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La vita ai tempi del virus

Reportage collettivo a cura di Homo Scrivens

Siamo a casa. Ognuno con le proprie paure, aspettando che tutto passi. L’11 marzo 2020 è stato dichiarato lo stato di pandemia, a causa del covid-19 (il ben noto coronavirus), ma già da due giorni, per decreto e per buon senso, ognuno di noi si è chiuso nel proprio appartamento cercando di ripararsi dagli altri e dalle incertezze.

Siamo qui, fra Napoli e la sua infinita provincia, mai così deserta, e vorremmo raccontarvi questi giorni infami: fatti, atti, comportamenti; inseguendo una logica, semmai un sorriso.

Andrà tutto bene.

Il citofono che suona: il portiere del mio palazzo mi chiede come sto, se ho bisogno di qualcosa. Anche io voglio sapere come sta, lui che è esposto ogni giorno al contatto con tante persone. Sta bene. Stiamo bene. La guardiola è il suo mondo. Forse è il più abituato di tutti noi alle limitazioni di questi giorni. Si prende cura del nostro palazzo e dei suoi abitanti come ha sempre fatto.

La signora del palazzo di fronte. Abito tra le case. E mi piace. Mi piace affacciarmi e vedere luci accese, e panni stesi, e piante fiorite nei balconi intorno a me. Mai come ora verifico gli incommensurabili vantaggi di questa situazione. Un lato del mio balcone affaccia su un caseggiato vicino. Al mio stesso piano c’è la casa di una famiglia, li ho sempre visti di sfuggita, attraverso i vetri delle loro finestre. Non li ho nemmeno mai incontrati per strada perché i nostri palazzi, per quanto vicini in linea d’aria, hanno i loro ingressi in due strade diverse. Un marito, una moglie e due figlie. Degli estranei, come tanti. Oggi ci ritroviamo affacciate, io e la signora, e lei mi saluta con un sorriso. Scherziamo sul fatto che possiamo parlarci tranquillamente. Siamo a ben più di un metro di distanza, malgrado la speculazione edilizia non si sia certo preoccupata di lasciare ampi spazi tra un edificio e l’altro. Chiacchieriamo. Ce la faremo, ci diciamo. Da quando sono venuta ad abitare in questa casa non ci eravamo mai fatte nemmeno un cenno di saluto.

Da un megafono per strada mi arriva un voce. Non capisco nulla di quello che dice, e mi prende la paura. Altri provvedimenti? Altre restrizioni? Che succede? Donne è arrivato l’arrotino! Ok. Tutto a posto. Non credo che oggi abbia fatto grandi affari, però è stato bello sapere che l’arrotino c’è.

(Rosalia Catapano - 11 marzo)


Mi ritrovo come in una specie di limbo e tutto assume una nuova dimensione, quella del prendersi tempo: una pausa, che in un primo momento sollecita a dedicarmi a tutto quello per cui, non ho mai abbastanza tempo e poi poco dopo, paralizza quando mi guardo intorno e osservo ognuno nel proprio stato di sospensione e mi sembra distante.

Si allargano le distanze mentali e concentrandomi sul mio intimo spazio, mi ritrovo con me stessa, lontana dalla folla: ed è piacevole e lo diventa ancora di più perché legittimata da una situazione contingente di crisi, posso trovare il tempo per l’ozio e ciascuno nella propria solitudine, intanto che il virus minaccia di morte, è accomunato da quest’anomala libertà, quella di “fare un cazzo, di niente”: oh mio amato ozio, ho il tempo di goderne.

(Anita Napolitano - 6 marzo 2020)


Serena torna a casa. Sorride. Per fortuna non ha perso il vizio. Mi racconta che tornando dalla spesa, ha incontrato un amico del palazzo che aveva portato a spasso il cane: lui può, dice, e guarda con un pizzico d’invidia il suo gatto che dorme fregandosene di tutto. Mi racconta poi che questo ragazzo non crede nel virus, pensa sia un complotto, anzi ne è certo; il cane invece non dice niente, non si esprime. A Serena dispiace dover uscire così poco, si nota, e forse lo avrà notato anche questo ragazzo, che nel passarle il guinzaglio le ha detto: «Vuoi farti un giro?»

(Aldo Putignano)

Lo Smart-working, in tempi normali, è una pratica di civiltà avanzata; consente di evitare spostamenti e risparmiare per l’ambiente, di evitare sprechi di corrente e carta, di badare al lavoro in maniera essenziale, per molte grandi aziende era una modalità utilizzata e anche incentivata. In questi tempi straordinari, frangenti eccezionali mai vissuti, condizioni di vita fuori dall’ordinario, perfino pachidermici apparati pubblici, immutabili uffici legati alle carte protocollate e plurifirmate, si sono aperti allo smart-working grazie soprattutto a qualche direttore illuminato.

