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Homo Scrivens

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Articoli, interviste, approfondimenti e e consigli sulla scrittura.

Intervista a David Trueba di Serena Venditto

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David Trueba è scrittore, regista, sceneggiatore, giornalista. Per Feltrinelli ha pubblicato Aperto tutta la notte (1999), Quattro amici (2000), Saper perdere (2009) e Blitz (2016), miglior romanzo dell’anno per El Mundo e El Cultural, con il quale ha vinto il Premio de la Crítica in Spagna e il Premio Médicis in Francia. I suoi libri sono tradotti in più di dodici lingue.
È un uomo disponibile e gentile, come tutte le persone intelligenti. Mi concede questa intervista nella hall dello Nh hotel accanto al Lingotto. Gli racconto un po’ chi sono, chi siamo noi di Homo Scrivens e che facciamo. Ed è molto contento di chiacchierare con noi.
Partiamo dal suo ultimo libro,
La canzone del ritorno (Feltrinelli) la storia di un uomo che compie un viaggio nel cuore arcaico della Spagna, a bordo di un singolare veicolo: un carro funebre. Dani Mosca sta portando le spoglie del padre nel paesino dove era nato e cresciuto, e da cui partì per guadagnarsi da vivere.

David, la prima immagine: è nato prima il padre o il figlio?
È difficile… È nato prima il padre. Arrivai in aeroporto, avevo perso un volo con mio figlio e la hostess stava cercando di cambiarmi il biglietto, ma era impossibile perché era un giorno festivo ed era tutto pieno e mi riconobbe, disse: «Tu sei David Trueba? Mi ricordo di suo padre, come sta?» perché mio padre lavorava come venditore ambulante in un quartiere della periferia di Madrid, e lei si ricordava di lui perché lo trovava molto simpatico. E allora io le dissi che era morto da due anni, e lei ci rimase molto male, poi mi cambiò i biglietti mentre parlavamo di lui. E questo è stato l’inizio, come ci si incontra con il proprio passato, anche quando crediamo che il passato sia scomparso, che poi era anche la mentalità di mio padre, secondo lui si raccoglieva sempre quello che si era seminato. È impossibile pensare che la vita ti dia qualcosa se tu non hai dato niente alla vita. E a partire da questa idea è nato il personaggio del musicista.

Un libro, un poesia, un classico che ti ha accompagnato e ispirato per questo romanzo.
Il titolo originale del romanzo è
Tierra de campos, perché il villaggio da cui proviene il protagonista e verso cui si dirige per seppellire suo padre è una zona della Castiglia agricola, molto arida, e c’è un poeta che si chiama Claudio Rodriguez, un poeta degli anni Cinquanta, che dedicò molte poesie a questa regione, e ce n’è una in particolare che recita: Siempre vuelve, vuelve este destino de infancia; che poi è diventato l’incipit del romanzo. A significare che noi siamo sempre il progetto di un bambino. Credo che esista sempre un momento della nostra vita in cui ci guardiamo allo specchio e pensiamo al bambino che eravamo, con i suoi sogni, i suoi pensieri, i suoi progetti.

In Italia è molto sentita la polemica sul genere letterario. Cosa ne pensi? Esiste anche in Spagna?
Sì, in generale la gente ha la necessità di catalogare le cose, e fa lo stesso anche con la letteratura, ma a me è sempre piaciuto rompere queste classificazioni. Credo che i grandi libri siano una mescolanza di generi e che i grandi autori abbiamo dato proprio con la varietà la ricchezza che ha il romanzo, che può contenere tutto quello che può contenere la vita; la vita in un momento è una commedia, in un momento è una tragedia, può diventare all’improvviso un poliziesco e poi un thriller, un intrigo politico o una favola. Credo che limitare quello che può esserci in un romanzo sia un errore. Un giorno in Spagna un lettore mi disse: «Io leggo solo romanzi scritti da donne, ma con te faccio una eccezione» e io gli dissi: «Ma perché ti vuoi limitare così? Già la vita ci limita tanto con la nostra lingua, età, con il tempo in cui ci è toccato vivere. La lettura ci permette di rompere questi limiti, perché crearcene nuovi?»

