avanzo ignara ascoltando un richiamo insolito.

Una giovane donna grida a squarciagola un verso: chicchirichi coccodé, chicchirichi coccodé. Lo ripete a ogni passo noncurante degli sguardi degli sparuti passanti, sorride allegra esibendo una treccia di capelli color oro. Indossa una straordinaria quanto originale tuta con fantasia tigrata, che le fascia il corpo dotato di un addome prominente.

La osservo e sorrido attraverso la sua spensieratezza, lei si agita simulando un volo come una libellula, priva dello stato di coscienza, ma piena di una sola certezza. Se ci trasformassimo in galline non avremo la consapevolezza del domani.

Non avrei mai pensato che un animale così ingenuo e innocuo potesse darmi l’alito della speranza, donarmi l’ago dell’equilibrio. io sono una gallina.

(Paola Iannelli)

Mi sveglio alle sei come ogni mattina, mi alzo di colpo, mi vesto, accendo la tv e mi spoglio di nuovo, mi rimetto a letto, non devo andare a scuola, il Covid-19 ha cambiato la mia vita, posso stare ancora nel letto almeno fino alle otto.

Ho tanto desiderato potermi svegliare alle otto, alzarmi con calma: a volte non sentivo la sveglia per la stanchezza, volevo dormire ma dovevo alzarmi, ora vorrei andare a scuola, e sentire le voci assordanti dei bambini, ridere con loro.

Mi alzo di nuovo, non riesco a dormire: ho un macigno che mi preme nello stomaco, è la paura, un sentimento che ormai ho dentro dal 5 marzo, da quando hanno chiuso le scuole. Indosso leggings e una maglietta, faccio colazione e poi inizio a pulire casa. Sono diventata una maniaca della pulizia, scovo ogni piccolo angolo di polvere, lo ammazzo con candeggina profumata e con la stessa lavo i pavimenti delle stanze, poi carico la lavatrice di abiti che ho indossato il giorno prima: meglio lavarli magari il virus predilige i tessuti, so che non è così ma li lavo.

Si fa mezzogiorno e devo pensare al pranzo, non ho voglia di mangiare, la paura mi ha chiuso anche lo stomaco, ma vado a preparare il pranzo. Decido di fare anche un dolce con le mele e le mandorle che devo consumare altrimenti scadono.

Si fanno le 18 e mi siedo, finalmente mi siedo. Non l’avessi mai fatto, mi ritrovo piccola, al tempo del colera, ero piccolina ma capii che c’era un pericolo che angosciava i miei genitori, avevano il volto preoccupato anche se con noi sorridevano e non ci facevano pesare il momento di difficoltà che si era creato per la mancanza di lavoro per mio padre, libero professionista nel turismo. Devo assolutamente impegnare la mente, allora prendo un libro, leggo, metto la musica e mi rilasso.

Domani sarà finito mi dico, ma domani è uguale e ricomincio con l’ansia, la paura e ricomincio, vado nello studio, prendo tutti i libri e il materiale scolastico, inizio a fare pulizia, quante carte inutili conservate, e poi... e poi... e poi, domani sarà un altro giorno.

(Carla Abenante)

22 marzo 2020

L’altro giorno mio padre voleva andare a comprare il giornale. Mio padre ha 86 anni, attivo, energico e con tanti momenti difficili superati sempre dignitosamente, tutto scritto in volto.

E io gli ho detto: «Devi stare a casa, non puoi uscire se non è necessario, il giornale lo puoi leggere online, come stai facendo da tempo. Cosa dirai, se ti fermano per un controllo?»

Mio padre: «Dirò che vado a comprarmi le supposte».

Io: «Si, ma la mamma lasciala a casa, dove andate, restate a casa, vado io a comprarti il giornale».

Si inserisce mia madre: «Io lo accompagno a comprare le supposte. È da una vita che lo accompagno ovunque, in passato ero io in ospedale accanto a lui e il calvario è stato superato. Supereremo anche il Virus, magari con le supposte…».

Osservavo mio padre, con il suo sguardo intelligente e tenero di chi ha 86 anni, e nei suoi occhi vedevo una strana nostalgia e poi un lampo di energia di chi voleva ancora ribellarsi. Quell’energia, che a noialtri manca?

Intanto li ho seguiti con la mia auto, per salvare eventualmente il malcapitato “gendarme” che avrebbe incitato, ancora una volta, i miei genitori #arestareacasa#.

E mentre li seguivo con la mia auto e vedevo i miei genitori, di spalle, l’uno a fianco all’altro, ancora insieme, uniti, nella loro auto, pronti a trasgredire in questo momento, mi è arrivata un’immagine nella mia testa (deformazione di una lettrice): quell’immagine, mi deriva da «Furono due amanti felici tra la folla e giunsero persino a sospettare che l’amore, potesse essere un sentimento calmo e profondo della felicità smisurata, ma momentanea delle loro notti segrete» di Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine.

E loro non si sono accorti che io li seguivo, hanno comprato serenamente il giornale e sono ritornati a casa.

Tornando a casa anch’io pensavo “meno male, l’hanno scampata grossa a non aver incontrato nessuno per un controllo”. Io che ogni giorno, di fronte al numero dei morti che non diminuisce, penso di averla scampata grossa, mi sento impotente e mi chiedo quanti muoiano, non riuscendo nemmeno ad avere la possibilità di entrare in camera intensiva, per provarci ancora nonostante tutto.

E tutti i morti, si sono spenti nella solitudine più assoluta.

E ogni giorno che passa, finché si è ancora vivi, si pensa ancora: «L’ho scampata grossa!»

Ma la vera condanna, in questa epidemia, non è morire, in fondo si vive per morire, ma è essere condannati a morire senza dignità: e allora quando tutto questo finirà, si spera di essere liberi di scegliere di rimanere liberamente a casa e dignitosamente recuperare il coraggio di vivere ancora.

(Anita Napolitano)

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