E quindi eccomi qua, incredula destinataria di una misura che fino a un mese fa in alcuni ambienti faceva venire l’orticaria.

Ora però il problema è mio, perché noi dipendenti abbiamo radicato il pensiero, per quanto spregevole ma purtroppo in fondo esistente, che se timbri il cartellino sei a posto con la coscienza, e adesso la coscienza chiama a essere ancora più diligenti del solito.

Ho messo la sveglia, mi lavo, mi vesto, mi trucco. Mia figlia mi guarda stupita, però la dignità personale non ha spettatori, quindi mi sistemo un minimo.

Mi siedo al computer e prego i santi del caso che tutto vada bene, wi-fi, sistema operativo, browser di posta, batteria del telefono, auricolari, sono tanti i nemici insidiosi dello smart-working e di questi tempi non posso neanche uscire a comprare un pezzo di ricambio o rivolgermi al tecnico mago del pc. “Aiuto! Mi dice che c’è un virus, no era solo una pubblicità”. Calma, niente panico tutto funziona.

Inizio a scorrere l’agenda che ho provvidenzialmente portato dall’ufficio, incongruo quell’oggetto tra le mura di casa, stonato come un babà a casa di diabetici. Mi abituerò, l’agenda è utilissima per supplire ai colleghi che entravano nella mia stanza ricordandomi tutto quello che dovevo fare, il vantaggio è che sull’agenda ci sono solo gli impegni miei e non anche quelli che gli altri spesso mi scaricano addosso. Dopo qualche minuto di lettura e studio sento che manca una compagna fedele nelle mie giornate, un aiuto indispensabile alla mia vista da cinquantenne e alla mia memoria in fuga: la stampante. Lo so benissimo che non si deve usare e che si devono salvare le foreste, ma leggere da computer è una grande fatica, lei è la mia amica clandestina e purtroppo è rimasta in esilio. Dovrò cavarmela tra appunti a mano che le mie figlie guardano con aria diffidente e l’ingrandimento a duecento del carattere di word.

“Call conference” in corso, quante belle parole ho imparato. I colleghi mi chiedono quali erano i punti della scorsa riunione, le mie mani scorrono veloci tra le carte sul tavolo, un foglietto recita: nutella, biscotti, pane, detersivo piatti…. No forse questi non erano i punti della riunione.

“Scusa, mi dicono, si sente un rumore di fondo”, “Sì, ora sistemo” rispondo agitando le mani verso i miei che giocano a Mario Kart sul divano, gli faccio cenno di abbassare il volume e non urlare, intanto dagli auricolari mi arrivano abbaiare di cani, voci di bambini, e qualcuno che urla “dove sono le mia pantofole?”.

Fantastica la vita ai tempi del virus.

(Lucia Colarieti)


Marano, 13 marzo - terzo giorno di pandemia, ottavo giorno di quarantena

Di corsa, sempre di corsa, tante cose da fare, da prevedere, da organizzare. Il fiato sospeso, una stanchezza cronica e tanta voglia di fermarmi: è così che sono arrivata a marzo 2020. Ho pensato che un viaggio mi avrebbe fatto bene, staccare, prendermi una pausa e immergermi in un’altra realtà. Poi tutto è precipitato, da un giorno all’altro la realtà è cambiata: voli sospesi, virus, contagio, isolamento, quarantena, pandemia, allarme, paura. Ma, per assurdo, un virus che colpisce le vie respiratorie mi consente di tirare il fiato.

Tutto di colpo rallenta, il tempo si dilata. Respiro, dispongo dei miei pensieri come desidero, mi riapproprio di tutti gli spazi interni ed esterni. La casa diventa un nido, le persone care ancora più care, preziose. Dopo una settimana di isolamento ieri ho vissuto la gioia di parlare dal balcone con la mia amica e vicina di casa, dopo tanti contatti virtuali o telefonici, a parte mia figlia Alessandra che è a casa con me.

Stanotte ho finito di leggere Quello che rimane di Paula Fox, nel tempo che il sonno lascia libero. Ecco quello che rimane, dopotutto: il rumore del mio respiro, il canto degli uccelli in giardino, i pensieri che adesso è possibile pensare senza fretta, senza dover decidere, agire. Un sollievo. Rimane il tempo, quello che ci spetta. Rimane l’amore, quello che ci definisce.