Un consiglio per chi scrive
Non avere fretta. In questi tempi c’è una costante sensazione di urgenza, di velocità, mentre credo che la letteratura sia lenta, la letteratura è riposo. Bisogna saper aspettare che una idea sia matura per poterla scrivere. A volte le persone hanno una idea e si precipitano a scriverla, e viene fuori un libro meno forte, meno potente che se avessero aspettato, se avessero meditato un po’ di più.

Un’ultima domanda, una curiosità mia. Come scrivi? Che carattere usi?
Io scrivo a mano. Tutto il romanzo. Poi nella fase di correzione profonda passo tutto al computer e uso Garamond.

Il giallo è un romanzo? Aldo Putignano

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Giallo, noir, hard-boiled, crime story, poliziesco se non poliziottesco, thriller: in un vagabondare di sigle il giallo si propone come nuovo termine della scrittura generalista, caso unico in cui un genere debordi a tal punto da rendere complessa se non vuota la classificazione che lo include, in un’esondazione apparentemente senza freni che ha già travolto gran parte della narrativa d’inchiesta, dell’avventura metropolitana e ogni forma di suspense story.
Una premessa è d’obbligo, e riguarda la natura stessa del “genere”: è una classificazione, nulla più, a uso di critici e librai, un’etichetta dunque che nulla toglie e nulla aggiunge all’essere del libro e/o al suo valore letterario. Tale etichetta indica la prevalenza di un genere in uno specifico romanzo: nessuna opera letteraria infatti può essere ridotta a un formulario, uno schemino in cui, cambiati i nomi e le età dei personaggi, si ripeta l’eterna messinscena; ogni genere è contaminato da altri generi, e a volte l’apposizione delle etichette è più questione di moda che di reale sovrabbondanza di un genere sull’altro, se non di una comprensibile volontà (quando non addirittura vanità autoriale) di classificare un’opera nel modo più gradito al pubblico più che alla effettiva natura dello stesso.
In estrema sintesi: non ogni testo che contenga morti violente può essere un giallo e neppure un noir, così come tutto ciò che riguarda il futuro non può essere per questo classificato come fantascienza, e così via.
Il genere segnala l’inclinazione di un testo verso un determinato repertorio di formule e figure, tutto qui. Non può essere preso in esame per valutare la letterarietà di un testo, in nessun caso: essa nasce da una complessità del testo stesso che può coesistere con l’adesione più o meno forte a un genere, in quanto la semplificazione (“questo romanzo è un giallo”) ha valore di definizione e non esclude l’intrinseca complessità dell’opera. È forse “non letterario”
Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde, gran parte dell’opera di Dickens, o non lo sono le avventure (perché l’avventura è un genere) di Cervantes e Chretien de Troyes? Il valore letterario di un’opera non preclude una capacità di intrattenimento, al contrario questa stessa è parte del valore letterario di un’opera. Un’opera complessa che non riesca a coinvolgere o interessare il lettore neppure in minima parte merita di essere etichettata come opera non riuscita, non come astratta creazione letteraria.
Neppure l’inclusione in un genere può essere di per sé oggetto di giudizio estetico o di un intrinseco minor valore dell’opera stessa: essere definibile non vuol dire essere limitati. Sembrano cose ovvie, eppure vanno ricordate, e perfino agli autori stessi di opere “di genere” o indicate come tali: un romanzo giallo è sempre un romanzo, così come se io indosso una camicia blu indosso pur sempre una camicia, e il fatto che sia blu non la rende meno camicia di altre. Il colore, perdonatemi il giochino, non è una macchia.
Nell’ansia classificatoria che tutto avvolge, il vero problema riguarda la cosiddetta “narrativa generalista” o mainstream, come amano dire gli addetti ai lavori. Quand’è che un romanzo diventa mainstream? Quando non rientra in un genere, meglio: quando non si riesce a farlo rientrare in un genere.
