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La vita ai tempi del virus - V parte

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens



Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.

Allora dopo più di due settimane, dico DUE, rinchiusa in casa, ho un unico desiderio: USCIRE!

Ma che dico uscire, se lo faccio è proprio una fuga e l’alibi è la spesa? Ma sei proprio sicura che sia solo la spesa?

E che altro può essere, faccio mente locale, e meno male che ancora non sono le 18 che, quello, il locale, deve essere CHIUSO, e mi rendo conto che intorno a me è chiuso tutto se non le farmacie e i supermercati. Il giornalaio è meta-fuga giornaliera per mio marito. Oggi non si lavora, giornata di solidarietà eh sì, anche in tempi di quarantena, tranquilli la Tim deve rientrare dal budget speso per il nuovo spot Tim Vision + Disney Plus, una vera pacchia adesso che si DEVE restare a casa le adesioni saranno massive… ma non distraiamoci dal racconto base.

Dunque, armata di buona volontà ma non di pazienza, quella non mi appartiene, mi avvio saltando anche la colazione, il che in genere mi renderebbe una iena, verso il supermercato che apre alle 8:30. Non a caso ho messo la sveglia come se dovessi andare a lavoro, in questi giorni significa sedermi al tavolo della cucina e lavorare dal mio pc collegato in vpn, ma non divaghiamo.

Da viale Colli Aminei in un paesaggio del tutto surreale, la suddetta strada era deserta, ossia il miracolo di Massimo Troisi ndr, mi avvio verso l’agognato supermercato in via Nicolardi e lì mi imbatto in una fila a dir poco inaspettata. «E che ti credevi che solo tu avevi la geniale pensata di arrivare prima dell’apertura del negozio, eh no carina, sei una della fila, e fatti a un metro di distanza».

Beh non me lo hanno detto, ma chi era avanti a me lo avrà pensato, eppure io sorridevo vedendo crescere la coda alle mie spalle: «Svegliatevi prima, saltate la colazione, non andate in bagno, scusate e fatevi a un metro di distanza, please».

Ma stavolta l’attesa non mi ha fregato: ho collegato le cuffiette al cellulare col bluetooth e mi sono sparata musica a palla, quasi improvvisavo un balletto, e sì che sono una brava, poi non tutte le attese vanno perdute: tra un brano musicale e l’altro, una cara amica mi ha chiesto di potermi inserire in un gruppo WhatsApp di “vecchie conoscenze”, quelle che ti hanno vista crescere, e io ho accettato; poi ho parlato con un’altra amica della scrittura e di uno strano sogno che la coinvolgeva nell’attuale quotidianità da Covid-19. Prima della spesa non mi ero accorta di quanti piccoli segnali avevo già accumulato nel mio inconscio e solo quando sono tornata a casa, senza rendermene conto, mi sono precipitata a scrivere qualcosa, e a ripensarci adesso, le parole sono sgorgate come acqua da una fonte, sincere, precise, cristalline. Autentiche.

Anche in tempi di quarantena.

(Simona Vassetti)

Anche oggi non si può uscire. La strada è strapiena di quegli stramaledetti esseri umani.

(Aldo Putignano)

“Sono fortunata” pensavo quando tutto cominciò “Abitando da sola, sono sicura che non mi entri in casa uno che, tornando dal lavoro o dalla spesa, tossisca o sia raffreddato o, Dio non voglia, addirittura contagiato”.

Sono sempre stata orgogliosa del mio saper vivere da sola, dell’essere padrona di me stessa, di poter fare quello che mi pare, magari trascurando di spolverare per mettermi a leggere, guardare un film alla tv, stare sul computer che oggi mi porta la voce dei miei amici lontani e pure delle loro famiglie: “Stamattina ho fatto il pane con i miei figli… io li ho aiutati con i compiti… io ho fatto coraggio a mia madre che gira per casa come stordita, le ho detto…”

Dire, parlare… Da quanti giorni, chiusa in questa bolla di cui non so più se essere fiera, dalla mia bocca non esce parola? Ogni tanto ho paura che la mia lingua sia diventata muta, a furia di tapparmi la bocca con una grossa sciarpa, di consegnare liste ai commercianti ricevere merci ricambiare con una banconota, tutto senza emettere nemmeno una parola, ma neanche una sonora vocale o una misera consonante, sia essa labiale o palatale, poco importa; perché io il fiato bado bene a tenermelo chiuso dentro al fazzolettone. Così, ogni tanto temo di non riuscire più a emettere suoni; non parlo a me stessa e alle piantine se non col pensiero, quindi la favella potrebbe essermi sparita e allora faccio dei vocalizzi di prova: aaaaaaa ooooooo aieou; sottovoce per non passare da matta, ma vorrei gridare. Sì la voce c’è.

E la vista? È sicuro che l’immagine che vedo dal balcone sia reale e non un fondale di teatro fatto di cartone? D’altra parte, è fissa e immobile, senza movimento; dai balconi non si affaccia nessuno o, almeno, se qualcuno lo fa io non faccio in tempo a vederlo; c’è stato qualche momento in cui mi è sembrato di vedere la realtà ma non posso esserne sicura, è durato così poco, il tempo di una canzone stonata o di un tricolore sbandierato al vuoto. E i famigliari che mi salutano attraverso una videochiamata sono proprio reali o un trucco? E i colori che vedo dal televisore o dal computer sono inventati o no? Il rosso è proprio quello voluttuoso e denso dei papaveri? Il verde ancora quello fresco e rasserenante di un prato a primavera? Chissà.

