Homo Scrivens

Caldo


     Il sole picchiava come un fabbro sulle grandi pietre rettangolari della piazza deserta del piccolo paese. Per non fare preferenze picchiava allo stesso modo anche e sulla piatta campagna che lo circondava. Non c'era nemmeno un filo di vento.
     Il villaggio pareva addormentato come il vecchio appisolato sulla panchina. Questo, sconfitto dalla noia, fu l'ultimo a lasciare la posizione trascinando a fatica le giunture stanche al riparo della casa bassa di tufo. Tirò dietro di sé il battente della pesante porta di legno che si richiuse alle sue spalle, con uno schiocco secco che echeggiò come una schioppettata lontana, nel silenzio privo di qualsiasi interruzione.
     Se qualcuno si fosse azzardato ad attraversare la calura che riduceva l'aria a un velo tremolante, avrebbe pensato di trovarsi di fronte ad una versione terricola del mistero della Maria Celeste. Come la celebre nave del mistero, trovata senza equipaggio ma intatta e funzionante nel bel mezzo dell'oceano, il paese pareva abbandonato a se stesso, nel bel mezzo dei campi coltivati dai suoi abitanti spariti.
     Un silenzio piatto continuò a fare da colonna sonora al paesaggio ardente. Passò del tempo che nessuno misurò. Anche il campanaro doveva esser crollato sotto i colpi del calore e la campana , da sola non poteva scandire né quarti né ore.
     Il sole era ancora alto. Sembrava immobile, come se fosse ben deciso a non muoversi di lì fino a quando tutto, anche l'aria, non avesse silenziosamente preso fuoco.
     Poi qualcosa accadde, ma non tutto in una volta.
     Lontano e ovattato, dal nulla surriscaldato un che d'impalpabile prese ad incrinare quella quiete asfittica: la cosa si muoveva con lo stresso rumore che può fare una virgola che scivoli da un foglio. Poi,un niente per volta, qualcosa si rese a malapena percettibile. All'inizio fu quasi un sussurro, come l'intenzione di un vento che volesse soffiare e poi ci ripensasse. Subito dopo, appena avvertibile, un lontanissimo suono cristallino, uno scampanellio, via via crescente, sembrò evocare un carillon in avvicinamento. Possibile che qualcuno avesse la forza di muoversi in quella specie di fornace trasparente?
     "Dev'essere un pazzo!” pensò Ninì, il figlio più piccolo del barbiere del paese. A sei anni, la voglia di vivere e di sapere la spunta ancora sull'apatia da surriscaldamento. Se ne stava, da un pezzo, sdraiato dietro la persiana calata sul finestrino del sottotetto, scrutava l'orizzonte a strisce fra le traversine di legno, mentre sognava ad occhi aperti un monumentale gelato alla fragola con panna. Fu pertanto l'unico testimonio di quel che accadde. Nessuno, d'altra parte, si prese la briga, al risveglio, di domandargli se avesse visto qualcosa durante il tempo della pennichella.
     Il tintinnio si fece più udibile e preciso, ma non tanto da svegliare i dormienti. Fu allora che Ninì, vide, da dietro il dosso della provinciale all'entrata del paese, la cupola bianca e le falde larghe di uno Stetson. Poi, da sotto il cappellone, apparve una cascata di capelli d'argento, su una faccia sorridente e incorniciata da una candida barba. Sotto a tutto questo, e davanti al corpo di quella faccia, un carrello a pedali come quelli dei gelatai di una volta.
     Il vecchio spingeva il veicolo alacremente come se fosse insensibile al calore ed alla sua azione stressante. Diede un'occhiata alla piazza deserta e al villaggio addormentato con aria più divertita che stupita, poi fece spallucce e si diresse, senza esitazioni, verso la casa dalla quale lo stava spiando il bambino. Quando vi giunse, si fermò, alzò la testa e ammiccò con un sorriso invitante:
     - Che fai, Ninì - disse - non vieni giù?-
     Il piccolo trasecolò." Come fa - si chiese - a vedermi dietro le persiane e a conoscere il mio nome?"
