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La vita ai tempi del virus - II parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens


Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.

Da moltissimi anni New York è considerata l’epicentro del mondo, non solo per la potenza di Wall Street, le meraviglie teatrali di Broadway, le continue mode della pop culture. Da qualche settimana, New York non è più una città che vive ventiquattro ore su ventiquattro, è una città fantasma, desolata, cimiteriale. Negozi e botteghe di ogni tipo, ristoranti, alberghi, scuole, insomma tutto è chiuso. La gente lavora a casa incollata ai sociali media o al computer. Domina l’incertezza, la confusione, la paura, ma per fortuna siamo ancora liberi di fare una corsetta nel Central Park. Pare che agli occhi della popolazione il futuro sia un vuoto abissale e perturbante.

(Franco Zangrilli – da New York)

Mi chiedo se ho paura, e sì, ho paura. È normale, tutto questo è inquietante, non conosciamo gli sviluppi futuri dell’epidemia da coronavirus ma sappiamo che cambierà le nostre vite. Ma se rifletto mi accorgo di averne vissuti altri di periodi inquietanti: il colera a Napoli nel ’73. Tutti chiusi in casa per paura del contagio, il sapone allo zolfo che a 11 anni era la cosa che odiavo di più perché puzzava in modo insopportabile, la vaccinazione di massa, ore in fila al Cotugno poi la febbre alta, io, mamma e mia sorella Teresa insieme nel lettone, mio padre bloccato a Milano dalla cintura sanitaria. Niente amichetti, niente giochi nel cortile, niente scuola. Solo casa, libri, e passatempi vari: giocare a carte, lavorare all’uncinetto, inventare storie con le bambole per Teresa.

Pesco vari ricordi dai cassetti semichiusi della mia sfilacciata memoria. E vogliamo parlare poi del lungo periodo del terremoto, del post terremoto e del bradisismo? In quegli anni fu la terra che si rivoltò contro di noi e non un microrganismo. Furono anni di angoscia: quello che nella mia vita avevo considerato più sicuro, la terra su cui poggiavo i piedi, si rivelò traditrice, e nulla fu più come prima. Imparai a convivere con la paura dell’ignoto, dell’incontrollabile, e forse quella lezione mi è servita. Ora mantengo la calma, non posso cambiare quello che succede fuori ma posso cambiare quello che succede dentro.

Allora utilizzo questo periodo come un regalo, inaspettato ma alla fine gradito. Ho finalmente la possibilità di riposare davvero, di riflettere, di leggere, di scrivere, io che mi lamento sempre di avere poco tempo ma che riempio tutto il mio tempo di cose da fare. Ho finalmente tempo per curare la casa, per sistemare tutto quello che era stato messo qua e là alla rinfusa dopo il trasloco, io che mi lamento sempre di avere poco tempo e tanta stanchezza cronica. È anche l’occasione per stare più tempo con Alessandra, la figlia che vive ancora con me, per ritrovare la nostra intesa, per raccontarle di quando ero chiusa in casa per il colera, di quando eravamo fuggiti da casa per il terremoto, per dirle che si sopravvive, che si fa di necessità virtù, che quando serve sappiamo essere una comunità e non un gregge. Ho finalmente tempo per esserci, qui e ora.

(Stella Amato)

Guardo fuori dalla finestra e sembra la settimana di ferragosto. E lo dico con cognizione di causa, perché io la settimana di ferragosto la trascorro quasi sempre in città. Non cambia molto. È aperto solo il supermercato; pizzeria, pub e bar sotto casa chiusi, niente cinema, niente teatro. Gli amici che ti dicono che saranno qui tutta l’estate in realtà sono in città tutta l’estate tranne la settimana di ferragosto.

La settimana di ferragosto da sola non è male, anzi. È una settimana speciale, è la settimana del riordino, quella in cui apro i mobili e tiro fuori tutto, vestiti, scarpe, borse, trucchi, trapunte, cappotti, tazze, controllo i pacchi di pasta, le cose che scadono, tiro fuori tutto, e butto, regalo, scelgo cosa mi può fare ancora compagnia e gli oggetti che hanno esaurito il loro tempo con me. Potrei uscire, in fondo, ma no, fa troppo caldo, piuttosto resto a casa e faccio i conti con le cose.

