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La vita ai tempi del virus- VI parte


Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens

Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.


Oggi mi sento una nuvola nella tempesta, piena di lacrime non versate avvolta da vento gelido. Vorrei volare per alleggerire la tensione, vorrei fare una passeggiata sul lungomare Caracciolo a respirare a pieni polmoni l’aria salmastra, invece no, sono ancora chiusa in casa, come tutti gli esseri umani del pianeta, per la mia e l’altrui salvaguardia #iorestoacasa.

Non voglio farmi sopraffare dall’ansia e dal panico: devo escogitare un piano d’attacco a questo vuoto sociale. Ho preso il telefono, ho letto tutti i numeri dei miei contatti, poi ho deciso di telefonare agli amici che non sento da tempo, ci messaggiamo in WhatsApp ma non ci vediamo e parliamo a voce da tempo. È stata una sorpresa scoprire quanto sia terapeutico il piacere di conversare, di sentirsi vicini nella disperazione del momento, a ogni telefonata mi sento rinata, risollevata, sento il loro affetto, la loro vicinanza, altrettanto loro. È vero che la tecnologia ci aiuta a sentirci vicini ma ascoltare la voce, sentirne l’emozione trasparire è un piacere senza pari che alimenta i sentimenti.

Dopo un paio di ore trascorse parlando, ho ritrovato la mia voglia di vivere, di fare, mi sono messa all’opera, ho finito un libro di cui mi mancava solo un capitolo, ho disegnato, una mia vecchia passione, e ho anche cucinato un pranzo più elaborato.

Mi è ritornato l’ottimismo, l’energia, ho iniziato a guardare lontano, a pensare a cosa farò appena tutto sarà finito, e ho iniziato a buttare giù un elenco di cose da fare l’indomani.

Mi sento ancora una nuvola nella tempesta, leggera come un batuffolo di panna montata soffice poggiata sopra una montagna di cioccolata calda, avvolta da un vento impetuoso passeggero.

(Carla Abenante)

Apro gli occhi senza fretta.

Silenzio.

Il silenzio che si può sperimentare alle sei di domenica mattina, quando anche i bambini più piccoli, di solito, sembrano aver compreso che non è ancora il momento di farsi sentire da tutti.

Poi realizzo che non è domenica.

E per quanto dalla strada principale mi divida un cortile e il viale sul retro appartenga a un Parco privato, per quanto possa essere presto il silenzio è troppo assoluto.

Lo è perché non si può prendere l’auto. Perché nessuno può uscire dalla propria abitazione senza un valido motivo. E passeggiare, chiacchierare, incontrare i propri simili non lo è più.

Per ragioni molto serie, vitali direi.

Purtroppo non sono abbastanza vicina a un giardino per sentire gli uccellini dare il buongiorno e perfino i cani domestici non abbaiano. Ora che ci penso è da un po' che non sento nemmeno i gatti, non so se randagi o domestici a spasso, che talvolta miagolano tra di loro.

Si ripropongono alla memoria le recenti immagini di animali che girano tranquilli nei parchi cittadini, di fiori che esplodono in tutta la loro bellezza tra i lastroni di cemento, di acque chiare che lasciano intravedere il fondo di canali, fiumi e mari.

Senza il rumore incessante causato dall’umanità la Natura sta, dapprima timidamente poi con crescente sicurezza, riprendendosi gli spazi che l’urbanizzazione della cementificazione selvaggia sembrava averle tolto. I parametri dell’inquinamento stanno finalmente variando verso il basso e in modo decisivo.

L’immobilità degli esseri umani sta curando la Terra?

Forse è ancora presto per poterlo affermare.

Di sicuro ci sta dimostrando che il pianeta può tranquillamente vivere senza di noi.

Sarebbe bello che, quando riprenderemo le consuete attività, chi si riteneva in diritto di sfruttare tutto e tutti se ne ricordasse, soprattutto chi ha il potere di fare un’enorme differenza.

Ma sarebbe ancora più bello se lo tenesse a mente ognuno di noi agendo di conseguenza. Come per la legalità. Ogni decisione, ogni scelta guidata dalla consapevolezza di essere solo una delle tante realtà presenti sulla Terra che hanno il diritto di vivere al meglio possibile.

Di molte non tutti comprendono il linguaggio però ognuno ne conosce le esigenze.

Perfino chi finora ha finto di non saperlo.

(Giovanna Cilento)

Circa un anno fa si fecero largo un gruppo di giovani intrepidi che, sfidando le varie fazioni politiche, in nome del popolo avanzavano lentamente raccogliendo consensi e plausi. Si nominarono sardine. Le piazze si affollarono di pubblico che, desideroso nel dimostrare la propria necessità di espressione, gridava slogan e esponeva striscioni. L’immagine delle “sardine” iniziava la sua ascesa sorretta da una visibilità mediatica senza precedenti.

Oggi: solo l’idea di essere stipati come sardine mi arreca un sintomo di soffocamento. In questo preciso istante dove la libertà dell’individuo è costretta, limitata, per alcuni eliminata mi sottopone a un disagio psicologico senza precedenti. L’idea di tornare alla vita all’aria aperta è così forte, che essere stipata in un circuito insieme a tante sardine mi assale.