Stamattina sono andata al supermercato a fare la spesa: le persone in fila nel parcheggio sembravano fantasmi, lontane, protette da mascherine e guanti, occhi spalancati, sguardi preoccupati. Ma nessuno mi è sembrato veramente estraneo. Una volta entrati, due alla volta, si è accorciata la distanza, si abbozzavano sorrisi, qualche parola, un accenno di comprensione. Ho provato tanta gratitudine per chi lavorava nonostante tutto. Nessuno protestava per l’attesa, ci siamo fatti compagnia, quasi contenti di vederci. Tutto si è ridotto all’essenziale.

Alla pompa di benzina i ragazzi sdrammatizzavano scherzando tra di loro. Quattro ambulanze erano passate la mattina dirette in un parco più avanti, dicevano, sono venuti a prendere tutta la famiglia. È difficile non avere paura ma è possibile esorcizzarla. Avevano guanti, mascherine e occhi vigili, hanno lavorato con tutta l’allegria che riuscivano a trovare. Sono tornata a casa sorridendo. Le ambulanze, comunque, arrivano, negli ospedali c’è chi lavora per noi. Non siamo soli, mi sento meno sola adesso di prima. Ora lo so.

(Stella Amato)


Venerdì 13 marzo: Grazie a WhatsApp riesco quotidianamente a collegarmi con mio figlio maggiore, il quale lavora da quattro anni nell’esotica e affascinante isola di Tenerife.

Commentavamo insieme l’andamento del processo di prevenzione, avevo da poco postato un video domestico girato in un altro tipo di isola: Ponticelli. Decine e decine di persone erano tutti ospiti dei propri balconi e finestre, intonavano all’unisono una canzone melodica napoletana: Abbracciame di un certo Andrea Sannino. Cerco con distanza di non cogliere le sfumature delle parole romantiche dall’accento struggente, ma inevitabilmente un momento di scoramento mi assale. Alcune copiose lacrime prendono corpo sul mio viso, mi asciugo in fretta per non dare mostra del mio pessimismo interiore. Sono nota per essere una donna forte, a tratti ruvida, sempre risoluta, ma ora questa sosta forzata è veramente pesante.

Giunge all’improvviso un bip, mio figlio da Tenerife mi scrive, avevo appena condiviso con lui il video in questione. “Dai mamma, fatti forza! Passerà”. Chiudo l’app quando mi giunge un altro messaggio, vocale stavolta. Clicco sulla freccetta e ascolto: “Cara madre qui si inizia a vedere tanta gente che esce dai supermercati con i carrelli colmi di birra e carta igienica”. Il messaggio si chiude con risate nel sottofondo.

Continuo le mie piccole azioni domestiche, quando inizio a riflettere sull’ultima comunicazione. Poi comprendo. Il bidet, ma sì il bidet, a Tenerife non esiste!!

Possibile che con tanto tempo a disposizione non abbiano il tempo di lavarsi un po’ più spesso? Perplessa ritorno al mio arresto domiciliare.

(Paola Iannelli)


“Scétate, Caruli’!” erano soliti dirmi i miei famigliari quando mi astraevo nelle mie fantasticherie, spesso con un libro fra le mani. E anche ora, anzi ora più che mai, in questo malinconico tempo sospeso, fra un caffè una videochiamata e un saluto agli amici di facebook, non trovando più lo stimolo a compiere le rassicuranti azioni quotidiane, faccio lo stesso: con un libro fra le mani, penso.

Penso a un papà che, nonostante i pericoli, è ugualmente costretto ad andare al lavoro e, al ritorno a casa, si strugge dalla voglia di abbracciare e baciare quel piccino che è venuto al mondo come un miracolo del creato; penso a quei nonni che, con uno striscione, hanno augurato buon compleanno alla nipotina che li guardava commossa dal balcone lontano; penso a quanti, da una zona colorata di rosso-pericolo all’altra, si guardavano aspettando di poter immergersi di nuovo nel tepore di un unico colore. E poi penso ai miei libri e all’impossibilità di girare in quel Paese dei balocchi che è una libreria, annusando, sfogliando, scegliendo, con gli occhi accesi dalla voglia di tuffarmi in un nuovo sogno.

E allora, immalinconita, mi perdo in un tempo-non tempo e faccio un gioco, perché la fantasia nessuna quarantena me la può imprigionare: “Cosa farebbero i miei amati personaggi al tempo del virus?”