Ma non è ferragosto, anche se oggi c’è un sole meraviglioso. È marzo, e il tempo del lavoro, del museo, dell’organizzazione del Salone del libro di Torino, delle presentazioni, delle prenotazioni dell’appartamento, delle corse affannate, è tardi, è tardi, hai chiamato quello, ti ha scritto quell’altro. È il tempo del fare cose belle insieme, e progettarne di ancora più belle, di rubare il tempo della scrittura. È il tempo in cui normalmente stiamo sempre in giro, e se stiamo a casa è per prepararci a uscire, in cui stare a casa è un piccolo lusso. Il piccolo lusso è diventato un obbligo, niente presentazioni, niente salone del libro.

E allora facciamo come se. Come se fosse ferragosto, e desiderassimo fortemente una pausa per tirar fuori tutto vestiti, scarpe, borse, trucchi, trapunte, cappotti, tazze e facciamo ordine. Nei nostri oggetti, nella nostra vita, nei nostri pensieri. Controlliamo i pacchi di farina, quella tavoletta di cioccolata che non ci convince, quel quadro che sta là da una vita e deve trovare una collocazione. Mettiamo al centro della stanza tutti i nostri indumenti, dal costume da bagno al cappotto e decidiamo cosa tenere e cosa no. Usiamo questi giorni per la pulizia, e non solo delle nostre mani. Vi va? Poi ci prendete gusto, credetemi. Vi divertirete, perfino.

(Serena Venditto)

Vogliamoci bene

Soffrire per la distanza è sempre stata una prerogativa di noi cittadini del sud.

Quante volte ci siamo chiesti, tra i banchi di scuola, studiando la storia del nostro paese, perché la gente partiva e come mai i familiari non li seguivano.

Quante volte ci siamo chiesti, noi che di distanza non ne abbiamo mai sofferto, se sia davvero così difficile.

Quante volte siamo state vittime di invidia da parte di chi gli affetti li aveva lontani.

A oggi la verità è che 5 napoletani su 10 hanno un parente lontano, in Italia o fuori dal paese, da un comune a un altro, da una regione a un’altra.

Il napoletano sa cosa vuol dire “soffrire” per la distanza.

Ma quella distanza, a seguito delle partenze e degli addii disperati in cerca di fortuna, era voluta e desiderata. Ciò che ci ha colpito in questi giorni invece, non è niente di desiderato.

«Stiamo lontani oggi per abbracciarci domani»

È uno dei tanti slogan che si legge e che ci perseguita durante questa quarantena, e mentre lo ascolto dieci volte al giorno e lo leggo anche qualche volta in più, sorrido malinconica pensando al nostro popolo.

È facile per gli inglesi e per i francesi non essere preoccupati, loro non hanno lo stesso carattere espansivo e caloroso che hanno italiani e spagnoli. Per noi un abbraccio non è solo un gesto, un movimento del corpo e delle braccia. Un abbraccio è un segno d’affetto, d’amore, d’amicizia.

Ci abbracciamo nei momenti felici e ci stringiamo ancora di più nei momenti tristi, per questo soffriamo, ora, per questo “divieto” impostoci per la nostra salute.

Per noi un abbraccio è come un sorriso, che regaliamo a tutti anche semplicemente camminando per strada, ai conosciuti ma soprattutto a chi non si conosce. Rivoluzioniamola questa imposizione, restando sempre nelle regole da rispettare perché solo così facendo riusciremo ad uscire di casa!

«Sorridiamo oggi, per abbracciarci domani»

(Sofia Esposito)

Mi trovavo a Bergamo in uno di questi reparti di chirurgia ortopedica, per assistere mio marito operato per una protesi al ginocchio, in quei giorni di primavera, a febbraio. Ospedale eccellente, chirurgia all’avanguardia per questo tipo di operazioni.