Credo che quel gruppo di anime ribelli dovrà in futuro cambiare pelle e scegliere come icona il simbolo del movimento. Adesso nell’immaginario collettivo abbiamo necessità di identificarci con il mondo dei volatili. Urge il desiderio del moto, inteso come libero fluttuare, cercando di non subire la benché minima costrizione fisica e mentale. io non sono una sardina.

(Paola Iannelli)

Una domenica pomeriggio

La quarantena continua e sono qui a raccontarla: domenica pomeriggio ero nel giardino di casa mia e assaporavo la dolcezza del canto degli uccellini e il profumo delle piante che avevo ormai dimenticato, poiché il rumore delle auto e la puzza di smog in passato non mi invogliavano a rimanere in giardino, anzi spesso rientravo dopo poco, perché infastidita dai rumori della strada. In quel silenzio irreale di domenica scorsa, all’improvviso sentii voci di bambini e qualche adulto che rideva, che provenivano dal giardino pubblico, poco distante da casa mia e sorridendo pensai alla vita che presto ritornerà per quei papà che, come quel signore che da lontano sentivo ridere insieme ai bambini nel giardinetto, stanco di una settimana chiuso in casa, è uscito per una boccata d’aria; ma ricordandomi del divieto, ho pensato immediatamente che quel signore non poteva stare lì a respirare.

Intanto le voci aumentarono, tutto era amplificato sia dal silenzio insolito e forse anche dal fatto che da me era percepito come irregolare, eppure è nella natura umana, respirare, ridere, passeggiare in un giardino.

Passa un’ora: non vanno via, anzi ho l’impressione che si siano aggregate altre persone. E allora una strana ansia mi prende, non è possibile che il decreto non venga rispettato!

Allora penso di inviare un messaggio al primo cittadino, per richiamare all’ordine i disertori, tanto il sindaco è disponibile, lo ripete nelle sue ultime riprese video quotidiane in cui ci ricorda della sua presenza attiva sul territorio per la sicurezza dei cittadini, pubblica il suo numero di cellulare, invitandoci a chiamarlo, rendendosi sempre disponibile, dunque invio: mi risponde, scrive che devo chiamare i vigili o i carabinieri.

Questa risposta secca, determinata, mi scuote, mi fa uscire da uno strano torpore mentale che finalmente avverto e comincio a realizzare dei pensieri nuovi, ma che ho ancora difficoltà a riconoscere, e intanto provo delusione. Per cosa? Mi chiedo.

Forse un “Provvederò”, da parte del sindaco, sarebbe stato meno deludente? Ma forse quel “provvederò” non mi avrebbe risvegliata dal torpore, dall’instupidimento che sto vivendo in questa maledetta quarantena, mentre l’autorizzazione da parte del sindaco a farmi intervenire direttamente, mi ha dato una scossa, e il torpore ha cominciato a sciogliersi.

Ho sempre pensato che la libertà di ciascuno inizia e finisce laddove inizia quella del proprio vicino, e dunque come avrei potuto chiamare io, i vigili urbani, i carabinieri, la polizia o addirittura l’esercito se necessario, soltanto perché un genitore si intratteneva nel giardino pubblico con i bambini: quel signore non faceva nulla di male, ma stava violando un regolamento…

Assurdo, una situazione anomala, forse al massimo si poteva pretendere che per l’altrui sicurezza non si violasse il regolamento della quarantena, ma di certo, io che vorrei essere ancora una cittadina libera, non avrei potuto richiamare qualcuno a non trasgredire e soprattutto il primo cittadino non può autorizzare me a controllare il mio vicino, che a sua volta si sentirà legittimato a controllarmi, se esco di casa e poi come in uno strano circolo vizioso, ciascuno toglierà il respiro all’altro, soffocandoci tra di noi e legittimati dal Potere.

NO.

Ancora una volta noi cittadini siamo vittime di assurde dinamiche che mirano solo a toglierci il respiro? Già sono riusciti abbastanza, tanto che a soffocarci è arrivato il virus, maledetto virus che ci viene indicato come nemico invisibile, tanto per identificare un nemico, quel virus è un microrganismo o che cavolo sia, non lo so, ma spesso sento dire che non ha vita sua... i virus che ne sanno! Non hanno cervello i virus, esistono e fanno parte del nostro ecosistema e per difenderci basterebbe rispettarlo.

Il vero nemico è dentro di noi ed è la mente offuscata, annebbiata, che non ci fa essere consapevoli, che ci fa provare paura e per mancanza di coraggio ci attacchiamo a chi ci promette sicurezza a costo di privarci noi stessi della nostra libertà e le nostre fragilità, dileguate nelle mani dei potenti. No. È assurdo, stiamo vivendo una specie di dittatura che passa come periodo temporaneo e che per me è già un incubo e la sensazione che possa diventare una triste e amara realtà, sinceramente mi sconvolge, pensare che oltre ai morti per il virus ci saranno altri morti per intorpidimento dell’animo umano, vorrei scegliere di che morte morire a questo punto e affermo che non ho più paura di morire per il virus perché può succedere che una malattia arrivi e ci devasta, ma non può succedere che si devasti il pensiero umano e la libertà individuale che si conquista attraverso la consapevolezza… e allora voglio sorridere ancora sentendo i bambini che giocano spensierati, nel giardino non lontano da casa mia.

(Anita Napolitano)

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