     La sua meraviglia, però, durò solo un attimo e il timore ancor meno, era un bambino, no?La paranoia sospettosa dell' adulto non si era ancora annidata nella sua mente fresca e pulita. Sapeva bene che i maghi potevano fare cose come quella e anche di più. Quello lì, poi, vestito di bianco, bottoni e decorazioni di metallo dorato, faccia liscia e occhi limpidi, si vedeva lontano un miglio che era un mago buono. Ninì, perciò, non perse tempo in stupide domande e scese in fretta dal suo osservatorio.
     In due secondi fu davanti al trabiccolo. Pareva proprio un carrello da gelataio: il candido piano di copertura, sormontato da un baldacchino di tela chiara con frange, era interrotto dai classici coperchi rotondi , a cupola, con manici che parevano d'argento:
     Uao! che gelataio di lusso! pensò Ninì che vedeva materializzarsi il suo sogno più recente.
     Il vecchio parve divertito mentre diceva
     - Non credo che ci siano gelati, là sotto - e indicava i coperchi.
     - No? E che c'è, allora?
     - Prova a guardarci - l'invitò Capelli d'Argento.
     - Posso ? Titubò il bambino.
     - Te l' ho detto io, no?
     Ninì si avvicinò con cautela, esitò per qualche istante, giusto il tempo perché la curiosità sgominasse la prudenza e poi, afferrato un manico d'argento, tirò su il coperchio.
     I suoi occhi divennero grandi come uova:
     - Ma... Ma... E' vuoto!
     - Sei sicuro?
     - Guarda!
     Ninì era indignato, non gli piaceva esser preso in giro perché era piccolo. Sollevò, quindi, uno per uno, tutt'e sei i coperchi e ogni volta, sempre più offeso, e a voce alta, diceva:
     - Guarda! è vuoto!
     E alla fine:
     - Vuoti! Tutti vuoti!
     E quasi piangeva.
     Il candido Cow-boy lo confortò affettuosamente:
     - Non piangere, Ninì, non ti sto prendendo in giro. La mia merce non si vede, ma c'è, credimi
     Guardandolo negli occhi limpidi Ninì gli credette e subito si rasserenò:
     - E' merce invisibile? -
     - E impalpabile.
     Lo guardò con occhi dolci prima di aggiungere:
     - Io vendo sogni. Qualche volta li realizzo. Il tuo, per esempio
     Schioccò le dita e sul ripiano del carrello apparve una coppa grande come un'insalatiera, colma di gelato alla fragola ricoperta di panna.
     Il bambino sgranò gli occhi e stese le mani per prendere il suo sogno realizzato. Mentre già lo toccava si fermò e si rivolse al venditore:
     - Non mi farà male tutto questo gelato?
     - I miei prodotti non possono far male. Se vuoi, però, potrai dividerlo con i tuoi amici, non ti pare?
     - Giusto.
     Ninì non era un bambino egoista.
     - Bravo - disse il vecchio cow-boy - Ora voglio farti un regalo
     Stese una mano e gli carezzò la fronte. Ninì avvertì una specie di leggera scossa, che, però, non gli fece sentir male:
     - Che hai fatto? chiese
     - Ti ho regalato un sogno
     - E dov'è? Io non vedo né sento niente.
     - Prima o poi lo troverai. Se mi credi
     Ninì rifletté per un po'.
     - E ripasserai per realizzarlo?
     Il vecchio lo guardò con tenerezza:
     - Io spero di no
     Il bambino si accigliò:
     - Come? S p e r i di no?
     - Spero che ti piaccia tanto che ti impegni a realizzarlo tu, con le tue forze.
     Poi mise una mano nel taschino della giubba bianca e argento e ne trasse un orologio. Gli diede un'occhiata e disse:
     - E' ora che io vada
     Gli fece una carezza e prese a pedalare, ma dopo qualche metro si fermò e girò la testa verso il bambino:
     - E' proprio un bel sogno, Ninì, uno dei migliori, sai? Metticela tutta perché si avveri
     Agitò poi una mano in segno di saluto
     - Ciao - disse e riprese a pedalare.
     Ninì rimase a guardarlo fin quando non sparì dietro la curva della provinciale, poi corse a svegliare gli amici per dividere con loro il suo dono.
     Gli adulti continuarono a dormire.

Gino Parrella