E allora, ecco che Pinocchio diventa il contagiato n.1 perché è stato nel ventre di una balena e si sa che la simbiosi bambino-burattino-animale porta solo guai.

E il secondo contagiato è capitan Achab quando Moby Dick gli azzanna la gamba.

E poi lo zar proclama che sono proibiti i balli e allora Anna, costretta a rimanere a casa con il marito e il figlioletto, si limita a inviare al suo amato vibranti e appassionate missive ma lui la prega di smetterla perché il virus può trasmettersi anche sulla carta e attraverso il recalcitrante valletto che non ha trovato la mascherina.

E i musicanti di Brema organizzano un concertino dalle finestre per tenere alto il morale degli abitanti del quartiere.

E David Foster Wallace rimane imprigionato sulla nave da crociera che non può attraccare in nessun porto.

E Kerouac se ne frega delle restrizioni e se ne va on the road senza certificazione e, braccato dal feroce Javert, è costretto a pagare una salata multa ma, non avendo soldi, è imprigionato nello Spielberg…

E poi e poi e poi mi scrollo, chiudo il libro, indosso la mascherina e i guanti ed esco a fare scorta di biscotti al cioccolato, facendo il solito strano balletto per mantenere fra me e i miei simili, chiusi nella mia stessa malinconia, un’estrema distanza di sicurezza: non un metro, ma due o tre.

(Anna Maria Montesano)


Continuo a sfregarmi le mani, devo eliminare ogni atomo di impurità, cerco una purezza impossibile su questa Terra: allora mi guardo le mani che do per scontate, quante azioni inconsapevoli. Mi piace curarle, spalmarle di crema protettiva e poi lo smalto scuro lucido sulle mie unghie curatissime, eppure sono impure, bisogna lavarle spesso, possibilmente con un antibatterico, e allora continuo a strofinare e simbolicamente, adesso con le mie mani voglio aggrapparmi, per non affondare nell’angoscia, ma lo scorrere dell’acqua tra le mani non basta a purificarle, siamo contaminati. E mi viene in mente l’immagine di Lady Macbeth che disperatamente cerca di lavarsi le mani, le strofina, vuole cancellare la macchia immaginaria di sangue, vuole purificarsi dai sensi di colpa e sfregandosi ripetutamente e freneticamente le mani diceva: «Una macchia è qui tuttora! Via, ti dico, o maledetta… e mai pulire queste mani io non saprò?»

Quella macchia immaginaria per Lady Macbeth non andrà mai via e lei impazzirà.

Ecco, il virus mi ha ricordato l’impurità. A tutti sta mostrando l’impurità, sgretolando le facciate di febbrili routine e mostrandoci le fondamenta su cui viviamo, perché è di fronte alla paura della morte che si vede, tra ridicolo e ferocia, chi siamo veramente: le fondamenta di una società che si dice “progredita” appaiono incerte e siamo costretti a chiederci su cosa abbiamo costruito, in cosa abbiamo avuto fede e magari, come ricostruire. E assaliamo supermercati, farmacie, consultiamo di continuo aggiornamenti e informazioni. Non si sa a chi credere in assenza di verità e la paura, senza un oggetto preciso diventa angoscia e il nostro agire assurdo. Viviamo nella paura senza interrogarla, ma continuiamo a lavarci le mani, un gesto ossessivo oramai, che non aiuta a purificarci perché l’uomo ha distrutto ecosistemi, abbiamo distrutto la natura e abbiamo forse spinto i virus a lasciare il loro ambiente? e il virus adesso per sopravvivere ha bisogno di un nuovo ospite, non lo trova? Ha trovato noi? L’Umanità? E penso al futuro delle mie figlie.

Non saprei, ma forse se ci riscoprissimo eredi di un Umanesimo che ha lasciato un mondo di Bellezza, fatto di divino e umano, potremmo aprire vie nuove contro la morte?

L’Amuchina rende le mani sterili, ma sterile è anche chi non crea e ricrea la vita: non può, non deve bastare per quello che le nostre mani possono ricevere, dare e fare – c’è bisogno semplicemente di acqua per purificarsi e ricrearsi ancora e intanto lascio scorrere l’acqua chiara e limpida tra le mie mani, pensando che forse non basterà alle mie figlie e mi bagno la guancia destra di una lacrima calda, forse il pianto servirà a purificarci.

E allora oltre le mani, lavo anche il mio viso e senza Amuchina, riesco a sentire la freschezza e la limpidezza dell’acqua che scorre sulla mia pelle e purifica.

(Anita Napolitano)

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