Avevamo preso l’aereo da Napoli ed eravamo arrivati in una tranquilla cittadina, immune. In una bella giornata di prericovero visitammo il borgo medioevale di Bergamo, come incantato su in alto, chiuso in spesse mura di cinta patrimonio dell’Umanità, bastioni eretti durante la dominazione veneziana che stringono, attorno alla piazza vecchia, chiese e cappelle, battisteri, torrioni e tipiche botteghe ben allestite. Sereni, insiemi a turisti stranieri seduti al sole nei bar. Eppure, solo qualche giorno dopo, l’ombra del virus cinese arrivò alla vicina Milano e in settimana a Bergamo si manifestò dapprima con un caso, il giorno dopo due, poi quattro, poi dieci, poi venti, quaranta e ottanta dopo solo cinque giornate. Allora hanno cominciato a svuotare gli ospedali, a chiudere le sale operatorie per i casi comuni e aprire i reparti d’isolamento per accogliere i pazienti infettati dal covid 19. Occorreva intubarli, attaccarli al respiratore. Un caos, che trovò tutti impreparati.

Tornare a Napoli non era facile, gli aerei erano dapprima intasati, poi furoro disertati. Con una prenotazione precedente mi ritrovai a Napoli abbastanza spensierata, quando a Bergamo si erano verificati solo pochissimi casi. Però mi accorsi subito dell’apprensione dei napoletani nei miei confronti, per me che venivo dalla Lombardia. Ridevano e mi chiamavano Nordista.

Fu questione di qualche giorno e a Bergamo diventarono centinaia i casi d’infezione, mentre in Campania e a Napoli solo qualche decina. Cambiò lo scenario e fummo costretti, con Carlo ormai operato e arrivato a Napoli anche lui, a chiuderci in casa in quarantena, volontaria ma doverosa.

Il primo giorno di rientro avevo fatto una gran spesa al supermercato, così restammo approvvigionati di tutto il necessario per un po’. Chiusi in un io e te di quattordici giorni.

(Laura Siciliano)

Appello urgente alle Istituzioni per la regolamentazione dei flash mob

Al Signor Presidente del Consiglio,

Al Signor Governatore della Regione Campania,

esprimiamo il disagio di molti cittadini che sentono la improrogabile necessità, in questo periodo di grandi cambiamenti e ansie per il futuro, instabilità e incertezze, di regolare in modo chiaro e definitivo l’istituto del flash mob.

Tale regolamento andrebbe, si auspica, approvato come provvedimento di urgenza, o decreto legge, evitando lunghi e inutili iter parlamentari. Pensiamo di interpretare a tale proposito il pensiero di tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione, che saranno certo concordi nel ritenere fondamentale l’adozione di un simile dispositivo.

Un Comitato Scientifico formato da accademici, scrittori, giornalisti, scienziati, casalinghe e influencer di ogni parte d’Italia, ha elaborato una ipotesi di programma di flash mob da adottare su tutto il territorio nazionale, che qui di seguito andiamo a esporre.

Ponendo come punto di partenza incontestabile la cadenza oraria dei flash mob, si possono organizzare 18 eventi giornalieri a partire dalle ore 7 fino all’ultimo delle ore 24.

Questi flash mob potranno avere varie caratteristiche e indirizzi che si auspica siano concordati nei prossimi giorni tra le forze politiche e le parti sociali.

Qui diamo alcune tipologie a nostro avviso imprescindibili.

Ore 7: flash mob del risveglio e del caffè condiviso.

Ore 11: flash mob di utilità casalinga con stesa dei panni.

Ore 12: flash mob di unità nazionale con canto collettivo dell’Inno di Mameli e sventolio di bandiere.

In orario da definire flash mob a carattere regionale o locale dedicato ai canti popolari, (pizziche salentine, tarantelle e cori di montagna) e canzoni del tipo Roma Capoccia, La porti un bacione a Firenze, Napule è etc. etc.

Flash mob caciarone del dopo pennichella pomeridiana (ore 16 o 17) con utilizzo di percussioni improvvisate e/o professionali.