Poi mi guardo le mani lavate e stralavate, quasi scorticate a furia di voler cancellare tutto quello che ci potrebbe essere di umano, la carezza a un bambino, il saluto a un amico… Fra loro e il mondo si è frapposto uno sterile guanto di plastica, il tatto del fuori è sparito; è rimasto solo quello del dentro, di una tastiera, di un pulsante, di cose toccate e ritoccate, che non danno più emozioni. Chissà se gli amanti si toccano ancora, ognuno godendo del tepore e della morbidezza della pelle dell’altro; e chissà quale conforto può dare ai tanti disgraziati negli ospedali una mano di plastica che fuoriesce da una tuta spaziale pure di plastica!

Poco fa ho sentito uno scambio di voci sul pianerottolo; era da un pezzo che non accadeva, mi è sembrato un miracolo e allora ho accostato l’orecchio alla porta ma, considerando che il mio udito non è eccelso, non ho capito nulla; eppure è stato confortante e, addirittura, commovente. Fatti sentire con le tue voci, Napoli mia: “Soré ’a Madonnaaaa… Mamme, il pupazzo di Peppa Pig che parla solo un euro! Accorrete mamme per fare un regalo ai vostri figli! Calzini… Un taccuino con la penna? Ma n’atu sole cchiù bello, oi né… Goal goal goal!”.

Mi resta l’odorato, con il “profumo” di tante sigarette fumate, di una casa sterilizzata dove si cucina in mezz’ora e si mangia in dieci minuti. E allora aspetto la Pasqua quando, nonostante la tragedia che stiamo vivendo, sono sicura che mi arriveranno da tutte le case i profumi delle pastiere, dei tortani, delle pizze ripiene, dei fior d’arancio e, se sono fortunata e annuso ben bene, dei primi ciliegi in fiore dai campi vicini.

(Anna Maria Montesano)

Sto scrivendo il mio nuovo romanzo. L’editore mi ha chiesto di completarlo in fretta. I lettori attendono, entro l’estate, la nuova avventura dell’ispettore Enea Di Martino.

«Mi raccomando, old boy» mi ha detto al telefono una settimana fa. «Approfitta della quarantena e completa gli ultimi capitoli, così mandiamo subito in stampa il libro».

«Tranquillo, capo» ho risposto accendendo una sigaretta. «Non ho mai mancato una consegna».

Il cursore mi osserva. Appare e scompare ribadendomi un concetto: non ho idea di cosa scrivere. Sono blindato in casa, da solo; ho a disposizione tutto il tempo del mondo e non riesco ad avanzare di un rigo. Dannazione.

Mi manca la confusione in strada, le chiacchiere nei bar, la fila alle poste. Quotidianità con la quale nutrire la mia storia. Sono fermo a pagina 92. Appena un terzo di quel che vorrei raccontare.

Ho fatto morire un ricco imprenditore. Una pugnalata al cuore. Un delitto d’altri tempi compiuto da un assassino contemporaneo. Già, ma chi? Mi serve la strada. Ho bisogno dei passanti per dare un volto all’omicida. Uno dal volto anonimo ma con una luce perversa negli occhi. Mi basterebbe guardarlo dalla finestra, mentre va a fare la spesa o porta il cane a pisciare. Ma in questi giorni i volti si confondono. Uno uguale all’altro, per via di quelle mascherine che tengono lontani i virus ma che spengono pure ogni barlume di umanità.

«Mi serve una metropolitana affollata» sbuffo guardando il monitor. «Ne ho bisogno per trovare la vedova inconsolabile. E devo andare al ristorante. Subito. L’ispettore deve portare a cena una bella donna con cui passerà la notte a scopare».

Proprio come fanno i miei vicini ogni giorno più volte al giorno. «Fate meno rumore» ho urlato l’altro pomeriggio. «La scena di sesso l’ho già scritta. Scannatevi» ho aggiunto «almeno mi tornerete utili per far morire qualcuno».

La sirena dell’ambulanza interrompe la monotonia di questa mattinata. Erano giorni che non ne sentivo una. Peccato abbia già inserito pure questa sequenza nel romanzo.

Mi toccherà chiamare l’editore e chiedergli qualche giorno in più.

Non la prenderà bene.

Dannazione.

(Paquito Catanzaro)

Fare l’esatto contrario, decidere che le regole sono da trasgredire in nome dell’autonomia, madre dell’ignoranza.

Non credo che i miei vicini di casa abbiano sviluppato un ragionamento così articolato, eppure in questi giorni di allarme generale svolgono la loro vita tranquillamente. Il loro nucleo si compone come segue: tre sorelle nubili e un fratello scapolo, per tutti sono “Le signorine e il signorino”. L’aspetto estetico induce l’osservatore a immaginare che siano usciti da un quadro d’epoca, non provano alcun interessamento che non sia rivolto alle loro strette esigenze quotidiane. Noncuranti dei divieti imposti dal sindaco sostano alla fermata dell’autobus intenti a osservare le persone che li circondano con circospezione, il dato che li sorprende di più sta nel fatto che tutti indossano mascherine e guanti in lattice. Loro non hanno bisogno di nulla, intrepidi e incoscienti si mirano intorno assumendo l’espressione idiota dei personaggi dei comics. Emettono a volte suoni sconnessi che relazionati al dialetto locale sembrano dei veri e proprio leggeri ululati, comprensibili agli autoctoni e affini. Non sapendo come rimediare a questa mancanza hanno deciso l’altro giorno di affrontare la comunità servendosi delle attrezzature in possesso. Lo scuorno andava lavato con un’azione forte, presi dall’ansia hanno cercato di rimediare. Così completamente cellofanati e con tanto di maschera da sub hanno affrontato la strada. Peccato che la polizia locale non abbia gradito il travestimento.

Il giornale locale ha titolato: «In preda al panico si travestono da figli della luna. Arrestati quattro fratelli».

(Paola Iannelli)

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