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La vita è un match (Lucia Cabella)


«Benvenuta alla tua prima lezione di tennis!»

«Non ne ho voglia, papà. Ho cambiato idea». Scapperei da questa distesa di terra spaventosamente rossa, se potessi.

«Troppo tardi».

«Non mi è mai piaciuto il tennis, lo sai. Neanche prima».

«Ti piacerà adesso».

«Perché?»

«Perché è uno sport completo che coniuga mente e corpo».

«Non c’è più niente da coniugare».

«Ti sbagli. Il tennis è armonia e tu ne hai bisogno, soprattutto oggi». Oggi, appunto.

Papà mi strizza l’occhio. «Fidati. Sono un grande insegnante, oltre che un grande campione».

Pare che il grande campione abbia vinto alcuni tornei amatoriali vent’anni fa, ma l’unica prova tangibile dei suoi successi consiste in un’orrenda coppa che troneggia in salotto come una reliquia.

«Ora ti spiegherò la regola numero uno. Una partita a tennis è come la vita. A volte si vince, a volte si perde, ma bisogna sempre trovare il coraggio di giocarla».

Blatera di dritti, rovesci e smash. Mostra i movimenti necessari per un buon servizio e per un’abile ricezione. Sta danzando, sembra così facile, eppure per me è impossibile. Poi mi consegna una racchetta, stringo il manico nel pugno, ma vorrei tirargliela in testa.

«Regola numero due: qui ci siete solo tu, il tuo avversario e una rete in mezzo» proclama, prima di abbandonarmi nella desolazione della mia metà campo. Il cuore galoppa. La mano suda. Mi aspetta l’ennesima umiliazione. Non ci riuscirò mai.

Eppure, quando la palla comincia a volare, anche la mia mente lo fa. All’improvviso i ricordi sbiadiscono e le barriere crollano. Forse inseguire una pallina gialla è quello di cui ho bisogno oggi, per non affogare nel dolore di ciò che accadeva esattamente dodici mesi fa.

Proviamo qualche scambio. Muovo le braccia a tempo, ne sono ancora capace. Sfodero tutta la forza che ho e che vorrei usare ogni giorno per affrontare la pietà, gli sguardi bassi e le parole di circostanza che pugnalano più dell’indifferenza.

Prima di accorgermene, mi sto già divertendo. Su questo campo sono solo una ragazza di diciassette anni che gioca a tennis col suo papà, come tutte le altre. Ma fuori da qui?

Forse la vita è davvero una partita a tennis. Puoi vincere giocando male e puoi perdere giocando bene, e altre due combinazioni possibili. In tutti questi quattro casi, in effetti, vale sempre la pena di giocare. Qualunque cosa accada, vale sempre la pena di vivere.

La palla rimbalza ancora, io sorrido perché stavolta ho già previsto la sua traiettoria e so cosa fare. Mi sento viva, come non mi sono più sentita dopo quel maledetto incidente.

La mia carrozzina corre, più veloce della pallina in aria. La colpisco col braccio teso, spedendola in un remoto angolo del campo avversario, a mezzo centimetro dalla riga. È inarrivabile.

Papà batte le mani, orgoglioso del mio primo punto.

Non so se ne farò altri. Quello che so è che a rincorrere una pallina siamo tutti uguali e che nel tennis, proprio come nella vita, l’importante è stare in campo.

E io oggi ho voglia di iniziare una nuova partita.


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