Spiegare infatti è un’esigenza comune, e ridurre un testo a generalista non aiuta, sebbene la mancanza di parametri possa indicare una particolare originalità del testo. Anche questo però è un concetto vacuo: l’originalità di un testo si coglie in relazione ad altri testi, non in assoluta mancanza di legami, in quel caso disorienta e allora, con abile approssimazione, un posto fra il surreale o il grottesco lo si trova sempre. Con tante sigle e siglette, sempre meno pregne di riconoscibilità semantica, ogni testo è di genere, e se non lo è si inventa la sigletta.
Se ammazzano un tale è un giallo, ma se non si trova il colpevole è un noir, e così se nessuno lo cerca: ma allora che giallo potrebbe mai essere? Se il commissario è un buon uomo è sicuramente un giallo, se invece è un corrotto pieno di vizi vira verso il noir: e se in un successivo romanzo si pente e si fa prete? Così se cerchi un oggetto di valore può essere un’avventura, ma se quell’oggetto è magico ti perdi nel fantasy, e se mentre lo cerchi ti tagli una gamba puoi cadere nello splatter o se qualche brutto ceffo ti fa buh dalla finestra puoi provarci con l’horror… si scherza, ma non poi tanto: dipende dalla complessità dell’autore ancor più che dell’opera il non farsi rinchiudere in un repertorio. La narrativa mainstream ricorda quelle collane di Varia che ogni editore si concede, per inserirci quel che non può definire altrimenti, però un editore ha il parametro ristretto delle collane già in catalogo, un povero critico letterario invece può sempre ancorarsi a qualcosa o stupire il mondo con una sigletta…
Allora, perché il giallo? Perché questo potere di attrazione?
Perché il giallo, a mio avviso, è un genere peculiare. E non per il repertorio o lo schema.
Nell’
Amleto non mancano né i morti né l’interrogazione sugli stessi né l’indagine, eppure non è un giallo: perché?
Innanzi tutto, fra le tante etichette che vi sono appiccicate (e quella di “giallo” è la meno “parlante”) io opterei per “detective story” e senza lasciarmi immalinconire dal barbarismo: son forse termini locali horror e fantasy? Detective story in quanto la peculiarità del giallo non è né il morto né il meccanismo, ma proprio il detective.
E non è poco: che personaggio è il detective?
Non è protagonista, in quanto vive storie non sue, ma lo diventa per sua natura: è una calamita che si stacca da un frigo e si attacca a un altro, vive nel romanzo e oltre il romanzo, un limbo seriale. Non è eroe, non va all’avventura ma è chiamato a giudicarla, anche suo malgrado, se occorre: più che altro un principio d’ordine. Non è motore dell’azione se non di una azione di secondo livello che inizia quando l’azione principale si è conclusa (con l’omicidio, naturalmente). Protagonista? Antagonista? E di chi? L’antagonista del carnefice è il morto, al massimo (anche qui) è un antagonista di secondo livello. Complice o aiutante?
Inutile perderci tempo, il detective non è assimilabile a preesistenti categorie narrative, in quanto è egli stesso una categoria narrativa. L’investigatore è un interprete, un “lettore arguto” calato nella storia, e questa funzione attribuita al lettore attraverso una sua emanazione narrativa spiega la capacità di coinvolgimento del genere.
Se
Amleto non è un giallo è perché manca un detective, perché è evidente a tutti che il protagonista non lo sia e neppure riesca a farsi detective: è irriducibile, è la sua storia, e non può viverla con la distanza del detective, non sarebbe Amleto in tal caso.
A mio avviso poi, la detective story nasce con Conan Doyle perché è lui, ben più di Poe o altri, che ne codifica i rituali e la rende in tal modo un “genere”, rendendo visibile lo schema e la figura del detective. E con il tempo il genere cresce, si espande, contamina altri generi e ne viene contaminato. Come ogni romanzo, come ogni forma di romanzo, che si trasforma all’infinito pur sembrando sempre uguale a sé stesso, che sembra cambiar faccia perché non ne ha una, eccetto le maschere che gli sono incollate addosso. Ma ogni maschera ha una sua consistenza, e guai a dimenticarselo o addirittura a toglierla: si finirebbe nel vuoto, affascinante, colorato, suggestivo: il gran vuoto delle idee che non hanno forma, e che qualcuno ama chiamare letteratura.