Flash mob di mimica e movimento: abbracci a distanza, battimani, saluti, pernacchie, gesti dell’ombrello rivolti al coronavirus e simili.

Flash mob spirituale per i credenti di tutte le fedi del mondo con canti corali, meglio se suggestivamente collocato all’imbrunire.

Flash mob con striscioni opportunamente preparati e colorati dai genitori con i loro bambini.

Flash mob di ringraziamento a tutte le categorie professionali impegnate nella lotta al coronavirus.

Flash mob a collocazione obbligatoriamente serale con candele, torce, e altre sorgenti luminose (purché si evitino rigorosamente gli incendi per non gravare in alcun modo sul Corpo dei Vigili del Fuoco).

Ore 24: flash mob della buona notte.

Il Comitato Scientifico auspica che il provvedimento specifichi in modo chiaro e incontrovertibile che i flash mob possono essere organizzati solo ed esclusivamente allo scadere delle ore. Qualunque cittadino faccia partire un flash mob in orari diversi (12.15, 17.30 per esempio) o modifichi lo scopo o sovverta arbitrariamente e senza giusta causa l’ordine stabilito dei flash mob verrà punito con una ammenda da definire o, in caso di comportamenti reiterati, con la reclusione fino alla risoluzione accertata della pandemia. Tale norma restrittiva appare di assoluta necessità, per contribuire alla tranquillità e alla percezione di stabilità e di sicurezza dei cittadini, e anche per consentire agli stessi di programmare le loro attività giornaliere negli intervalli tra un flash mob e l’altro.

Confidando in una risposta immediata delle Signorie Loro, porgo i più calorosi saluti di tutto il Comitato di Flash Mob Nazionale.

(Rosalia Catapano)

Il mio mondo. Finora.

Humaniter, di solito tre ore alla settimana, a volte di più. La Bottega, il lunedì, quando mi era possibile. Le faccende di casa, poche, ridotte proprio all’essenziale. Lavoro. Contatto quotidiano telefonico, con figli, fratello sorelle, tutti lontani. Pochi amici di tanto in tanto. Ritmi intensi. Organizzazione rigorosa. Incastri puntigliosi per riuscire a godere al massimo di ogni frammento del mio tempo. A volte molta stanchezza, ma sempre una sensazione grande di pienezza, di un profondo “senso dell’esistere”, in tutto quello che riempiva le mie pienissime giornate.

Il mio mondo. Ora.

Ora niente Humaniter. Niente famiglia, tutti lontani. Niente lavoro. Niente Amici. Niente più orari tirannici, incastri implacabili, niente più obblighi. Ora una prateria infinita di tempo da vivere come voglio, da inventare, costruire proprio come piace a me, e… mi scopro eremita atipica.

Eremita perché non mi pesa per niente rimanere chiusa in casa da tanto e chissà per quanto. I Figli mi hanno proibito di mettere il naso fuori dalla porta. Neanche per portare giù il sacchetto dei rifiuti. E… mi piace...

Atipica perché sono un’abbracciosa e una sbaciucchiante inveterata e oggi, ormai da tempo, posso solo accarezzare la mia gatta che, finalmente, mi ha tutta per sé e… sono contenta.

Contenta perché non mi sono mai sentita tanto in contatto col mio mondo come in questi giorni. Il tempo mi vola velocissimo, a fine serata mi accorgo che ho fatto una minimissima parte di quello che volevo-potevo-e, anche, dovevo fare (vedi ordine pulizie et similia). Mi rimangono sospesi tanti progetti, programmi, come, per esempio, rispondere all’invito ammaliante della Bottega e fare “i compiti”, cosa che mi piace assai fare, e, finalmente, sto facendo.

Poi ci sono i tanti amici da contattare e ricontattare, le telefonate da fare e alle quali rispondere, il libro da leggere che mi chiama, le tante trasmissioni televisive religiosamente registrate da vedere, i cassetti da riordinare e tante, tante, tante altre cose che mi piace e mi piacerebbe fare.

E mentre passo velocemente da una giornata all’altra, vedo tutta la mia bislaccheria. Quella che mi diagnosticò la mia insegnante di terza elementare. Non ho saputo e non saprò mai il motivo di quella etichetta: «…è molto intelligente Signora, ma è un po’ bislacca». Mia mamma non ebbe il coraggio di chiederne il motivo.

La bislaccheria di oggi invece mi è chiara.

Sullo sfondo, la potente intensa consapevolezza che, in questo momento, tutti, come recita la bellissima poesia di Ungaretti, Soldati, stiamo combattendo un’altrettanto spaventosa battaglia: «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», me in prima linea arrivata come sono alla soglia degli ottant’anni. La pena per tutti quelli che stanno vivendo questa tragedia in maniera particolarmente dolorosa. La consapevolezza di quanto per la prima volta l’umanità intera, come mai era accaduto nella sua storia millenaria, sta vivendo all’unisono la stessa straordinaria imprevedibile pericolosissima esperienza, e, contemporaneamente il divertimento per questo tempo nuovo diverso, che ci offre la possibilità di invertire rotte, trasformare gli obiettivi, riflettere sulle scelte. Un tempo tutto da sperimentare da inventare da gustare ghiottamente.

(Mariarosaria Riccio)

Ecco vedi, mi puoi sentire, ti abbraccio dolcemente: è un gesto minimo.

Siamo ridotti all’impotenza, schiavi di esprimere noi stessi. Un saluto, un bacio, una stretta di mano, l’odore, il sapore della convivialità. Siamo ridotti al minimo, speranzosi e spauriti affrontiamo un nuovo giorno illudendoci che sia l’ultimo. Non siamo noi a decidere come e quando, tutto dipende da tutti. Per la prima volta ci rendiamo conto che cosa sia essere una comunità abitativa. La socialità un concetto complesso e al tempo stesso armonioso, un incastro fatto di parole, sorrisi, risate, lacrime. Forzati in un isolamento senza pari le condividiamo, non sappiamo fare altro.

Nel buio delle nostre abitazioni però ogni giorno sorge il sole per ricordarci il ciclo della vita che continua, si perpetua il processo di rinnovamento, il ritorno alla luce amplifica la sensazione del domani.

Sopravvivenza, un istinto primordiale sceglie e ci spinge a resistere o meglio a stemperare le difficoltà. Dobbiamo cercare di uscire da quella caverna, dove al centro il fuoco accesso ci conduce alla necessità di rischiare, di cacciare.

Siamo animali erranti, la reclusione non ci appartiene, sosteniamo il peso della solitudine raschiamo il fondo dando spazio a ciò che ci proietta verso l’esterno. Navighiamo su barche senza remi seguendo la scia delle piattaforme sociali, digitando nomi, frasi, racconti, lanciandoli nel buio dello spazio. Cechi di fronte al mistero dell’imprevisto ruotiamo senza fermarci, come criceti seguendo la ruota del tempo che con un gesto minimo si attiva ogni giorno.

(Paola Iannelli)

Mio marito è un avvocato e, a parte il suo lavoro e organizzare uscite e vacanze con me e famiglia, ha difficoltà a rimanere in casa più di due ore: intanto che i giorni passano io lo osservo e improvvisamente si alza dal divano e va in giardino, poi gioca a carte da solo, con me non vuole, mi dice che imbroglio; adesso sono perplessa, è uscito e mi ha detto che andava a comprare pennelli e pittura!

Aristofane diceva: «a ciascuno il suo mestiere», io adesso sono confusa…

(Anita Napolitano)

Dimmi di nuovo che andrà tutto bene, amore mio, dimmi cosa faremo quando tutto questo finirà. Guardami e dimmi che faremo qualcosa di bello. Anzi, dimmi che qualcosa di bello lo stiamo già facendo ora. (Serena Venditto)

Che cosa ho da fare?

«Alzati!»

«Dai, ancora un poco».

«È tardi!»

«Ma io volevo riposare».

«Sono dieci giorni che riposi».

«In fondo, che cosa ho da fare?»

«Ma mi hai guardato bene?»

«Certo che ti ho guardato, non faccio altro da dieci giorni, e non mi sembra che tu stia tanto male».

«E i vetri? Hai guardato bene i vetri? Non vedi in che stato sono? E le serrande? Invece di bianche stanno diventando grigie. Sono ancora giovane per le serrande grigie».

«Uffa, va bene, oggi le lavo. Contenta?»

«Insomma, guarda le porte, stanno ingiallendo. E le maniglie? Guarda che schifo, un alone di sporco tutto intorno».

«Ma di questo passo non si finisce mai! Passerò la quarantena a pulirti, e quando scrivo? Quando leggo? Quando riposo? Insomma, non esisti solo tu!»

«La giornata è fatta di ventiquattro ore, tolte le otto ore canoniche di sonno per riposare ne restano sedici. Hai voglia di leggere e scrivere dopo aver fatto pulizia!»

«Ma ho già riordinato tutta la libreria, i cassetti della scrivania, il cassettone con le carte infognate dentro da anni e mai più toccate, l’armadio dell’ingresso con oggetti inutili accumulati lì dentro per non vederli. Che vuoi ancora?»

«E ti sembra di aver finito? Sei appena all’inizio. Ricordati che ho anche un bel giardino. Ti è piaciuto il giardino? E adesso dovrai pulirlo da foglie secche, erbacce, dovrai passare l’impregnante sulle parti in legno: pavimento, gazebo, tavolo e sedie.

Se non lo farai il legno si spaccherà e dovrai solo buttare via tutto. Dai, è anche bel tempo, approfittane per prendere aria e fare un po’ di moto».

«Che vorresti dire? Che sono ingrassata?»

«Oddio, forse un poco sì. Del resto, con tutte le merendine che mangi…»

«Sono in ansia, ho bisogno di zuccheri per aumentare la serotonina, altrimenti la notte non riesco a dormire, penso e mi angoscio».

«Buona la scusa! Muoviti, vedrai che dopo ti sentirai meglio, stanca ma soddisfatta, e potrai dormire il sonno del giusto».

«Sei proprio una casa crudele!»

«Ti sbagli, sei tu che sei crudele con me. Non mi pensi, non mi rispetti, non mi dai le attenzioni che merito. Sei sempre fuori, sempre indaffarata, deleghi sempre ad altri cose che potresti fare tu. E io qui che ti aspetto, paziente, che soffro in silenzio, che in fondo comprendo che fai un lavoro impegnativo, con tante responsabilità, e che hai i tuoi interessi ai quali per anni hai dovuto rinunciare. Ma ora che possiamo stare insieme tutto il tempo, grazie alla pandemia di coronavirus, possiamo recuperare tutto il tempo perduto, e potrò tornare a brillare come merito così tu sarai orgogliosa di me!»

«Accidenti a quando mi sono innamorata di questa casa! Va bene, va bene, lo farò, pulirò tutto con cura, ogni angolo, ogni suppellettile; mi dedicherò al giardino e al fai da te (speriamo bene). Contenta? Adesso però non tenermi più il muso, dai facciamo pace. Vedi? Sono già in piedi, pronta con secchio, detergenti e spugne per farti brillare come desideri. In fondo, che cosa ho da fare?»

(Stella Amato)

L’altro ieri la ferita di Carlo è peggiorata improvvisamente. Un gran prurito su tutta la gamba operata lo induceva a grattarsi a sangue. Aumentava il gonfiore in modo preoccupante. Era sabato sera, ore ventitre. Si può chiamare un medico di sabato, di notte? Abbiamo fotografato la ferita e la gamba malconcia e in un messaggio di WhatsApp, dio benedica le chat, Carlo ha spiegato la nuova situazione. Il tutto inviato alla bontà del suo chirurgo a Bergamo. Lui ha subito risposto:

«Hai una reazione allergica» e gli ha prescritto con precisione antistaminici e antibiotici. Era mezzanotte, Carlo stava male e si grattava la gamba e troppo vicino alla ferita. Scendo, prendo l’auto e cerco una farmacia notturna nel vuoto. Ancora benedico Internet che mi dà indicazioni precise. In un deserto surreale, buio e senza sabbia, la farmacista mi appare blindata da un sistema di vetri antiproiettili organizzato a comparti stagno, mi passa i medicinali per un complicato sportello in basso, perché non passano nella fessura dove le allungo il danaro, fessura che lei chiude e poi riapre, per passarmi le monete di resto. Dove sono io? La città è un fantasma, i miei passi nel silenzio rimbombano spettrali, domani è la festa della donna, mi tornano in mente canti e mimose a profusione, ricordo gruppi di donne agghindate qui per il centro, avanti ai locali. Forse è questa un’ora più composta, di pensieri più profondi e di un richiamo severo all’essenzialità. Lo spero. Però sento in arrivo un’onda di tristezza. Guardo finestre e balconi chiusi, so che nascondono presenze castigate.

Così me ne torno a casa. I farmaci hanno effetto immediato e Carlo sta presto meglio. Buonanotte, e la quarantena continua indisturbata.

Mi affaccio al nuovo mattino e conto le presenze in strada: poche. Le chiese sono chiuse al culto. La Messa in tv mi rimanda ricordi di mia nonna Maria. Solo ora mi domando.

«Ma per quanti anni non è più uscita? Quanto tempo è rimasta sulla sua poltrona, facendo pochissimi passi solo nella sua camera?»

Da giovane non ho mai valutato la sua vita così sacrificata, chiusa in casa per decenni. Poi noi nipoti dicevamo che era nervosa, che pensava solo al cibo, che aveva un carattere schiattoso, la nonna, così dicevamo e alzavamo gli occhi al cielo. Povera donna, senza autonomia e distrazioni, fondamentalmente buona e generosa con noi nipoti, che ricorrevamo a lei dopo ogni reprimenda o punizione dei genitori. E noi l’abbiamo sempre giudicata! Lo capisco solo oggi, chiusa qui da giorni, nella sua stessa casa.

(Laura Siciliano)

Anche i preti cambiano divisa, da cultori della materia e difensori delle anime deboli, al tempo del Covid cambiano pelle. Cercano nella solitudine che offre lo scenario urbano di rendersi utili. Il parroco della Chiesa del Carmine a Pozzuoli, normalmente in abiti civili, ora si mostra alla cittadinanza indossando la tunica nera. Dotato di statura alta e longilinea, la lieve brezza che sale giù dal mare lo converte in un essere alato, i lembi della toga svolazzano a ogni movimento disegnando una danza invisibile.

Dotato di smartphone e cappellino si aggira consumando l’asfalto, distribuendo sorrisi e saluti, cercando di comunicare con il prossimo tenendosi a debita distanza di sicurezza. Non l’ho mai visto così partecipe, prima di oggi, alla nostra vita sociale. Sedotta dalla voglia di comunicare con lui scendo, equipaggiata a dovere, per raggiungerlo in strada. Mi accoglie con un sorriso, ci salutiamo con un cenno della mano e iniziamo la nostra conversazione. Intorno si sente il cinguettio degli uccelli ospiti degli alberi circostanti e un vento lieve accompagna la nostra conversazione.

Come ovvio alla domanda sulla diffusione e la proliferazione del virus, lui con calma apparente sfoggia una delle sue teorie alla Stephen King, aggiungendo però che quelli che non si recano in chiesa come me, ora hanno l’obbligo di riflettere.

In totale disappunto con le sue teorie mi guardo intorno e noto che alcuni anziani si erano misteriosamente avvicinati, ringhiando sottovoce, battevano l’asfalto con passi decisi. No, non può essere, non ci siamo trasformati, giro la testa e guardo il prete, rigido come un palo di ferro che toglie la mascherina e ringhia, stavolta più forte degli altri. Il virus siamo NOI. Fuggo spaventata, cerco rifugio nell’atrio del mio palazzo e cosciente di aver abusato della libertà di circolazione ricostruisco il limite tra me e il mondo: mio malgrado solo così mi salverò.

(Paola Iannelli)

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